«— Michele, sono cinque anni che aspettiamo. Cinque. I medici dicono che non avremo mai figli. E poi… — Guarda, Michele! — Rimasi immobilizzata davanti al cancelletto, incapace di credere ai miei occhi. Mio marito varcò goffamente la soglia, piegato sotto il peso di un secchio pieno di pesci. Il fresco di luglio pungente arrivava fino alle ossa, ma quello che vidi sulla panca mi fece dimenticare il freddo. — Cos’hai visto? — chiese Michele appoggiando il secchio e avvicinandosi. Sulla vecchia panca accanto al cancello c’era un cesto di vimini. Dentro, avvolto in una copertina stinta, c’era un bambino. Quegli enormi occhi castani mi fissavano — senza paura, senza curiosità, semplicemente guardavano. — Dio mio… — sospirò Michele, — Ma da dove viene? Accarezzai con cautela i suoi capelli scuri. Il piccolo non si mosse, non pianse — sbatté solo le palpebre. Nel suo minuscolo pugno era stretta una nota. La aprii con delicatezza e lessi: «Per favore, aiutatelo. Io non posso. Mi dispiace.» — Bisogna chiamare i Carabinieri, — si preoccupò Michele grattandosi la testa. — E avvisare il Comune. Ma ormai tenevo già il piccolo tra le braccia, stretto a me. Aveva odore di polvere di strade e capelli non lavati. La tutina era consunta, ma pulita. — Anna, — disse Michele ansioso, — non possiamo semplicemente tenerlo. — Possiamo, — risposi incrociando il suo sguardo. — Michele, sono cinque anni che aspettiamo. Cinque. I medici hanno detto che non avremo mai bambini. E ora… — Però le leggi, i documenti… i genitori potrebbero tornare, — protestò lui. Scossi la testa: Non torneranno. Lo sento. Il bambino improvvisamente mi regalò un sorriso luminoso, come se capisse la nostra conversazione. E quello bastò. Grazie a qualche amico ci preoccupammo subito di affido e documenti. Il 1993 non fu facile. Dopo una settimana iniziammo a notare stranezze. Il piccolo, che chiamai Elia, non reagiva ai suoni. Pensavamo fosse solo assorto, riflessivo. Ma quando il trattore del vicino passò rumorosamente sotto la finestra e Elia non si mosse nemmeno, il cuore mi si strinse. — Michele, non sente, — sussurrai mentre lo mettavo a dormire nella vecchia culla che avevo da mio nipote. Mio marito fissò il fuoco nel camino a lungo, poi sospirò: Andiamo dal dottor Nicola a Zaricchio. Il medico visitò Elia e alzò le mani: è sordità congenita, completa. Non c’è speranza di intervento — non è il caso. Piansi per tutto il viaggio di ritorno. Michele guidava in silenzio, stringendo il volante finché le nocche gli diventavano bianche. La sera, quando Elia dormiva, tirò fuori una bottiglia dalla credenza. — Michele, magari non dovresti… — No, — versò mezza bicchiere e lo bevve d’un fiato. — Non lo lasceremo andare. — Chi? — Lui. Non lo daremo a nessuno, — disse deciso. — Ce la faremo da soli. — Ma come? Come lo si educa? Come… Michele mi interruppe con un gesto: — Se serve, imparerai. Tu sei un’insegnante. Troverai un modo. Quella notte non chiusi occhio. Sospiravo fissando il soffitto, pensando: “Come si insegna a un bambino che non sente? Come gli si dà tutto quello che gli serve?” Al mattino venne la risposta: ha occhi, mani, cuore. Ha già tutto il necessario. Il giorno dopo presi un quaderno e cominciai a fare un piano. Cercare libri, pensare a come insegnare senza suoni. Da quel momento la nostra vita cambiò per sempre. In autunno Elia aveva dieci anni. Seduto al davanzale, disegnava girasoli. Sul suo album non erano semplici fiori — danzavano, volteggiavano nel loro speciale balletto. — Guarda, Michele, — accennai entrando nella stanza. — Di nuovo giallo. Oggi è felice. In quei anni io ed Elia avevamo imparato a capirci. Prima il dattilologico — alfabeto delle dita, poi la LIS. Michele imparava più piano, ma le parole più importanti — «figlio», «ti amo», «orgoglio» — le conosceva da tempo. Scuole specializzate non ce n’erano, così facevo tutto io. Imparò a leggere in fretta, lettere, sillabe, parole. E a contare ancora più velocemente. Ma soprattutto, disegnava. Sempre, su tutto. Prima con le dita sui vetri appannati. Poi sulla lavagna che Michele aveva costruito apposta per lui. Infine — con i colori su carta e tela. Acquistavo i colori dalla città per posta, risparmiando su di me perché lui avesse il meglio. — Sempre il tuo muto che scribacchia? — sbuffò il vicino, guardando da sopra il recinto. — Che utilità può avere? Michele si alzò dal suo orto: — E tu, che fai di utile oltre a parlare a vuoto, Sem? Rapportarsi al paese era difficile. Non ci capivano. Elia veniva preso in giro, insultato. Soprattutto dai bambini. Un giorno tornò con la camicia strappata e uno graffio sulla guancia. Senza parlare mi mostrò chi era stato — Nicola, il figlio del capetto del paese. Piangevo curando la ferita. Elia asciugava le mie lacrime con le dita, sorridendo: come a dire, va tutto bene. Quella sera Michele uscì. Tornò tardi, senza dire nulla, ma aveva un livido sotto l’occhio. Da quel momento nessuno si permise più di sfiorare Elia. In adolescenza i suoi disegni cambiarono. Si formò uno stile — particolare, come venuto da un altro mondo. Ritraeva un mondo senza