La suocera ha deciso di ristrutturare la mia cucina a suo piacimento mentre ero al lavoro

La suocera ha deciso di rinnovare la mia cucina a suo piacimento mentre ero al lavoro.

Marco, ti prego, tieni docchio la mamma, non lasciarla combinare troppo in cucina. Sai quanti euro ho speso per il ristrutturare e quanto mi preoccupo dei rivestimenti, diceva Ginevra, appoggiata al corridoio, stringendo nervosamente la tracolla della borsa.

Marco, sorseggiando il caffè mattutino, alzò la mano con una smorfia bonaria.

Ginevra, ma perché ti preoccupi così? La mamma è qui solo per una settimana, finché non finiscono le tubature. Che è una nemica? Ti farà pure il brodo, così non dovrai stare tutta la sera al fornello.

Il brodo è bello, ma ti chiedo davvero di impedire alla mamma di migliorare lo spazio. Ti ricordi quando, nella vecchia casa, ha ritenuto noioso il muro bianco e ha incollato una striscia di delfini nel corridoio? Ho passato una settimana a raschiare la colla.

Dai, non ricordare i disastri del passato. La mamma vuole solo un po di accoglienza. Corri, non fare tardi. Oggi lavoro da casa, ti coprirò io.

Ginevra sospirò, baciò Marco sulla guancia e uscì. Il cuore le batteva forte. La sua cucina era il suo tempio, il suo orgoglio, il suo punto di forza. Per tre mesi aveva scelto con il designer la tonalità dei rivestimenti: un grigio antracite opaco, piano di pietra naturale, linee nette, rubinetti nascosti. Niente barattoli inutili, magneti sul frigo o asciugamani colorati. Lo stil minimal laveva costata un patrimonio, e ogni graffio sulla superficie la faceva sentire ferita.

Valentina Bianchi, la suocera, una donna rumorosa e decisa, era arrivata la sera prima. Dopo aver dato unocchiata critica allappartamento, aveva commentato: Qui sembra un ospedale, pulito ma senza nulla da guardare. Ginevra aveva sorriso, attribuendo il commento alla stanchezza del viaggio.

La giornata lavorativa sembrava infinita. Ginevra voleva telefonare a Marco più volte, ma si trattava: Marco è un adulto, ha promesso di vigilare. Inoltre, doveva finire una relazione importante, non poteva perdersi in paranoie domestiche.

A pranzo, però, cedette.

Come va? Come sta la mamma?

Tutto ok rispose Marco, un po troppo allegro. La mamma ehm sta facendo un po di ordine. Ha messo una torta in forno, lodore è ovunque!

Una torta? Ginevra si irrigidì. Ha acceso il forno? Ha toccato il display sensibile? Cè il blocco di sicurezza.

Lha sistemato, è furba. Ginevra, ho una riunione su Zoom, ti richiamo più tardi, ok? Baci!

Il filo si spense in fretta. Sta facendo un po di ordine poteva significare qualsiasi cosa: dal lavare i piatti al spostare i mobili.

Il resto della giornata fu un continuo fruscio di ansia. Ginevra immaginava macchie di grasso sui pannelli opachi, graffi sulla pietra, piastrelle sciolte. Ma la realtà che lattendeva a casa superava le peggiori paure.

Appena uscì dallascensore, sentì lodore di cipolla fritta, lievito e, stranamente, di candeggina. Aprì la porta di casa.

Sono a casa! esclamò, scaricandosi le scarpe.

Il silenzio rispose. Solo dal tavolo della cucina si sentiva il canto allegro della suocera e il tintinnio delle stoviglie. Camminò verso il corridoio; la porta della cucina era spalancata. Entrò e, con la borsa che le cadeva di mano, rimase immobile.

La sua cucina il suo rifugio grigio era sparita.

Il primo colpo docchio fu unesplosione di colore. Il piano di pietra, impeccabile, era coperto da una tovaglia di plastica arancione con girasoli giganti. I bordi ondeggiavano in modo irregolare, nascondendo i cassetti inferiori.

Oh, Ginevra è qui! sbraitò Valentina, avvolta in un grembiule a pois (che Ginevra non aveva mai visto), girandosi dal fornello con il viso raggiante. Stiamo facendo le coccole con le sfoglie! Ti preparo qualcosa, tesoro. Ho cucinato dallalba!

Ginevra non riuscì a parlare. I suoi occhi correvano su tutto, registrando il disastro.

Sui pannelli grigio opaco, vietati a qualsiasi abrasivo, cerano adesivi vinilici di farfalle. Rosa, azzurre, verde lime, grandi come una mano, sparsi su tutti gli sportelli.

Valentina sussurrò Ginevra, sentendo locchio sinistro vibrare. Che è questo?

Le farfalle? Le ho prese al mercato mentre andavo a comprare il latte. Che lambiente sia più allegro! Qui cerano solo muri grigi, tristi come una cripta. Adesso è estate, gioia! E a Marco è piaciuto, vero, tesoro?

