Mia nuora mi ha tagliato i capelli di nascosto mentre dormivo!

Mi chiamo Patrizia Mendoza. Ho cinquantotto anni e non avrei mai immaginato di vivere quello che sto per raccontare. È una domenica pomeriggio, il sole filtra dalla finestra della camera da letto e io, ancora intorpidita dopo una breve pennichella, apro gli occhi e sento una strana pressione sulla testa. Metto le mani nei capelli e mi accorgo che non sono più lunghi come prima. I miei capelli, che per più di trentanni arrivano fino alla vita, ora sono corti, irregolari, tagliati con la massima scarsa cura. Il cuore mi batte allimpazzata, il panico mi assale mentre corro al bagno e mi guardo allo specchio: i lunghi ricci di sempre, accarezzati con olio di mandorle, sono ridotti a ciocche spezzate.

Emanuele e sua moglie Laura vivono nella casa che il mio defunto marito mi lascia nella periferia di Milano, una dimora con giardino, glicine rosso che avvolge le pareti e quel profumo di legno vecchio che non se ne va mai. Quel giorno, dopo aver preparato il tacchino e il purè per la cena della famiglia, mi sveglio e scopro che qualcuno ha tagliato i miei capelli mentre dormivo. Laura, con un sorriso freddo, mi guarda e dice: «Ecco il tuo posto». Emanuele, senza alzarsi dalla poltrona, aggiunge: «Mamma, devi capire la lezione».

Mi sento tradita, ferita. Torno nella mia stanza, chiudo la porta e, davanti allo specchio, guardo i capelli spezzati e prendo una decisione, ma la racconto più tardi, perché ciò che farò tre giorni dopo li farà inginocchiare davanti a me, piangendo e chiedendo perdono, e non so ancora se avrò fatto la cosa giusta.

Sono nata a Napoli, figlia di un mercante di tessuti. Il padre gestisce una bottega di sete, lino e cotone egiziano in centro. Da piccola imparo che le cose di valore vanno curate, rispettate e preservate. A ventitré anni incontro Roberto Mendoza, un ingegnere civile di dieci anni più grande. Ci sposiamo sei mesi dopo, viviamo una vita tranquilla su un balcone di Milano, tra caffè mattutini e lunghe conversazioni notturne. Quando Roberto muore di infarto cinque anni fa, giuro di non tagliare mai più i miei capelli, per tenerlo vicino a me.

Emanuele è lunico figlio. Fin da piccolo gli ho dato tutto: la scuola privata, luniversità, i lavori che non durano mai, i soldi che scappano via. Laura, una ragazza di provincia con profumi costosi e abiti attillati, entra nella nostra vita e pian piano inizia a fare commenti sottili: «Mamma, quel vestito è fuori moda», «Il tuo ragù è troppo tradizionale», «Usi ancora quella crema? Ci sono prodotti migliori al centro benessere». Emanuele non difende mai, ride o annuisce, e io mi convinco che siano solo errori di gioventù.

Il pomeriggio in cui scopro il taglio, Laura mi dice freddamente: «È così che impari il tuo posto». Emanuele mi risponde: «Mamma, sei troppo vecchia per quei capelli lunghi, ti fanno sembrare fuori tempo». Mi sento tradita, il sangue del cuore si ghiaccia.

Rientro nella camera, chiudo la porta e, di fronte allo specchio, decido di prendere una decisione che cambierà tutto, ma la narrerò più avanti, perché ciò che farò tre giorni dopo li farà uscire dalla casa in trenta giorni, con le valigie.

Il primo giorno, dopo aver scoperto il taglio, vado dal parrucchiere Marta, che mi accoglie con un abbraccio e mi lava i capelli con olio di lavanda. Marta mi dice: «Non possiamo salvare tutto, ma farò il possibile». Dopo il taglio corto, mi sento stranamente leggera. Marta mi avverte: «Quello che hanno fatto non è amore, è controllo. Se non poni dei limiti, continueranno a togliere pezzi di te».

Torno a casa e leggo i documenti: la casa è a mio nome, il testamento di Roberto la lascia a me. Scopro che da due anni trasferisco a Emanuele duecento euro al mese. Conto i soldi, sommo ventiquattrocento euro allanno. Decido di aspettare tre giorni per vedere se Emanuele si scusa, ma dentro di me so già la risposta.

Il lunedì successivo mi sveglio, mi guardo allo specchio: i capelli sono corti, irregolari, ma ancora mia. Scendo in cucina, Laura è al tavolo con una tazza di caffè. Mi dice: «Non prenderla troppo sul personale, è solo capelli, ricresceranno». Io resto in silenzio, la tazza cade un po sul tavolo.

