Ho detto a mio marito di invitare sua madre a cena. Non sapevo che quella stessa notte avrei lasciato casa mia.
Non sono mai stata una di quelle donne che fanno scenate.
Anche quando avrei voluto gridare, ingoiavo le parole. Anche quando mi faceva male, sorridevo lo stesso. Anche quando sentivo che qualcosa non andava, mi dicevo: calma… lasciamo correre… non vale la pena discutere.
Ma quella sera non è passata liscia.
E la verità è che, se non avessi sentito una sola frase, pronunciata quasi per caso, avrei continuato a vivere nella stessa bugia per anni.
Tutto inizia con unidea semplice.
Preparare una cena.
Solo una cena.
Non una festa, non unoccasione speciale, niente di sfarzoso. Solo una tavola, del cibo fatto in casa e un tentativo di far sedere la famiglia insieme. Semplicità. Parlare un po. Sorridere. Far finta che sia tutto normale.
Da tempo avevo percepito che il rapporto tra me e sua madre era sempre teso come una corda.
Non mi ha mai detto apertamente: non mi piaci.
No. Lei era più furba. Più sottile. Più scivolosa.
Diceva cose tipo:
Eh, tu sei fatta così… un po particolare.
Non mi abituerò mai a queste donne moderne.
Voi giovani credete di sapere tutto.
E sempre con un sorriso. Quel sorriso che non saluta, ma taglia.
Ma pensavo che, se avessi provato di più, se fossi stata più morbida, più gentile, più paziente… ce lavrei fatta.
Lui torna stanco dal lavoro, lascia le chiavi sul mobile e si spoglia già in corridoio.
Comè andata la giornata? chiedo.
Sempre uguale. Un caos.
Ha la voce spenta. Di recente è sempre così.
Pensavo… magari sabato potremmo invitare tua mamma a cena.
Lui si blocca. Mi guarda strano. Come se non si aspettasse la proposta.
Perché?
Per non rimanere sempre così… distanti. Vorrei provarci. È tua madre, dopotutto.
Ride. Non amichevolmente. È quel riso che dice: ma cosa ne capisci tu.
Sei matta.
Non sono matta. Voglio solo che sia normale.
Non sarà mai normale.
Ma almeno proviamoci.
Sospira, come se gli appesantissi ancora di più le spalle.
Va bene. Invitala. Solo… niente drammi, mi raccomando.
Quellultima frase mi punge dentro.
Perché io non facevo drammi. Li ingoiavo.
Ma non replico.
Arriva il sabato. Cucino come se dovessi sostenere un esame. Scelgo apposta piatti che so che le piacciono. Sistemo la tavola con cura. Metto le candele che riservo alle occasioni speciali. Mi vesto un po elegante, senza esagerare. Per rispetto.
Lui è nervoso tutto il giorno. Gira per lappartamento, apre e chiude il frigorifero, controlla continuamente lorologio.
Relax dico. È solo una cena, mica un funerale.
Mi guarda come se avessi detto la cosa più assurda del mondo.
Tu non sai nulla.
Lei arriva puntuale. Nemmeno un secondo prima, nemmeno uno dopo.
Quando suona il campanello, lui si irrigidisce. Si sistema la maglia, mi dà uno sguardo veloce.
Apro la porta.
Ha un cappotto lungo e quellautorevolezza che hanno le donne convinte che il mondo sia in debito con loro. Mi scruta dalla testa ai piedi, si ferma sul mio viso e sorride. Non con la bocca. Con gli occhi.
Eh, buongiorno dice.
Prego, accomodati rispondo. Sono felice che tu sia venuta.
Entra come un ispettore che deve controllare tutto.
Osserva il corridoio. Poi il soggiorno. Poi la cucina. Poi ancora me.
Carino dice. Per essere un appartamento.
Fingo di non sentire la frecciata.
Ci sediamo. Verso il vino. Porto linsalata. Provo a fare conversazione, chiedo come sta, cosa cè di nuovo… risponde in modo breve, preciso, pungente.