suoni, ma in quelle opere c’era una profondità che toglieva il fiato. Le pareti erano tutte coperte delle sue tele. Un giorno arrivò una commissione dal Comune a valutare la mia didattica. Una donna anziana entrò, vide i quadri e si bloccò. — Chi ha dipinto questi? — chiese sottovoce. — Mio figlio, — risposi orgogliosa. — Dovete far vedere queste opere agli esperti, — si tolse gli occhiali. — Questo ragazzo… ha un vero dono. Ma avevamo paura. Il mondo fuori dal paese sembrava troppo grande e troppo pericoloso per Elia. Come avrebbe fatto senza di noi, senza i nostri gesti e segni? — Ci andiamo, — insistevo preparando le sue cose. — È la fiera degli artisti al Comune. È il momento che mostri le tue opere. Elia aveva ormai diciassette anni. Alto, snello, con dita lunghe e sguardo attento che sembrava cogliere ogni dettaglio. Acconsentì — era inutile contraddirmi. Alla fiera i suoi quadri furono appesi nel punto più nascosto. Cinque tele — campi, uccelli, mani che reggono il sole. La gente passava veloce, pochi si fermavano. Poi arrivò lei — una donna dai capelli grigi, dall’andatura fierissima e dallo sguardo acuto. Restò di fronte alle tele, immobile. Poi si girò verso di me: — Sono tuoi questi quadri? — Di mio figlio, — indicai Elia accanto a me con le braccia incrociate. — Non sente? — domandò notando i nostri gesti. — No, dalla nascita. Lei annuì: — Mi chiamo Vera Sergi, sono della Galleria d’Arte di Roma. Questo lavoro… — trattenne il fiato osservando la tela più piccola, un tramonto sui campi. — Qui c’è quello che molti artisti cercano per anni. La voglio comprare. Elia mi fissava nervoso mentre traducevo i gesti. Le sue dita tremarono, lo sguardo rivelava diffidenza. — Siete sicuri di non voler venderle? — la donna incalzava forte, da intenditrice. — Non ci abbiamo mai pensato… — balbettai arrossendo. — Questa è l’anima di lui sulla tela. Tirò fuori il portafogli e pagò senza mercanteggiare: una cifra che Michele avrebbe guadagnato in sei mesi di lavoro in falegnameria. Tornò dopo una settimana. Prese la seconda tela, quella con le mani che reggono il sole dell’alba. A metà autunno il postino recapitò una lettera. «Nel lavoro di tuo figlio c’è una rara sincerità. Una comprensione profonda senza parole. È proprio ciò che cercano i veri intenditori d’arte.» Roma ci accolse con strade grigie e sguardi freddi. La galleria era un piccolo locale in periferia. Eppure ogni giorno venivano persone dagli sguardi attenti. Studiavano le tele, discutevano composizione e colori. Elia osservava a distanza, seguendo i movimenti delle labbra e delle mani. Non sentiva le parole, ma i volti dicevano tutto: stava accadendo qualcosa di speciale. Poi iniziarono sovvenzioni, tirocini, articoli sulle riviste. Lo chiamavano «Il Pittore del Silenzio». I suoi lavori — come urli taciti dell’anima — colpivano profondamente chiunque li guardasse. Passarono tre anni. Michele pianse, salutando il figlio alla sua prima mostra personale. Io mi tenni forte, ma dentro ero scossa. Il nostro Elia ormai era grande. Senza di noi. Ma tornò. Un giorno di sole apparve con un mazzo di fiori di campo. Ci abbracciò e ci prese per mano, guidandoci attraverso tutto il paese incurante degli sguardi, fino ai campi lontani. Lì c’era una Casa. Nuova, bianca, con balcone e finestre immense. Il paese si era chiesto tanto di chi fosse quell’uomo ricco che costruiva, ma nessuno lo conosceva. — Cos’è questa? — bisbigliai incredula. Elia sorrise e mostrò le chiavi. Dentro c’erano camere spaziose, studio, libreria, mobili nuovi. — Figlio, — Michele guardava sbalordito, — è… la tua casa? Elia scosse il capo e con i gesti spiegò: «Nostra. Vostra e mia.» Poi ci portò in cortile, dove sulla parete campeggiava un quadro enorme: un cesto davanti al cancelletto, una donna dal volto luminoso con un bambino in braccio, e la scritta a gesti sopra: «Grazie, mamma». Rimasi immobile, senza riuscire a muovermi. Le lacrime mi scendevano, ma non le asciugavo. Mio Michele, sempre così riservato, saltò avanti e strinse Elia così forte che quasi non respirava. Elia rispose allo stesso modo e poi mi allungò la mano. Restammo così in tre in mezzo ai campi davanti alla nuova casa. Oggi i quadri di Elia sono esposti nelle migliori gallerie del mondo. Ha aperto una scuola per bambini sordi in città e finanzia programmi di sostegno. Il paese è orgoglioso di lui – il nostro Elia, che sente col cuore. E io e Michele viviamo proprio in quella casa bianca. Ogni mattina esco sul portico con una tazza di tè e guardo il quadro sul muro. A volte penso — cosa sarebbe successo se quella mattina di luglio non fossimo usciti? Se non l’avessi visto? Se avessi avuto paura? Ora Elia vive in città, in un grande appartamento, ma ogni fine settimana torna a casa. Mi abbraccia e ogni dubbio scompare. Non sentirà mai la mia voce. Ma conosce ogni parola. Non sentirà mai la musica, ma ne crea una tutta sua — con colori e linee. E guardando il suo sorriso felice, capisco — a volte i momenti più importanti della vita accadono nel pieno silenzio. Mettete un like e lasciate i vostri pensieri nei commenti!