Emanuele arriva, si siede, prende il succo darancia e mi chiede: «Mamma, cosa è successo ieri?» Gli dico che Laura non ha chiesto il permesso e mi ha tagliato i capelli. Lui, con tono stanco, risponde: «Non è la fine del mondo, è solo un taglio, i tuoi capelli cresceranno». Mi sento tradita di nuovo.

Decido di prendere un taxi e andare da Marta, dove mi prende in un salone piccolo e discreto. Marta mi abbraccia, mi lava i capelli e mi dice: «Non è normale, è abuso, devi stabilire dei confini». Finito il taglio, mi guardo nello specchio: il volto è più giovane, ma lo sguardo è più duro.

Rientro in casa, chiudo la porta della camera e prendo gli atti della casa, del testamento, le estratte bancarie, le fatture dei trasferimenti mensili. Decido di chiamare lavvocato Signor Bianchi, un uomo di settanta anni, che mi dice che posso dare a Emanuele e Laura un preavviso di trenta giorni per lasciare la casa, perché non hanno alcun contratto di locazione.

Il venerdì successivo, Signor Bianchi arriva con la notifica di sfratto. Laura lo guarda con gli occhi pieni di rabbia, Emanuele rimane immobile. Io dico: «State per uscire in trenta giorni, il trasferimento di duecento euro è annullato». Laura, con voce tremante, dice: «Ci lascerai senza una casa, senza soldi». Io rispondo: «È la vostra responsabilità, avete vissuto alla mia spesa per due anni». Emanuele, con le lacrime agli occhi, dice: «Mi dispiace, mamma, non volevo farti del male».

Lui accetta, ma il dolore è grande. Laura se ne va, Emanuele rimane per un po e poi anche lui parte con un furgone. La casa si svuota. Resto sola nel giardino, sotto i glicini rossi, accanto al limone che continua a dare frutti nonostante la pioggia.

Una settimana dopo, ricevo una chiamata dal pronto soccorso; è Emanuele, ha avuto un incidente dauto, è ferito ma stabile. Vengo al suo letto, lo abbraccio e lui mi chiede perdono. Io gli dico che lamore è stato sempre lì, ma che era necessario che io imparassi a dire no. Decido di aiutarlo a pagare tre mesi di affitto e di cibo, ma poi lui dovrà farsi da solo.

Nel frattempo, la mia amica Roberta, vedova di sessantadue anni, mi visita con dolci e caffè. Mi dice: «Non sei la madre cattiva, sei una madre che ha posto dei limiti». Io le rispondo: «È stato doloroso, ma ho ritrovato me stessa».

Il tempo passa, Emanuele trova lavoro come assistente amministrativo, guadagna lo stipendio, risparmia e vuole tornare alluniversità per un master. Mi chiama: «Mamma, ho pagato il primo stipendio, voglio invitarti a pranzo e pagare io». Il suo sorriso mi riempie il cuore.

Laura, nel frattempo, trova lavoro in un grande negozio di abbigliamento a Torino, ma vive con i genitori, senza soldi né indipendenza. Non mi importa più del suo destino; ho imparato che chi si nutre di sfruttamento paga il prezzo.

Il mio giardino rimane il mio rifugio. La casa è di nuovo tutta mia. Le parole di Roberto, scritte nella sua lettera: «A volte il più grande amore è saper dire no», mi accompagnano ogni giorno.

Adesso, ogni domenica, preparo il tacchino e il purè per me stessa, bevo il caffè nella tazza con la piccola crepa che Roberto mi regalò per il decimo anniversario, e aspetto la visita di Emanuele, che ormai viene per scelta, non per obbligo. Quando mi chiede se sono felice, rispondo: «Sì, lo sono davvero». Lui sorride e mi dice che ha trovato una donna, Andrea, unassistente contabile indipendente, che non vuole che lui dipenda più da me. Io lo incoraggio a prendersi il suo tempo.

Il sole tramonta sul giardino, i glicini rossi brillano nella luce dorata, il limone è carico di frutti. Mi siedo sulla panchina di ferro che Roberto aveva installato anni fa, sento il vento che accarezza le foglie e penso a quanto ho ricostruito la mia vita. Ho imparato che il mio posto non è sotto nessuno, non è quello di una «vecchia signora» che serve. Il mio posto è qui, nella mia casa, nella mia pelle, nella mia dignità.

Se la mia storia ti ha toccato, condividila. Non sei sola.

Mi chiamo Patrizia Mendoza, ho cinquantotto anni, sono vedova, madre e, finalmente, me stessa.

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