Diario di Martina Ferrara
Non ho mai sentito mia suocera, Signora Loredana, alzare la voce. Non ne aveva bisogno. Lei riusciva a tagliare con le parole, pronunciate piano, col sorriso sulle labbra, come se ti stesse abbracciando. E proprio per questo, quando una sera mi fissò da sopra la tavola e disse: «Domani andiamo dal notaio», non ho sentito solo paura.
Ho sentito che qualcuno stava davvero decidendo di cancellarmi dalla mia vita.
Anni fa, quando ho sposato Matteo, ero una di quelle donne che credono ancora che dando il buono, riceverai il buono. Ero tranquilla, laboriosa, ordinata. La nostra casa non era grande, ma era vera le chiavi erano sempre nello stesso posto, sulla mensola della cucina, accanto alla cesta di frutta. La sera preparavo il tè, ascoltavo il leggero ronzio del frigorifero e godevo della pace. Quella pace era la mia ricchezza.
A Loredana la pace non piaceva. Amava il controllo. Voleva sapere sempre dovero, cosa pensavo e cosa avevo. Allinizio sembrava fosse per premura.
«Sei come una figlia per me», diceva, sistemandomi il bavero.
Poi sono arrivati i semplici consigli.
«Non lasciare la borsa sulla sedia, non è elegante.»
«Non comprare quella marca, non è buona.»
«Non parlargli così, agli uomini non piacciono le donne troppo decise.»
Io sorridevo, mandavo giù, andavo avanti. Continuavo a dirlo dentro di me: È di unaltra epoca, non è cattiva. È fatta così.
Se fosse stato solo quello, avrei retto.
Ma poi è arrivata la questione delleredità.
Non i soldi, non la casa, non la proprietà. Ma quella sensazione che qualcuno ti guarda come se fossi una presenza temporanea. Come un oggetto nel corridoio che si può spostare se ingombra.
Matteo aveva un appartamento che aveva ereditato dal padre. Vecchio ma bello, pieno di ricordi e mobili pesanti. Labbiamo ristrutturato insieme. Io ci ho messo non solo soldi, ma cuore. Pitturavo le pareti da sola, strofinavo il vecchio forno, spostavo scatoloni, piangevo per la stanchezza in bagno e poi ridevo quando lui entrava e mi abbracciava.
Credevo stessimo costruendo qualcosa di nostro.
Lei invece pensava ad altro.
Una mattina di sabato si è presentata senza avvertire. Come sempre. Ha suonato due volte, poi ha tenuto premuto il campanello, come fosse un suo diritto.
Quando ho aperto, è passata accanto a me senza nemmeno guardarmi davvero.
«Buongiorno», ho detto.
«Dovè Matteo?»
«Sta ancora dormendo.»
«Si sveglierà», ha tagliato, sedendosi in cucina.
Ho preparato il caffè. Silenzio. Lei osservava pensili, tavolo, tende. Sembrava controllare se cera qualcosa suo che fosse stato messo da me.
Poi, senza alzare gli occhi, disse:
«Bisogna sistemare i documenti.»
Mi si è stretto il cuore.
«Che documenti?»
Sorseggiava il caffè, lentamente.
«Lappartamento. Non sia mai succede qualcosa.»
«Cosa potrebbe succedere?» ho ripetuto.
Finalmente mi guardò. Sorridente. Diplomatica.
«Sei giovane. Nessuno sa cosa può capitare domani. Se vi lasciate… lui resterà con niente.»
La parola se suonava proprio come quando.
Mi sentii umiliata. Non offesa, ma messa al mio posto. Come se fossi già nella categoria nuora provvisoria.
«Nessuno resterà con niente», ho detto piano. «Siamo una famiglia.»
Lei rise, ma non era una risata felice.
«La famiglia è il sangue. Il resto è… contratto.»
Proprio allora Matteo entrò, ancora assonnato, in maglietta.
«Mamma? Cosa fai qui così presto?»
«Parliamo di cose importanti», rispose. «Siediti.»
E quel siediti non era invito, era ordine.
Matteo si sedette.
Loredana tirò fuori dal suo borsone una cartellina preparata. Piena di fogli, copie, appunti.
Guardavo la cartellina come se avessi il ghiaccio nello stomaco.
«Ecco», disse. «Bisogna fare in modo che lappartamento resti alla famiglia. Si può trasferirlo. O registrarlo. Ci sono modi.»
Matteo provò a scherzare:
«Mamma, ma che sono questi scenari?»
Lei non rise.
«Non sono scenari, Martina. Questa è la vita vera. Domani lei potrebbe andarsene e prendersi metà.»
Fu la prima volta che parlò di me in terza persona, mentre ero lì.
Come se non esistessi.
«Io non sono così», ho risposto. La voce tranquilla, ma dentro ribollivo.
Lei mi guardò come se la divertissi.
«Siete tutte così. Fino al momento giusto.»
Matteo intervenne:
«Basta! Lei non è un nemico.»
«Non lo è, finché non lo diventa», replicò Loredana. «Io penso a te.»
Poi si voltò verso me:
«Non te la prenderai, vero? È per il vostro bene.»
E fu proprio in quel momento che capii non si stava solo intromettendo. Mi stava spingendo fuori. Mi metteva in un angolo dove o tacevo e accettavo, oppure dicevo no e diventavo la cattiva.