Marco, sono ormai cinque anni che aspettiamo. Cinque anni. I medici ci hanno detto che non potremo avere figli. E ora…

Marco, guarda! mi sono fermata accanto al cancello, bloccata dallincredulità.

Mio marito ha varcato la soglia con un po di fatica, piegato dal peso di un secchio pieno di trote appena pescate. La mattina fresca di luglio pungeva le ossa, ma quello che ho visto sulla panca mi ha fatto dimenticare il freddo.

Che succede? Marco ha posato il secchio ed è venuto vicino a me.

Sulla vecchia panca vicino alla recinzione c’era un cestino di vimini. Dentro, avvolto in una copertina scolorita, dormiva un neonato.

Aveva occhi grandi e scuri, che mi guardavano dritti senza paura, senza curiosità, semplicemente così.

Santo cielo, ha sussurrato Marco, da dove arriva?

Ho accarezzato piano i suoi capelli folti e corvini. Il piccolo non si è mosso, non ha pianto: ha solo sbattuto le palpebre.

Nel suo pugno minuscolo stringeva un foglietto. Con delicatezza gli ho aperto la manina e ho letto:

«Aiutatelo, vi prego. Io non posso. Mi dispiace».

Bisogna chiamare i carabinieri, ha detto Marco col capo chino. E avvisare il comune.

Ma io avevo già preso il bambino in braccio, stretto forte contro di me. Profumava di polvere, di strade percorse e capelli spettinati. Il suo pagliaccetto era sdrucito, ma pulito.

Anna, Marco mi ha guardato preoccupato non possiamo semplicemente tenerlo.