Marco apparve in soglia, con unespressione colpevole e un paio di calzini scialli.

Mamma, ti ho detto che Ginevra non apprezzerebbe balbettò.

Che cè da valutare! esclamò la suocera, agitando le braccia. Ho aggiunto un po di calore! Una cucina costosa senza anima è fredda e vuota.

Ginevra avanzò verso la finestra. Le tende romaniche asfalto bagnato erano sparite, sostituite da un velo bianco riccamente ricamato con cigni dorati.

E le tende la voce di Ginevra si affievolì. Dove sono?

Le ho messe in lavatrice, erano un po grigie. Ho preso quelle che avevo in valigia, per caso. Guardami, è più luminoso! Come in un palazzo!

Ginevra sollevò il bordo della tovaglia di girasoli e trovò una macchia appiccicosa.

Perché la tovaglia? È pietra naturale, non si dovrebbe coprire

Il tuo pietra è fredda, ti fa gelare le mani! intervenne Valentina. Ho usato la tovaglia per non sporcare il pane. Lho presa al Convenienza, costava pochi centesimi, ma leffetto è tutto.

Il suo sangue cominciò a bollire. Guardò il frigorifero: un gigante dacciaio di due metri, tradizionalmente vietato, ora era una bacheca di magneti: maialini, gatti, foto delle città del Nord Italia.

Da dove indicò Ginevra con mano tremante.

Sono miei! Li ho portati da casa, altrimenti sarebbero rimasti a prendere polvere. Ecco, questo è di Genova, dove siamo andati quando Marco aveva cinque anni. Ricordi?

Ginevra chiuse gli occhi, respirò profondamente. Doveva calmarsi, non dire di più. Era la madre di Marco, voleva aiutare.

Marco, disse con voce gelida. Posso parlarti due minuti in camera da letto?

Marco si avvicinò, e Valentina gridò:

Non sussurrate, altrimenti si raffredda tutto! Sedetevi a mangiare, che il pranzo è pronto!

In camera da letto, Ginevra chiuse la porta e si appoggiò al telaio.

Mi avevi promesso di stare attento.

Ginevra, ero al lavoro! iniziò Marco, agitandosi. Avevo una call con il cliente, sono andato a prendere acqua e sono tornato e le farfalle! Le ho detto: Mamma, Ginevra si incazzerebbe. Lei ha risposto: Andrà bene, le farò una sorpresa. Non potevo toglierle gli adesivi, si offenderebbe!

Si è offesa?! Ginevra urlò, trattenendo la rabbia. Ha trasformato la mia cucina in una fiera di paese! Ritagli, girasoli, farfalle! Capisci che la colla può rovinare il softtouch?

Lo puliremo, ok? Non è un problema

Cosa puliremo? Hai visto cosa ha fatto ai listelli?

No, cosa?

Non lho visto, ma temo. Vai a dirle di rimettere tutto comera.

Non posso, è la mamma. È stata con il pane fin dallalba. Se le dico che è un disastro, la pressione salirà. È così iperprotettiva. Aspettiamo una settimana? Se se ne va, sistemiamo tutto in silenzio.

Una settimana? gli occhi di Ginevra si spalancarono. Non potrò bere caffè in mezzo a cigni dorati e farfalle di plastica! Mi fa girare la testa!

Solo per me, per favore. Ti compro due buoni per la spa. Nessun litigio. La mamma è già stressata per i lavori a casa sua, ha bisogno di sentirsi utile.

Marco guardò Ginevra, gli occhi pieni di suppliche e paura di conflitti. La sua rabbia si placò, lasciando spazio a unirritazione più sottile.

Va bene, disse Ginevra. Non farò scenate ora. Tolgo la tovaglia e rimetto le tende questa sera. Dico che sono allergica ai materiali sintetici.

Tornarono in cucina. Valentina aveva già apparecchiato: sopra la tovaglia di girasoli cerano piatti di minestra di pomodoro fumante e al centro una montagna di arancini.

Sedetevi, operai! ordinò la suocera. Vuoi panna?

Ginevra si sedette, senza fame, ma laroma era irresistibile. Prese il cucchiaio, evitando ladesivo con la larva sorridente proprio davanti al naso.

Valentina, grazie per la cena, iniziò diplomaticamente. Ma per i decori ho gusti molto specifici. Amo gli spazi vuoti.

Non è gusto, è depressione, cara, replicò la suocera, mordendo un arancino. Una donna giovane deve vivere nella bellezza. Fiori, pizzi, energia femminile. Il tuo è come unoperazione. Un uomo in quel contesto si sente a disagio. Giusto, Marco?

Marco sputò un po di minestra.

Mamma, perché mi piaceva. Era elegante.

Elegante? imitò Valentina. Elegante è quando lanima canta. Ora canta. Ah, Ginevra, ho sistemato anche il bagno.

Il cucchiaio di Ginevra cadde e colpì il piatto. Il brodo schizzò sui girasoli.

Nel bagno? chiese con voce spenta.