E poi comincia:
Sei troppo magra dice guardandomi. Questo non va bene per una donna.
Sono fatta così sorrido.
No, no. È il nervosismo. Quando una donna è nervosa, o ingrassa o dimagrisce. E una donna agitata non porta fortuna alla casa.
Lui non reagisce.
Lo fisso, aspettando che dica qualcosa. Ma niente.
Mangia, ragazza. Non fare la principessa insiste lei.
Metto un altro boccone nel piatto.
Mamma, basta sospira lui, quasi svogliato.
Ma è un basta detto per forma, non per difesa.
Servo il secondo. Lei assaggia e annuisce.
Va bene. Non è la mia cucina, ma si può mangiare.
Sorrido piano, per non creare tensione.
Mi fa piacere che ti piaccia.
Sorride, beve il vino e mi fissa negli occhi.
Ma tu credi davvero che lamore basti?
La domanda mi spiazza.
Come, scusa?
Lamore. Tu pensi che sia abbastanza per una famiglia?
Lui si muove sulla sedia.
Mamma…
Te lo chiedo. Lamore è una bella cosa, ma non è tutto. Ci vuole anche testa. Ci vuole interesse. Ci vuole… equilibrio.
Sento laria che si fa pesante nella stanza.
Capisco dico. Ma noi ci amiamo. E cerchiamo di far funzionare le cose.
Sorride lentamente.
Davvero?
Poi si rivolge a lui:
Dillo tu che riuscite.
Si soffoca un po col cibo, tossisce.
Ce la facciamo dice piano.
Ma la voce non è convinta. Sembra quella di chi ripete una cosa in cui non crede.
Lo fisso negli occhi.
Cè qualcosa che non va? chiedo cauta.
Alza la mano.
Niente. Mangia.
Lei si pulisce la bocca e riparte:
Non sono contro di te. Non sei cattiva. Solo… ci sono donne adatte allamore e donne adatte alla famiglia.
E allora capisco.
Quella non è una cena. È un interrogatorio.
È la solita vecchia gara del sei davvero allaltezza?. Solo che io non sapevo di partecipare.
E io che tipo sono? chiedo. Non con rabbia. Solo con chiarezza.
Si inclina verso di me.
Sei una donna che va bene finché resta in silenzio.
Taccio.
E se non tace?
Allora diventa un problema.
Cala il silenzio. Le candele tremolano. Lui fissa il piatto, come se lì ci fosse la soluzione.
È questo che pensi? mi rivolgo a lui. Che io sia un problema?
Sospira.
Ti prego, non cominciare.
Quel non cominciare è uno schiaffo.
Non sto cominciando. Sto chiedendo.
Si innervosisce.
Cosa vuoi che dica?
La verità.
Lei sorride.
La verità a volte non è da tavola.
No dico. Proprio qui va detta. Perché qui si vede tutto.
Lo guardo negli occhi.
Dimmi: tu vuoi davvero questa famiglia?
Lui tace. E quel silenzio, è una risposta.
Sento che dentro di me qualcosa si scioglie. Come un nodo che finalmente si allenta.
Lei interviene col tono di chi si dispiace molto.
Ascolta, non voglio rovinarvi. Ma la verità è che un uomo deve avere serenità. La casa deve essere porto sicuro. Non teatro di tensioni.
Tensioni? ripeto. Che tensioni?
Alza le spalle.
Mah… tu. Porti tensione. Sei sempre sulla difensiva. Vuoi sempre parlare, spiegare, discutere. Così si soffoca.
Mi rivolgo ancora a lui:
Glielhai detto tu?
Si fa rosso.
Semplicemente… mi sono confidato. Mia madre è lunica con cui posso parlare.
E allora sento la cosa più brutta.
Non che abbia parlato di me.
Ma che abbia detto che il problema sono io.
Inghiotto.
Quindi tu sei il poveretto e io sono la tensione.
Non metterla così… dice lui.
Lei insiste dura:
Mio marito mi diceva che una donna intelligente sa quando deve fare un passo indietro.
