Ho deciso di smettere di portare le mie figlie ai ritrovi di famiglia dopo anni in cui non riuscivo a capire davvero cosa stesse succedendo.
Le mie figlie hanno 14 e 12 anni. Sin da piccole sono iniziate le solite innocenti osservazioni:
Mangia troppo.
Questo vestito non le dona.
È troppo grande per vestirsi così.
Deve tenere sotto controllo il peso fin da bambina.
Allinizio le vedevamo come piccole cose. Il tipico modo diretto di parlare della nostra famiglia italiana. Mi ripetevo: Eh, sono fatti così
Quando le ragazze erano più giovani, non sapevano come difendersi. Restavano zitte, spesso abbassavano lo sguardo o sorridevano per educazione. Vedevo che ci stavano male ma continuavo a convincermi che esageravo, che così erano semplicemente i pranzi di famiglia.
Sì, cera la tavola piena, risate, foto, abbracci
Ma anche sguardi insistenti. Confronti tra cugine. Domande inutili. Battute mascherate da scherzi.
E quando tornavamo a casa, le mie figlie erano più silenziose del solito.
Col tempo, i commenti non si sono mai fermati.
Sono solo cambiati nel modo.
Non era più solo il cibo ma il corpo, laspetto, lo sviluppo.
Questa è già troppo formata
Laltra invece è troppo esile.
Così nessuno la guarderà.
Se continua così, non si lamenti dopo.
Nessuno le chiedeva come si sentissero.
Nessuno si rendeva conto che sono ragazze che ascoltano e ricordano tutto.
Tutto è cambiato quando sono diventate adolescenti.
Un giorno, dopo una festa di famiglia, mia figlia maggiore, Alessandra, mi ha detto:
Papà non voglio più andare.
Mi ha spiegato che per lei quei momenti sono insopportabili: doversi preparare, andare, sedere a tavola, ingoiare le battute, sorridere educatamente e poi tornare a casa con quel peso.
La piccola, Martina, ha solo annuito. Nessuna parola.
In quel momento ho capito che entrambe avevano portato dentro questi sentimenti già da molto.
Così ho iniziato davvero a prestare attenzione.
Ho ripensato alle scene, alle frasi, agli sguardi e ai gesti.
Ho ascoltato anche altre storie: di chi è cresciuto in famiglie dove si dice tutto per il bene dei figli. Ho realizzato quanto può essere dannoso per lautostima.
Così, insieme a mia moglie Lucia, ho preso una decisione:
Le nostre figlie non frequenteranno più luoghi dove non si sentono al sicuro.
Non le obbligheremo mai.
Se un giorno saranno loro a desiderarlo, potranno andare.
Se non lo vorranno, non succederà nulla di grave.
La loro serenità viene prima della tradizione.
Alcuni parenti hanno già notato la nostra scelta.
Sono arrivate le domande.
Che succede?
Perché non vengono?
State esagerando.
È sempre stato così.
Non si possono crescere figli come fossero di porcellana.
Non mi sono giustificato.
Non ho fatto scenate.
Non ho litigato.
Semplicemente, ho smesso di portarle.
Talvolta, il silenzio dice più di mille parole.
Oggi le mie figlie sanno che il loro papà non le costringerà mai ad accettare umiliazioni travestite da opinioni.
Forse qualcuno non lo accetta.
Forse pensano che cerchiamo il conflitto.
Ma preferisco essere il padre che protegge i suoi limiti piuttosto che quello che finge di non vedere, mentre le sue figlie imparano ad odiare certe parti di sé solo per adeguarsi.
Chi cresce in Italia, lo sa bene: la famiglia è importante, ma non può venire prima del benessere dei figli.
A volte, per amore, bisogna avere la forza di cambiare le regole. Perché nessuna tradizione vale quanto il rispetto che dobbiamo dare a chi amiamo davvero.