Sì. Tutti i flaconi di shampoo erano uguali, non capivi più nulla. Ho segnato con un marker. Ho messo dei tappetini rosa, soffici, per riscaldare i piedi. Ho cambiato la tenda, la tua vetrata era una vergogna, ho messo una nuova con delfini.

Ginevra si alzò lentamente.

Grazie, era buono, disse, guardando il muro. Vado a sdraiarmi, mi fa male la testa.

Uscì dalla cucina, sentendo Valentina sussurrare a Marco:

Vedi? Ti avevo detto, la ragazza è sovraccarica. Nulla la rende felice, nemmeno la bellezza. Ha bisogno di vitamine.

Il bagno era peggio della cucina. La raffinata stanza con marmi bianchi ora sembrava un asilo. Sul pavimento un tappeto rosa shock, i dispenser di sapone e shampoo con scritte nere per TESTA, CORPO, SAPONE. La vetrata era coperta da una tenda di plastica con delfini blu, fissata con una barra che graffiava il marmo.

Ginevra si sedette sul bordo della vasca, coprendosi il viso con le mani. Non piangeva per la tristezza, ma per limpotenza. Era uninvasione, una pretesa mascherata da cura.

Dopo dieci minuti, sentì dei passi. Marco aprì la porta.

Ginevra, tutto bene?

Voglio che se ne vada, disse sottovoce. Non tra una settimana. Domani.

Dove andrà? I lavori, lacqua

In hotel. Pagherò una stanza con colazione. Però non posso stare in questo circo. Hai visto i dispenser? Con il marker! Non si puliscono!

Lo puliamo con alcool, non ti agitare.

Non è lalcool! È il rispetto. Lei usa casa mia come campo da gioco. È una gatta che segna il territorio!

Allimprovviso un fragoroso rumore, vetri infranti e il grido di Valentina riempirono la cucina.

Ginevra e Marco si scambiarono uno sguardo, corsero verso il caos.

Sul pavimento cera una grande mensola di rovere caduta, con vasi di fiori che la suocera aveva messo sopra. Si era rotta la staffa, il legno si era frantumato, e il muro mostrava buchi enormi.

Volevo solo innaffiare il fiore balbettò Valentina, afferrando il petto. Pensavo fosse fissato

Ginevra osservò il muro: i bulloni strappati avevano lasciato ampie aperture nella stuccatura, la parete si sgretolava, rivelando il cemento.

La mensola è decorativa, supporta solo due cornici disse Ginevra, calma ma ferma. Non può reggere tre vasi di terra.

Nessuno lo sapeva! singhiozzò la suocera. Tutto è fragile! Prima cera mobilia per i secoli, ora cartone!

Ginevra calpestò i frammenti, toccò il bordo del buco.

È stucco decorativo, affermò con voce sacra. Un metro quadrato costa come il tuo stipendio di sei mesi, Valentina. Ripararlo in modo invisibile è impossibile. Dovremo rifare tutta la parete.

Valentina smise di piagnucolare e guardò Ginevra con gli occhi pieni di paura.

Ma è tutta? Possiamo mettere un quadro? Un tappeto?

No, niente quadri, niente tappeti. Marco, prendi le cose di mamma.

Cosa? chiesero Marco e Valentina insieme.

Ora. Chiamo un taxi, prenoto lhotel Central, una buona stanza. Pagherò tutto. Ma non resterà più qui.

La cacci fuori? esclamò Valentina, stringendo il cuore. È tua madre! Per una crepa?

Marco, pallido, guardò la parete distrutta e il volto di sua moglie. Sapeva che litigare era futile; se Ginevra aveva deciso, nemmeno un bulldozer lo fermava.

Mamma, disse piano, Ginevra ha ragione. Hai rovinato la cucina.

Volevo solo comfort! strillò la suocera. Sono stata ingratta! Non cè più posto per me!

Perfetto, annuì Ginevra. Andate a fare le valigie. Marco mi aiuterà. Io tolgo le farfalle.

Le valigie vennero sistemate con furia. Valentina piangeva, lamentandosi di un serpente sotto il letto, butta via tende, la tovaglia di girasoli (Non meritate questa bellezza!) e tutti i magneti del frigo.

Ginevra, immobile nella porta, osservava Marco trasportare la valigia. Non provava vergogna, ma tristezza per la parete, per i nervi, per Marco intrappolato. Sapeva che ingoiare tutto avrebbe solo peggiorato le cose.

Quando la porta si chiuse, regnò un silenzio rimbombante.

Ginevra inspirò profondamente e andò in cucina. Il pavimento era coperto di detriti, le pareti macchiate di colla, lodore di arancini ancora impregnava laria.

Prese sacchi della spazzatura, una scala, solvente per colla e una spatola.

Rimosse delicatamente gli adesivi; la vernice opaca li lasciò intatti. Togliendo la tovAlla fine, con la cucina di nuovo lucida e il cuore leggero, Ginevra brindò al silenzio ritrovato, promettendo di tenere la porta chiusa solo per gli ospiti e non per le farfalle.

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