Possiamo eccome, gli ho risposto fissandolo negli occhi. Marco, abbiamo aspettato cinque anni. Cinque. I medici ci dicevano che non sarebbe mai accaduto. Ma ora…

Sì, però, la legge, i documenti… E se i genitori si rifanno vivi?

Ho scosso la testa: Non verranno mai. Lo sento.

Il bambino mi ha sorriso largo, come se avesse capito tutto. Ed era abbastanza. In qualche giorno, con qualche aggancio, abbiamo sistemato affido e documenti. Era il 1993, un anno tutt’altro che facile.

Dopo una settimana, abbiamo notato delle stranezze. Il piccolo, che io chiamavo Elia, non reagiva ai rumori. Allinizio pensavamo fosse solo un bimbo particolarmente riflessivo.

Ma quando il trattore di Giuseppe è passato gracchiando sotto la finestra e Elia non si è nemmeno voltato, il cuore mi si è stretto.

Marco, non sente nulla, gli ho detto con voce rotta, sistemando Elia nella vecchia culla che ci aveva lasciato mio nipote.

Mio marito rimase a lungo a fissare il fuoco nel camino, poi ha sospirato: Andiamo dal dottore a San Giacomo. Da Nicola.

Il dottore lo ha visitato e allargato le braccia: sordità totale, congenita. Non cè chirurgia che tenga.

Piangevo tutto il viaggio di ritorno. Marco non diceva niente, stringendo il volante finché le nocche diventavano bianche. Quella sera, mentre Elia dormiva, ha tirato fuori il vino dalla credenza.

Marco, lascia perdere

No, ha versato mezzo bicchiere e lo ha bevuto tutto dun fiato. Non lo diamo via.

Chi?

Lui. Non lo affidiamo a nessuno. Faremo da soli.

Ma come? Come lo educheremo? Come…

Marco mi ha fermato con un gesto:

Se serve, ti arrangerai. Sei uninsegnante, Anna. Inventerai qualcosa.

Quella notte non ho chiuso occhio. Fissavo il soffitto, pensando: Come si insegna a un figlio che non sente? Come gli do ciò che serve?

E allalba è arrivata la risposta: ha occhi, mani, cuore. Ha tutto ciò che serve davvero.

Il giorno dopo ho tirato fuori il quaderno e ho iniziato a scrivere un piano. Cercare libri, inventare modi per insegnare senza suoni. Da quel momento la nostra vita è cambiata per sempre.

In autunno Elia ha compiuto dieci anni. Era seduto vicino alla finestra e disegnava girasoli. Nei suoi album non erano semplici fiori: danzavano, ruotavano in un ballo tutto loro.

Marco, guarda che meraviglia, ho detto entrando in camera.

Sempre col giallo. Oggi è felice.

Negli anni, io ed Elia abbiamo imparato a capirci senza parole. Prima lettere con le dita, poi la lingua dei segni.

Marco imparava un po più piano, ma le parole importanti «figlio», «ti voglio bene», «orgoglio» da tempo le sapeva tutte.

In paese non cerano scuole apposite, così studiavo con lui da sola. Imparava a leggere in fretta; lettere, sillabe, parole. A contare ci è voluto ancora meno.

Ma soprattutto: disegnava. Ovunque capitasse, con qualsiasi cosa.

Allinizio con le dita sul vetro appannato.

Poi sulla lavagna che Marco aveva costruito apposta per lui. Più avanti con pennelli e colori su carta e tela.

Ordinavo colori dalla città per posta, risparmiando su di me, solo per farlo felice.

Ancora col tuo muto che pasticcia lì? brontolava il vicino, Sandro, sporgendosi dal vialetto. Che ci fai, con uno così?

Marco si è alzato dalla terra, le mani sporche:

E tu, Sandro, di utile ne fai qualcosa? O solo chiacchiere?

Non era facile con la gente del paese. Non ci capivano, prendevano in giro Elia, soprattutto i ragazzini.

Una volta tornò a casa con la camicia strappata e un graffio sulla guancia. Mi fece segno, senza una parola era Luca, il figlio del capovillaggio.

Io gli medicavo la ferita in lacrime. Elia asciugava le mie lacrime, sorridendo: come a dire, non preoccuparti, tutto passato.

Quella sera Marco uscì. Rientrò tardi, con un livido sotto locchio. Dopo quellepisodio nessuno toccò più Elia.

