Mi sposerò, ma non con questo bellissimo ragazzo. Sì, lui è meraviglioso sotto ogni aspetto. Ma non è quello giusto per me

Mi sposo, sì, ma di certo non con questo bellone. Sì, un ragazzo splendido, per carità. Ma non è quello giusto per me.

«Di nuovo, mia madre si è portata dietro il fidanzato e pure un altro tizio, entrambi già belli allegri. Irene si è rintanata dietro il mobile, con una faccia lunga.

E non cè dove nascondersi, fuori già nevica. Che pizza, mi sono davvero stufata di tutto. In estate finisco la terza media e poi ciao! Vado a Firenze. Mi iscrivo allistituto magistrale e divento maestra. Dai che Firenze non è lontana, ma starò comunque in convitto.»

La mamma e gli ospiti si erano sistemati in cucina. Si sentiva il rumore della bottiglia che veniva versata nei bicchieri e un profumino di salame. Irene deglutì involontariamente.

Guarda che ti vedo, eh! la voce della madre risuonò forte.

Ma dai, che ti costa venire qua?

Siete in due…

E non è mica la prima volta che siamo in due! sbottò Marco, il compagno della madre.

Un piatto cadde. Si sentiva un certo trambusto e dei sospiri. Irene si strinse di più nel suo angolino. Poi, silenzio improvviso.

Oh, Nico, dorme si sentì Marco.

Tu dicevi che è una brava ragazza, però non so, cè qualcosa che…

Ma oh, ha pure una figlia…

Che figlia?

Irene, è grande ormai. Sicuro si è nascosta in camera.

Portala qui! gridò allegro Nicola.

Irene, dove sei? Marco entrò nella stanza, la guardò e fece un sorriso davvero sgradevole. Vieni, stai un po con noi!

Sto benissimo qui.

Ma che timida sei? Marco provò ad abbracciarla.

Irene, senza pensarci troppo, afferrò il vaso del mobile e glielo rovesciò in testa.

Si sentì il vetro andare in pezzi. Irene si liberò e scappò fuori dalla stanza.

Acchiappala! urlò Marco.

Ma Irene era già alla porta. Non aveva neanche fatto in tempo a mettersi le scarpe: uscì in strada in calzini, vecchi pantaloncini e maglietta.

Dietro di lei, gli uomini correvano gridando. La strada del paesino era deserta. Dove andare, di sera e con la neve? Le urla si avvicinavano. Passando davanti a una villetta grande, sentì abbaiare. Poi qualcuno sgridò il cane.

Irene si avvicinò al cancello e iniziò a bussare. Le aprì un uomo sulla quarantina.

Mi aiuti… disse appena, guardandolo disperata.

Vieni dentro! la prese per mano e richiuse la porta.

Oleg, chi è? una signora uscì sullingresso.

Ecco, Oleg indicò Irene. Ci sono degli uomini che la inseguono.

In casa, di corsa! e trascinò Irene dentro. Ci racconterai tutto poi.

Ireeene, vieni fuori tranquilla! urlò Marco di fuori.

Oleg, non metterti in mezzo! la signora gridò. Rientra!

Si sentivano grida dalla strada e il cane che abbaiava.

Dobbiamo chiamare la polizia, la donna tirò fuori il cellulare.

Paola, lascia stare. Ci penso io. Sono gente del posto.

Ma che vuoi fare?

Parlo con loro, tranquilla. Tu consola la ragazza.

Oleg prese una busta, mise dentro una bottiglia e del salame dal frigo.

In cortile, accarezzò il cane, e uscirono entrambi.

Marco gli si avvicinò:

Dai, ridacci Irene!

Ecco qui, prendi questo e sparisci!

Cosa cè? Marco aprì la busta, sorrise e fece cenno allamico. Andiamo, Nico!

***

Senti, io sono Paola, la signora mise il bollitore sul fuoco. Siediti, su, raccontami chi sei e cosa è successo.

Mi chiamo Irene, balbettava, tremando. Abito qui in via dei Platani, ma proprio alla fine della strada.

Sei la figlia di Chiara?

Sì.