Non volevo essere la cattiva. Ma ancor meno volevo essere il tappetino.
«Non ci andremo dal notaio», ho detto tranquilla.
Silenzio.
Loredana si immobilizzò un secondo, poi sorrise.
«Come, non ci andiamo?»
«Non ci andiamo», ho ripetuto.
Matteo mi guardava stupito. Non era abituato a sentirmi parlare così con fermezza.
Loredana poggiò la tazzina.
«Non è una tua decisione.»
«Ormai sì», ho ribadito. «Perché questa è la mia vita.»
Lei si appoggiò indietro ed espirò rumorosamente.
«Va bene. Allora hai altri piani.»
«Ho il piano di non farmi umiliare in casa mia», ho risposto.
E lei mi disse una frase che non scorderò mai:
«Qui sei arrivata senza niente.»
Non mi servivano altre prove. Non mi aveva mai accettata davvero. Mi aveva sopportata. Finché non si era sentita abbastanza sicura da schiacciarmi.
Posai la mano sulla mensola, vicino alle chiavi. Le fissai. Poi fissai lei. E dissi:
«E tu qui vieni con tante pretese.»
Matteo si alzò di scatto.
«Mamma! Basta!»
«No», disse lei. «Non basta. Deve sapere qual è il suo posto.»
Fu il momento in cui la mia sofferenza si trasformò in lucidità. E decisi di giocare dastuzia.
Non urlai. Non piansi. Non le diedi la scena che desiderava.
Mi limitai a dire:
«Va bene. Se volete parlare di documenti parliamone.»
Lei si ravvivò. Gli occhi le brillarono, come se avesse vinto.
«Ecco, così si ragiona», disse. «Bisogna essere pragmatici.»
Annuii.
«Ma non i vostri documenti. I miei.»
Entrai in camera. Tirai fuori dal cassetto la mia cartellina quella coi miei lavori, i miei risparmi, i miei contratti. La posai sul tavolo.
«Cosè?» chiese Loredana.
«Prove», replicai. «Di quanto ho investito in questa casa. Ristrutturazione. Elettrodomestici. Pagamenti. Tutto.»
Matteo mi guardava come se solo ora vedesse davvero.
«Perché?» mormorò.
«Perché», continuai, «se mi trattate come una minaccia, io mi difendo come una che conosce i suoi diritti.»
Loredana rise, in modo sgradevole.
«Vuoi denunciarci?»
«No», risposi. «Voglio tutelarmi.»
E allora ho fatto qualcosa che nessuno si aspettava.
Ho tirato fuori dalla cartellina un altro documento già preparato.
«Cosè questo?» domandò Matteo.
«Un accordo», spiegai. «Sulle nostre regole familiari non sullamore. Sui confini. Se qui si comincia a vivere di calcoli e paure, ci serviranno anche delle norme.»
Loredana è impallidita.
«Non hai vergogna!»
Lho fissata con calma:
«La vergogna è umiliare una donna in casa sua e tramare alle sue spalle.»
Matteo si è seduto piano come se avesse perso la forza nelle gambe.
«Lo avevi preparato in anticipo»
«Sì», ho ammesso. «Perché stavo già sentendo laria che tirava.»
Loredana si alzò di scatto.
«Allora non lo ami davvero!»
«Lo amo», ho detto. «Ed è proprio per questo che non lascio che tu lo trasformi in un uomo senza spina dorsale.»
Quella è stata la svolta niente urla, niente schiaffi, solo la verità, pronunciata netta.
Lei si girò verso Matteo:
«Glielo lasci dire così?»
Lui tacque a lungo. Si sentiva solo il ronzio del frigorifero e il ticchettio dellorologio.
Poi disse qualcosa che mi restò dentro:
«Mamma, scusami. Ma ha ragione. Hai esagerato.»
Loredana lo guardò come se avesse preso una scudisciata.
«Tu scegli lei?»
«No», replicò lui. «Scelgo noi. Senza di te che comandi.»
Lei infilò di scatto la cartellina nella borsa, si avviò alla porta e prima di uscire sibilò:
«Vi pentirete.»
Quando la porta si è chiusa, la casa era avvolta in un silenzio vero. Matteo rimaneva nel corridoio a fissare la serratura, come se volesse tornare indietro nel tempo.
Non lho abbracciato subito. Non avevo fretta di sistemare tutto. Perché le donne finiscono sempre per rimettere a posto, e poi ci camminano sopra di nuovo.
Ho solo detto:
«Se qualcuno vuole togliermi dalla tua vita, prima deve passare sopra di me. E stavolta io non mi sposterò più.»
Nei giorni seguenti Loredana ci ha riprovato parenti, allusioni, telefonate. Ma stavolta non ha funzionato. Matteo aveva detto di no. E io avevo finalmente capito cosa vuol dire confine.
La vera rivelazione è arrivata una sera, molto tempo dopo quando lui ha posato consapevolmente le chiavi sul tavolo e mi ha detto:
«Questa è la nostra casa. E nessuno entrerà qui a contarti come fossi un oggetto.»
Ho capito che a volte la più grande vendetta non è la punizione,
ma restare al proprio posto con dignità, costringendo gli altri ad accettarlo.
E voi, come avreste reagito? Restereste in un matrimonio se la suocera vi trattasse apertamente da provvisorie e cominciasse a organizzare documenti alle vostre spalle?