Crescendo, i disegni sono cambiati. Aveva un suo stile, strano, come venuto da un altro mondo.

Rappresentava il suo silenzio, ma in quei quadri cera una profondità che toglieva il fiato. Tutte le pareti di casa erano ricoperte dalle sue opere.

Un giorno è arrivata una commissione dall’ufficio scolastico, per controllare la didattica. Una signora anziana, severa, è entrata e ha visto i quadri. È rimasta ferma, in silenzio.

Chi li ha dipinti? ha chiesto piano.

Mio figlio, ho risposto con orgoglio.

Dovreste mostrarli a qualcuno di importante, si è tolta gli occhiali. Ha un talento vero, vostro ragazzo.

Ma avevamo paura. Il mondo fuori dal paese ci sembrava grande e rischioso per Elia. Come avrebbe fatto senza di noi, senza i suoi segni e le sue abitudini?

Ci andiamo, ho deciso. Era una mostra darte a livello provinciale. Doveva mostrare i suoi lavori.

Elia ormai aveva diciassette anni. Alto, mingherlino, con le dita lunghe e il suo sguardo attento che sembrava vedere tutto. Ha accettato senza protestare con me non si discuteva.

Alla mostra i suoi quadri sono finiti nellangolo più in fondo. Cinque piccoli dipinti: campi, uccelli, mani che afferrano il sole. La gente passava, buttava un occhio, nessuno si fermava.

Poi è arrivata lei una donna dai capelli grigi, schiena dritta, occhi pungenti. Ha fissato i quadri a lungo, immobile. Poi si è girata di scatto verso di me.

Sono i suoi lavori?

Di mio figlio, ho accennato con la testa verso Elia, che era lì accanto e si stringeva le braccia.

È sordo? ha notato subito come comunicavamo.

Sì, dalla nascita.

Ha annuito.

Mi chiamo Vera. Lavoro a una galleria di Firenze. Questo quadro il fiato le è mancato un secondo, osservando quello del tramonto su un campo. Ha quello che molti artisti cercano per anni. Lo voglio comprare.

Elia rimase immobile, guardando la mia faccia mentre traducevo le parole con gesti goffi. Le dita gli tremavano, lo sguardo tentennante.

Siete sicuri di non volerlo vendere? la voce era di chi ne sa.

Non ci abbiamo mai pensato, ho balbettato, tutta rossa. È la sua anima, quella tela.

Lei aprì il portafoglio di pelle e, senza discutere, mise giù lequivalente di circa sei mesi di lavoro di Marco alla falegnameria. In euro, ovviamente.

Dopo una settimana tornò per prenderne un altro, quello con le mani che reggevano il sole.

A metà autunno ci fu una lettera.

«Nei lavori di vostro figlio cè verità, profondità senza parole. Quello che ora cercano davvero gli esperti.»

Quando siamo arrivati in città, il centro di Firenze ci ha accolto con strade umide e sguardi freddi. La galleria era minuscola, persa tra palazzi antichi. Ogni giorno però si avvicinavano persone con occhi attenti.

Guardavano i quadri, discutevano dei colori e delle forme. Elia stava in disparte, leggeva il movimento delle bocche, delle mani.

Non sentiva i discorsi, ma i volti raccontavano tutto: era qualcosa di speciale.

Poi sono arrivati i premi, le borse di studio, gli articoli. Lo chiamavano «Il pittore del silenzio». Le sue opere dicevano cose senza dire nulla. Arrivavano dritte al cuore.

Tre anni sono passati. Marco non riusciva a smettere di piangere mentre salutava suo figlio per la prima personale. Io mi tenevo su, ma dentro mi tremava tutto.

Ormai nostro figlio è adulto. Senza di noi. Ma è tornato. Un pomeriggio di sole labbiamo visto sulla soglia con un mazzo di fiori di campo. Ci ha abbracciato e, preso per mano, ci ha portato lungo il paese tra gli sguardi curiosi.

Lì cera una casa bianca, nuova, con un balcone enorme e vetrate ovunque. In paese si chiedevano da mesi chi fosse il ricco che costruiva, ma nessuno aveva mai visto il proprietario.

Cosè questa casa? ho sussurrato senza crederci.

Elia ha sorriso e ha tirato fuori le chiavi. Dentro, tutto luminoso, laboratori, scaffali pieni di libri, mobili nuovi.