Anche se abitiamo qui da poco, di tua madre abbiamo già sentito parlare.

Irene abbassò la testa e scoppiò a piangere.

Dai, non ti abbattere!

Paola le si avvicinò e le fece una carezza affettuosa sulla testa. Questa cosa per Irene era una novità. Si strinse forte a lei e pianse ancora di più.

Su, su! Ora prendiamo il tè.

Arrivò Oleg.

Finito. Li ho cacciati.

E questa bella ragazza, che facciamo? Paola indicò Irene e poi sorrise.

Ne parliamo domani. Intanto, beviamo il tè, poi bagno caldo.

Vuoi mangiare qualcosa? Paola le mise davanti una tazza di tè, ancora sorridente. Si vede che hai fame.

Sul tavolo, comparvero panini e pezzi di torta.

Mangia, mangia! sorrise anche Oleg, vedendola divorare con gli occhi il cibo.

Nessuno le fece troppe domande. Al contrario, ci fu tanto tatto: si vedeva che si sentiva a disagio.

Dopo cena, Paola portò Irene in bagno:

Lavati, e metti questo accappatoio!

***

A Irene, quella sera, non interessava altro che non essere mandata via. Che bello poter stare in una vasca calda… fuori, con quel gelo! Ma doveva uscire, gli ospiti aspettavano.

Tornò in sala. Oleg e Paola erano sul divano. Irene fece un sorriso colpevole:

Grazie!

Senti, Irene, iniziò Paola. Da come vedo, nessuno ti sta cercando davvero. E casa tua non ti attira più di tanto.

Irene si fece ancora più piccola.

Domani mattina dobbiamo partire presto…

Capisco, mormorò Irene, ancora più giù di prima.

Rimarrai sola. Non aprire a nessuno! In cortile il nostro Jack non fa entrare nessuno. Capito?

Sì! rispose di getto Irene, senza trattenersi.

Se vuoi, puoi preparare un bel minestrone, Oleg le fece locchiolino. Sei capace?

Certo! rispose Irene in fretta, temendo di essere cacciata. So cucinare bene. E riordinare anche!

Se vuoi, sistema giù, assentì Paola.

***

Si alzò di buon mattino con loro. Se ne stava sotto la coperta, come un gatto timoroso, temendo il momento delladdio. Sentì la macchina partire e poi silenzio.

Si alzò. Si lavò. In cucina il bollitore era caldo, sul tavolo pane, salame, formaggio. Sul piano di lavoro, costine di maiale.

Fece colazione. Riordinò tutto. Pulì il pavimento.

Nel corridoio trovò laspirapolvere: e vai, pulizie!

Appena spense laspirapolvere…

Ma che succede qui? si sentì alle spalle.

Si voltò di scatto. Un ragazzo alto e bello, diciottenne, con gli occhi scuri pieni di curiosità.

Sto… pulendo balbettò Irene. E voi chi siete?

Bah… scosse la testa e si tirò fuori il cellulare.

Mamma, sono a casa. E questa chi è?

Tesoro, questa ragazza resta con noi un po’.

Tanto a me che cambia.

Fece spallucce, infilò il telefono in tasca, guardò Irene dallalto in basso e andò in cucina.

Vuoi il tè? chiese Irene.

Faccio da solo.

***

Irene rimise via laspirapolvere. Cominciò a spolverare, ascoltando ogni rumore dalla cucina.

Il ragazzo mangiò, andò in bagno.

Uscì profumato di dopobarba, sistemato.

Ehi, portaci unaltra bottiglia! gridò una voce dalla strada.

E mo che cè? il ragazzo si avvicinò alla finestra.

Non aprire! urlò Irene, terrorizzata.

Lui, incuriosito, le lanciò un sorriso e si avvicinò allingresso.

Irene si affacciò anche lei. Al cancello cera il solito Marco con Nicola, pronti per una rogna. Irene tremava.

Il ragazzo uscì. Quelli gli si avvicinarono. E… Pluf! Entrambi sdraiati nella neve, come sacchi di patate. Il ragazzo disse loro qualcosa. Si rialzarono, testa bassa, e presero la via per casa di Irene.

