Mi sposai con una donna che aveva già una bambina. Diciotto anni dopo, lei mi lasciò. Ma fu sua figlia a scegliere di trascorrere le feste con me.
Era il 22 dicembre, erano le tre del pomeriggio ed ero ancora in pigiama, seduto sul divano mentre mangiavo biscotti Plasmon direttamente dalla scatola. Sentii la serratura girare.
Accidenti. Caterina aveva ancora le chiavi.
Ma non era lei. Era Alessia con due valigioni ed il suo zaino delluniversità.
Ciao, papà.
La scatola di biscotti mi cadde di mano.
Alessia? Che succede…?
Mi trasferisco qui da te. Posò le valigie con un tonfo. O almeno, se vuoi. Altrimenti sarebbe un bel problema, visto che sono già qui.
Mi alzai così velocemente dal divano che mi girò la testa.
Ti trasferisci qui? Tua madre lo sa?
Certo. Abbiamo avuto la conversazione. Fece le virgolette nellaria. Le ho detto che voglio vivere qui. Che questa è sempre stata casa mia. Caterina ha pianto, io ho pianto, è stato un casino. Ma mi ha capita.
Però…
Papà. Mi guardò con quello sguardo serio che aveva fin da piccola, quando diceva qualcosa davvero importante. Mamma adesso ha la sua nuova vita, il suo appartamento moderno dove tutto è bianco e ti viene lansia solo a guardarlo. Tu invece hai questa casa: posso lasciare la tazza del caffè ovunque, tanto nessuno si preoccupa.
Ehi, io pulisco.
Certo. Per questo in soggiorno ci sono ancora tre tazze vuote.
Aveva ragione. E in cucina ce nerano sicuramente altre sei.
E poi continuò, togliendosi il cappotto chi si prenderà cura di te, per evitare che tu viva solo di pizza surgelata e malinconia?
Scoppiai a ridere, anche se avevo un nodo alla gola.
Mangio comunque con le posate. Vale qualcosa.
Quello è sopravvivere, non vivere bene.
Alessia andò in cucina a ispezionare la situazione.
Ok, peggio di quanto pensassi. Aprì il frigo. Salsa di soia, tre Peroni e yogurt scaduto? Papà, ti prego…
È scaduto solo da due settimane.
Cè scritto aprile.
…Aprile? Già… hai ragione.
Si voltò mettendo le mani sui fianchi esattamente come faceva da piccola quando mi chiedeva di sistemarle i capelli.
Bene. Domani si va al supermercato. Oggi ordiniamo una pizza, da persone civili. Hai ancora il numero di quella pizzeria con la mozzarella extra?
È il primo numero nella rubrica.
Ovvio.
Mentre aspettavamo la pizza, fece un giro della casa come fosse unagente immobiliare.
La tua stanza è un disastro, ma la mia è rimasta intatta. Sorrise entrando nella sua vecchia cameretta. Hai lasciato pure i miei orrendi poster del liceo.
Li avevi messi tu. Io non tocco mai le tue cose.
Rimase in silenzio; guardava le pareti, le foto, la scrivania coperta di vecchi libri.
Sai cosè buffo? Mamma mi ha offerto di arredare come preferisco il suo nuovo appartamento. Come vuoi tu, ha detto. Ma qui… è già come voglio io. Qui è casa.
Mi sedetti vicino a lei.
Alessia, non è che devi restare per compassione. Sto bene davvero.
Non è compassione, scemo. Mi diede una spinta sulla spalla. È che, quando avevo un anno e mezzo e cominciai a camminare, tu eri lì ad aspettarmi con le braccia aperte. Quando avevo paura di notte, mi lasciavi dormire nel tuo letto. E quando mi sono diplomata, tu hai pianto più di me.
Non ho pianto così tanto.
Tre fazzoletti consumati, papà.
Avevo… allergia.
Agli abbracci, forse.
Poi sorrise e poggiò la testa sulla mia spalla.
Tu sei il mio papà. Non luomo che mi ha dato metà del DNA, ma quello che mi ha dato tutto il resto. Ora che hai la casa tutta per te e mangi biscotti tristi in pigiama, credi che ti lasci solo? Non esiste.
La mia voce si spezzò.
Ti voglio bene, piccola.
Anchio ti voglio bene, vecchietto. Ma domani si pulisce, eh! Qui cè un odore strano.
La Vigilia arrivò e Alessia mantenne la promessa. Mi portò per forza al supermercato.
Organizziamo una vera cena. Niente cibo dasporto.
Ma la tradizione…
La nuova tradizione è con cibo vero, dai.
Comprammo di tutto. Lei riempiva il carrello con entusiasmo sospetto.
Sappiamo cucinare qualcosa di tutto questo? chiesi.
Ovviamente no. Ma cè internet e abbiamo coraggio. Basterà.
Non bastò.
Il cappone era crudo dentro e bruciato fuori. Il purè sembrava colla. Le verdure erano carbonizzate.
Guardavamo in silenzio il disastro sul tavolo.
Beh disse Alessia potremmo sempre…
Ordinare cinese?
Sì, ordiniamo cinese.
Mangiavamo direttamente dai contenitori, ridevamo del nostro fallimento culinario, ed era la Vigilia più bella che avessi avuto da mesi.
Sai che ti dico? dissi. Questa sarà la nostra nuova tradizione.
Proviamo a cucinare, facciamo disastri e alla fine prendiamo cinese.
Perfetto.
Dopo cena, tirò fuori una piccola scatola.
Tieni, il tuo regalo.
Dentro cera una chiave con un portachiavi fatto a mano. Sopra cera scritto Casa.
La copia della mia chiave. Ora sono ufficialmente residente. Sorrise. È un po storta, ma lho fatta col cuore.
La abbracciai forte.
È perfetta.
Papà, così mi schiacci.
Lasciami godere il momento.
Rise e mi restituì labbraccio.
Grazie di tutto, papà. Per questi diciotto anni. Perché non sei mai andato via. Perché sei tu.
Grazie a te che hai scelto di restare.
Per sempre.
Quella notte rimasi sveglio a guardare la chiave nuova sul comodino.
Caterina era andata via ed era stato doloroso.
Ma Alessia era rimasta.
E questo questo era tutto.