Figlio, Marco era stordito, questa casa è tua?

Elia ha scosso la testa e fatto segno: «No, è nostra. Vostra e mia».

Poi ci ha portato fuori sul prato, dove sulla parete cera un quadro enorme: il cestino vicino al cancello, una donna radiosa con un bimbo, e una frase scritta a gesti: «Grazie, mamma». Sono rimasta ferma, incapace di muovermi. Le lacrime mi scendevano, ma non riuscivo neanche ad asciugarle.

Marco, solitamente riservato, si è avvicinato e ha stretto Elia così forte che quasi non respirava.

Elia ha contraccambiato, poi ha teso la mano anche a me. Siamo rimasti così, tutti e tre, davanti alla casa nuova, nei campi.

Oggi i quadri di Elia decorano le più grandi gallerie del mondo. Ha aperto una scuola per bambini sordi e sostiene molte iniziative.

Il paese è fiero di lui Elia, che ascolta col cuore. E io e Marco abitiamo ancora in quella casa bianca. Ogni mattina esco sul portico con una tazza di tè e guardo il quadro appeso al muro.

Ogni tanto penso cosa sarebbe successo se quella mattina di luglio non fossimo usciti? Se non lavessi visto? Se avessi avuto paura?

Elia ora vive in città, in un bel appartamento, ma ogni fine settimana torna a casa. Mi abbraccia e spariscono tutti i dubbi.

Non sentirà mai la mia voce. Ma conosce ogni parola.

Niente musica, ma crea la sua con pennelli e colori. E quando vedo il suo sorriso felice capisco che, sì, a volte i momenti più importanti della vita succedono nel pieno silenzio.