***

Il ragazzo tornò su. Si fermò vicino a Irene e le chiese:

Ma che ti sei spaventata?

Senza pensarci, lei gli si attaccò al petto e scoppiò a piangere.

Come ti chiami? chiese lui.

Irene.

E io sono Luca. Basta piangere, quelli non tornano mai più.

***

Luca sparì in camera sua fino a sera. Irene intanto preparò un bel minestrone. Poi sedeva in cucina a rimuginare.

Certo, sarebbe rimasta volentieri lì, con quella gente buona, ma lo sapeva: aveva oltrepassato il limite.

I padroni di casa rientrarono. Paola, vedendo lordine e la pulizia, stava per svenire dalla gioia. Oleg assaggiò la minestra e quasi batteva le mani.

Forse… è ora che vada a casa. Vi ringrazio per tutto…

Irene, resta qui qualche giorno!

Grazie, Paola! Ma devo andare a casa.

Si avvicinò alla porta, poi si bloccò. Realizzò che da ieri girava con vestiti non suoi.

Vieni! Paola la portò in salotto.

Aprì larmadio, lo scrutò per bene, tirò fuori dei jeans, un maglione, un piumino bello caldo.

Dai, prova! Siamo quasi della stessa misura.

Non è il caso…

Non ti lascio andare fuori in pigiama! Indossa tutto, che non divento povera.

Irene si vestì. Si guardò di sottecchi allo specchio. Non aveva mai avuto abiti così belli.

In corridoio, Paola le mise pure un berretto e stivali nuovi.

Irene, usali con gioia!

Grazie di cuore, Paola!

***

La vita riprese più o meno normale. O forse no: la madre trovò lavoro alla fattoria e il suo compagno sparì insieme allamico.

Arrivò la primavera. Un giorno, mentre studiava, sentì bussare. Irene guardò fuori e quasi svenne: cera Luca al cancello. Il ragazzo le fece cenno di uscire.

Non uscì: volò letteralmente fuori.

Ciao! Luca sorris, smagliante.

Ciao!

Mia madre ti cerca.

***

E così Irene varcò quella porta, nel luogo in cui era stata così felice.

Ciao, Irene! Paola la accolse abbracciandola.

Ciao, Paola!

Entra, dai, prendiamo il tè!

Paola mise il tè e si sedette.

Senti, devo chiederti un favore. Io e mio marito partiamo un mese per la Turchia, le brillavano gli occhi dalla gioia. Mio figlio non sta mai a casa. Tu potresti badare alla casa? Dare da mangiare a Jack e al gatto. E annaffiare i fiori. Ne ho uninfinità!

Ma certo, Paola!

Benissimo, tirò fuori dei soldi. Prendi questi mille euro.

Paola, non posso!

Prendi e basta! Non mi rovino di certo. Vieni a vedere, ti spiego tutto!

Irene imparò dove stava ogni vaso, dove trovare il cibo per gatto e cane. Alla fine, Paola chiamò:

Luca! Il figlio si presentò subito. Porta Irene da Jack!

Seguimi, il ragazzo le mise una mano leggera sulla spalla.

Uscirono, sciolsero Jack e lo portarono a passeggiare.

Durante la camminata, Luca parlava dell’università, del karate, del lavoro col padre.

Ma Irene pensava a tuttaltro. Sapeva bene che tra lei e Luca cera la stessa distanza che cera tra sua madre e i genitori di lui. Sì, erano brave persone, ma niente favole alla Cenerentola, qui è vita vera.

«Tra due mesi ho gli esami per il collegio. Li passerò, di sicuro. Studierò, lavorerò, mi darò da fare, ma diventerò qualcuno. Mi sposerò, sì, ma certamente non con questo favoloso principe. Lui è bravo e bello, ma non è mio!».

Di istinto, quella ragazzina percepiva che lì, proprio in quel momento, finiva la sua infanzia pesante. E iniziava la vita da adulta, non meno faticosa, dove tutto dipendeva da lei.

Arrivarono al villino. Irene accarezzò Jack, sorrise a Luca e si avviò verso casa. Domani avrebbe iniziato a lavorare lì, in quel villino. Solo lavoro, e basta!

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