Un passo indietro… ripeto.
E in quel preciso momento lei dice la frase che mi gela:
Tanto, lappartamento lo ha comprato lui. No?
La guardo.
Poi guardo lui.
E il tempo si ferma.
Coshai detto? chiedo piano.
Sorride dolcemente, come se parlassimo del tempo.
Ma sì… lappartamento. Lui lo ha comprato. È suo. È importante.
Ormai non respiro nemmeno.
Gli hai detto che lappartamento è solo tuo?
Si irrigidisce.
Non lho messa così.
E come lhai detta?
Si agita.
Che importanza ha?
Conta.
Perché?
Perché io qui ci vivo. Ho investito qui. Ho creato questa casa. E tu vai a dire a tua madre che questo è tuo, come se io fossi un ospite.
Lei si rilassa sulla sedia, soddisfatta.
E dai, non offenderti. Così funziona. Quello che è tuo, è tuo. Quello che è suo, è suo. Luomo va tutelato. Le donne… vanno e vengono.
Quello è il momento in cui smetto di essere la donna a una cena.
Divento una persona che vede la verità.
Così mi vedi? chiedo. Come una che può andarsene.
Lui scuote la testa.
Non buttarti sul drammatico.
Non è una scena. È tutto chiaro.
Si alza dalla sedia.
Basta, smettila! Fai un dramma dal nulla.
Dal nulla? rido. Tua madre mi ha detto in faccia che sono di passaggio. E tu non hai detto niente.
Lei si alza lentamente, finta offesa.
Non intendevo dire questo.
Lha detto. Con le sue parole. Col suo tono. Col suo sorriso.
Lui guarda lei, poi me.
Ti prego… rilassati.
Rilassati.
Sempre quello.
Quando mi umiliavano rilassati.
Quando mi svalutavano rilassati.
Quando mi era chiaro che ero sola rilassati.
Mi alzo. La voce è calma ma ferma.
Va bene. Mi rilasso.
Entro in camera, chiudo la porta.
Mi siedo sul letto e ascolto il silenzio. Sento le voci basse. Sento che la suocera parla tranquilla, come se avesse vinto.
Poi sento la frase peggiore:
Lo vedi? È instabile. Non è adatta per la famiglia.
Lui non la ferma.
In quel momento, qualcosa dentro di me si rompe.
Non il cuore.
La speranza.
Mi alzo. Apro larmadio. Prendo una borsa. Inizio a raccogliere le cose essenziali, senza ansia. Ho le mani che tremano, ma i movimenti sono decisi.
Quando torno in soggiorno, si zittiscono.
Lui mi guarda come chi non capisce cosa sta succedendo.
Che stai facendo?
Vado via.
Come…? Dove pensi di andare?
In un posto dove non mi chiameranno la tensione.
Lei sorride.
Eh, se è così che decidi…
La guardo. E per la prima volta non ho paura.
Non state troppo allegri. Non me ne vado perché ho perso. Me ne vado perché mi rifiuto di giocare questa partita.
Lui fa un passo verso di me.
Basta, non fare così…
Non toccarmi. Non ora.
La voce è gelida.
Domani parliamo con calma.
No. Abbiamo già parlato. Oggi. A tavola. E tu hai scelto.
Diventa pallido.
Non ho scelto.
Sì che lhai fatto. Quando sei stato zitto.
Apro la porta.
E allora dice:
Questa è casa mia.
Mi giro.
Proprio questo è il problema. Lo dici come fosse una minaccia.
Lui tace.
Esco.
Fuori fa freddo. Ma non ho mai respirato così liberamente.
Scendo le scale e penso tra me e me:
Non tutte le case sono casa.
A volte sono solo il posto dove sei rimasta troppo a lungo.
E proprio lì capisco la vittoria più grande per una donna non è farsi scegliere.
È scegliere se stessa.
E voi, cosa avreste fatto al mio posto sareste rimaste a lottare per questa famiglia, o avreste preso la vostra strada quella stessa sera?.