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«— Michele, sono cinque anni che aspettiamo. Cinque. I medici dicono che non avremo mai figli. E poi… — Guarda, Michele! — Rimasi immobilizzata davanti al cancelletto, incapace di credere ai miei occhi. Mio marito varcò goffamente la soglia, piegato sotto il peso di un secchio pieno di pesci. Il fresco di luglio pungente arrivava fino alle ossa, ma quello che vidi sulla panca mi fece dimenticare il freddo. — Cos’hai visto? — chiese Michele appoggiando il secchio e avvicinandosi. Sulla vecchia panca accanto al cancello c’era un cesto di vimini. Dentro, avvolto in una copertina stinta, c’era un bambino. Quegli enormi occhi castani mi fissavano — senza paura, senza curiosità, semplicemente guardavano. — Dio mio… — sospirò Michele, — Ma da dove viene? Accarezzai con cautela i suoi capelli scuri. Il piccolo non si mosse, non pianse — sbatté solo le palpebre. Nel suo minuscolo pugno era stretta una nota. La aprii con delicatezza e lessi: «Per favore, aiutatelo. Io non posso. Mi dispiace.» — Bisogna chiamare i Carabinieri, — si preoccupò Michele grattandosi la testa. — E avvisare il Comune. Ma ormai tenevo già il piccolo tra le braccia, stretto a me. Aveva odore di polvere di strade e capelli non lavati. La tutina era consunta, ma pulita. — Anna, — disse Michele ansioso, — non possiamo semplicemente tenerlo. — Possiamo, — risposi incrociando il suo sguardo. — Michele, sono cinque anni che aspettiamo. Cinque. I medici hanno detto che non avremo mai bambini. E ora… — Però le leggi, i documenti… i genitori potrebbero tornare, — protestò lui. Scossi la testa: Non torneranno. Lo sento. Il bambino improvvisamente mi regalò un sorriso luminoso, come se capisse la nostra conversazione. E quello bastò. Grazie a qualche amico ci preoccupammo subito di affido e documenti. Il 1993 non fu facile. Dopo una settimana iniziammo a notare stranezze. Il piccolo, che chiamai Elia, non reagiva ai suoni. Pensavamo fosse solo assorto, riflessivo. Ma quando il trattore del vicino passò rumorosamente sotto la finestra e Elia non si mosse nemmeno, il cuore mi si strinse. — Michele, non sente, — sussurrai mentre lo mettavo a dormire nella vecchia culla che avevo da mio nipote. Mio marito fissò il fuoco nel camino a lungo, poi sospirò: Andiamo dal dottor Nicola a Zaricchio. Il medico visitò Elia e alzò le mani: è sordità congenita, completa. Non c’è speranza di intervento — non è il caso. Piansi per tutto il viaggio di ritorno. Michele guidava in silenzio, stringendo il volante finché le nocche gli diventavano bianche. La sera, quando Elia dormiva, tirò fuori una bottiglia dalla credenza. — Michele, magari non dovresti… — No, — versò mezza bicchiere e lo bevve d’un fiato. — Non lo lasceremo andare. — Chi? — Lui. Non lo daremo a nessuno, — disse deciso. — Ce la faremo da soli. — Ma come? Come lo si educa? Come… Michele mi interruppe con un gesto: — Se serve, imparerai. Tu sei un’insegnante. Troverai un modo. Quella notte non chiusi occhio. Sospiravo fissando il soffitto, pensando: “Come si insegna a un bambino che non sente? Come gli si dà tutto quello che gli serve?” Al mattino venne la risposta: ha occhi, mani, cuore. Ha già tutto il necessario. Il giorno dopo presi un quaderno e cominciai a fare un piano. Cercare libri, pensare a come insegnare senza suoni. Da quel momento la nostra vita cambiò per sempre. In autunno Elia aveva dieci anni. Seduto al davanzale, disegnava girasoli. Sul suo album non erano semplici fiori — danzavano, volteggiavano nel loro speciale balletto. — Guarda, Michele, — accennai entrando nella stanza. — Di nuovo giallo. Oggi è felice. In quei anni io ed Elia avevamo imparato a capirci. Prima il dattilologico — alfabeto delle dita, poi la LIS. Michele imparava più piano, ma le parole più importanti — «figlio», «ti amo», «orgoglio» — le conosceva da tempo. Scuole specializzate non ce n’erano, così facevo tutto io. Imparò a leggere in fretta, lettere, sillabe, parole. E a contare ancora più velocemente. Ma soprattutto, disegnava. Sempre, su tutto. Prima con le dita sui vetri appannati. Poi sulla lavagna che Michele aveva costruito apposta per lui. Infine — con i colori su carta e tela. Acquistavo i colori dalla città per posta, risparmiando su di me perché lui avesse il meglio. — Sempre il tuo muto che scribacchia? — sbuffò il vicino, guardando da sopra il recinto. — Che utilità può avere? Michele si alzò dal suo orto: — E tu, che fai di utile oltre a parlare a vuoto, Sem? Rapportarsi al paese era difficile. Non ci capivano. Elia veniva preso in giro, insultato. Soprattutto dai bambini. Un giorno tornò con la camicia strappata e uno graffio sulla guancia. Senza parlare mi mostrò chi era stato — Nicola, il figlio del capetto del paese. Piangevo curando la ferita. Elia asciugava le mie lacrime con le dita, sorridendo: come a dire, va tutto bene. Quella sera Michele uscì. Tornò tardi, senza dire nulla, ma aveva un livido sotto l’occhio. Da quel momento nessuno si permise più di sfiorare Elia. In adolescenza i suoi disegni cambiarono. Si formò uno stile — particolare, come venuto da un altro mondo. Ritraeva un mondo senza suoni, ma in quelle opere c’era una profondità che toglieva il fiato. Le pareti erano tutte coperte delle sue tele. Un giorno arrivò una commissione dal Comune a valutare la mia didattica. Una donna anziana entrò, vide i quadri e si bloccò. — Chi ha dipinto questi? — chiese sottovoce. — Mio figlio, — risposi orgogliosa. — Dovete far vedere queste opere agli esperti, — si tolse gli occhiali. — Questo ragazzo… ha un vero dono. Ma avevamo paura. Il mondo fuori dal paese sembrava troppo grande e troppo pericoloso per Elia. Come avrebbe fatto senza di noi, senza i nostri gesti e segni? — Ci andiamo, — insistevo preparando le sue cose. — È la fiera degli artisti al Comune. È il momento che mostri le tue opere. Elia aveva ormai diciassette anni. Alto, snello, con dita lunghe e sguardo attento che sembrava cogliere ogni dettaglio. Acconsentì — era inutile contraddirmi. Alla fiera i suoi quadri furono appesi nel punto più nascosto. Cinque tele — campi, uccelli, mani che reggono il sole. La gente passava veloce, pochi si fermavano. Poi arrivò lei — una donna dai capelli grigi, dall’andatura fierissima e dallo sguardo acuto. Restò di fronte alle tele, immobile. Poi si girò verso di me: — Sono tuoi questi quadri? — Di mio figlio, — indicai Elia accanto a me con le braccia incrociate. — Non sente? — domandò notando i nostri gesti. — No, dalla nascita. Lei annuì: — Mi chiamo Vera Sergi, sono della Galleria d’Arte di Roma. Questo lavoro… — trattenne il fiato osservando la tela più piccola, un tramonto sui campi. — Qui c’è quello che molti artisti cercano per anni. La voglio comprare. Elia mi fissava nervoso mentre traducevo i gesti. Le sue dita tremarono, lo sguardo rivelava diffidenza. — Siete sicuri di non voler venderle? — la donna incalzava forte, da intenditrice. — Non ci abbiamo mai pensato… — balbettai arrossendo. — Questa è l’anima di lui sulla tela. Tirò fuori il portafogli e pagò senza mercanteggiare: una cifra che Michele avrebbe guadagnato in sei mesi di lavoro in falegnameria. Tornò dopo una settimana. Prese la seconda tela, quella con le mani che reggono il sole dell’alba. A metà autunno il postino recapitò una lettera. «Nel lavoro di tuo figlio c’è una rara sincerità. Una comprensione profonda senza parole. È proprio ciò che cercano i veri intenditori d’arte.» Roma ci accolse con strade grigie e sguardi freddi. La galleria era un piccolo locale in periferia. Eppure ogni giorno venivano persone dagli sguardi attenti. Studiavano le tele, discutevano composizione e colori. Elia osservava a distanza, seguendo i movimenti delle labbra e delle mani. Non sentiva le parole, ma i volti dicevano tutto: stava accadendo qualcosa di speciale. Poi iniziarono sovvenzioni, tirocini, articoli sulle riviste. Lo chiamavano «Il Pittore del Silenzio». I suoi lavori — come urli taciti dell’anima — colpivano profondamente chiunque li guardasse. Passarono tre anni. Michele pianse, salutando il figlio alla sua prima mostra personale. Io mi tenni forte, ma dentro ero scossa. Il nostro Elia ormai era grande. Senza di noi. Ma tornò. Un giorno di sole apparve con un mazzo di fiori di campo. Ci abbracciò e ci prese per mano, guidandoci attraverso tutto il paese incurante degli sguardi, fino ai campi lontani. Lì c’era una Casa. Nuova, bianca, con balcone e finestre immense. Il paese si era chiesto tanto di chi fosse quell’uomo ricco che costruiva, ma nessuno lo conosceva. — Cos’è questa? — bisbigliai incredula. Elia sorrise e mostrò le chiavi. Dentro c’erano camere spaziose, studio, libreria, mobili nuovi. — Figlio, — Michele guardava sbalordito, — è… la tua casa? Elia scosse il capo e con i gesti spiegò: «Nostra. Vostra e mia.» Poi ci portò in cortile, dove sulla parete campeggiava un quadro enorme: un cesto davanti al cancelletto, una donna dal volto luminoso con un bambino in braccio, e la scritta a gesti sopra: «Grazie, mamma». Rimasi immobile, senza riuscire a muovermi. Le lacrime mi scendevano, ma non le asciugavo. Mio Michele, sempre così riservato, saltò avanti e strinse Elia così forte che quasi non respirava. Elia rispose allo stesso modo e poi mi allungò la mano. Restammo così in tre in mezzo ai campi davanti alla nuova casa. Oggi i quadri di Elia sono esposti nelle migliori gallerie del mondo. Ha aperto una scuola per bambini sordi in città e finanzia programmi di sostegno. Il paese è orgoglioso di lui – il nostro Elia, che sente col cuore. E io e Michele viviamo proprio in quella casa bianca. Ogni mattina esco sul portico con una tazza di tè e guardo il quadro sul muro. A volte penso — cosa sarebbe successo se quella mattina di luglio non fossimo usciti? Se non l’avessi visto? Se avessi avuto paura? Ora Elia vive in città, in un grande appartamento, ma ogni fine settimana torna a casa. Mi abbraccia e ogni dubbio scompare. Non sentirà mai la mia voce. Ma conosce ogni parola. Non sentirà mai la musica, ma ne crea una tutta sua — con colori e linee. E guardando il suo sorriso felice, capisco — a volte i momenti più importanti della vita accadono nel pieno silenzio. Mettete un like e lasciate i vostri pensieri nei commenti!