Cacciai mia figlia al freddo, e quando mi ricordai di lei, era troppo tardi…

Lo caccio fuori dal freddo, e quando mi ricordo di lei, è già troppo tardi
Papà, ho fame e voglio uscire a giocare! strillò ancora una volta la piccola Cinzia, avvicinandosi a me.

Io, nel frattempo, stavo finendo lultima bottiglia di birra e sparava ai pixel sul computer. Avevo una partita importante, e quei gridolini fastidiosi mi distraevano. Non capivo quando avrebbe smesso di chiedermi cose. La rabbia cresceva, soprattutto quando la bambina mi afferrava la manica, esigendo attenzione. Quanti anni aveva? Cinque? Già un bambino piuttosto autonomo, ma non riusciva a prepararsi da sola la colazione? A quelletà si infilava nei garage con gli amici, mentre la figlia sembrava unamo indeciso.

Il divertimento mi costò caro persi la partita. Il sangue mi ribolliva negli occhi. Saltai in piedi, corsi in cucina, afferrai un panino indurito e lo lanciai a Cinzia.

Prendi e mastica, non riesci neanche a staccarlo da solo? urlai.

Riempii un bicchiere di latte dal frigo, lo posizionai sul tavolo e, quando la bambina ricordò che la mamma scaldava sempre il latte, le dissi che non ero la mamma e che era ora che lo capisse. Tornai al computer, lanciai di nuovo il gioco, sperando che il bambino sazio smettesse di disturbarmi. Ma la rabbia non mi lasciava concentrarmi. Dopo una pausa per il bagno, tornai, ma non riuscii nemmeno a sedermi sulla poltrona preferita.

Papà, voglio andare fuori a giocare. Ogni giorno usciamo con la mamma! sbuffò Cinzia.

Vuoi uscire? Perfetto! Vai e divertiti!

Vidi subito loccasione di stare da solo e rilassarmi. Aprii larmadio di Cinzia, trovai pantaloni caldi, una felpa, dei guanti e una giacca con il cappuccio. La vestii di corsa e la spinsi fuori nel cortile, ordinandole di giocare finché non la richiamassi. Tornai al computer, mi infilai le cuffie, accesi la musica preferita, aprii una nuova lattina di bibita frizzante e ricominciai a sparare nemici, felice che nessuno mi interrompesse.

Cinzia tremò dal freddo. Le sembrava che la mamma le mettesse sempre vestiti più caldi per le uscite invernali. Il sole era sparito, era quasi sera, e a quellora la mamma non la mandava fuori. Quanto le mancava la mamma! Quanto era bello stare con lei e quanto era terribile senza. Le labbra tremavano, provò ad aprire la porta, ma io la chiusi a chiave. Decise allora di correre un po, ma i piedi si incastravano nella neve non rimossa da giorni. Cercò di fare un pupazzo di neve, ma la neve era troppo sabbiosa, non si compattava. Pensò di chiedere se la neve fosse in realtà sabbia fredda. Bussò alla porta, ma nessuno rispondeva, come se non lavessero sentita. Il gelo la fece piangere, chiamò papà, ma io non rispondevo. Si avvolse nelle braccia, singhiozzando, e si avvicinò al cancello semiaperto, camminando dove gli occhi potevano vedere, solo per scaldare un po i piedi gelati. Voleva andare da Lidia, la vicina che spesso offriva latte, ma la casa era al buio. Bussò, ma nessuno aprì; forse non cera nessuno. Continuò a camminare, allontanandosi dal villaggio, perché la nostra casa era ai margini. Piangeva, ignara del futuro, quando la bufera si alzò e, voltandosi, si spaventò ancora più forte: intorno non si vedeva nulla. Corse, afferrava laria gelida con la bocca, piangeva e chiamava papà, ma nella sua mente compariva sempre il mio sguardo irritato e la voce Lascialo, non sono la tua mamma!. Realizzando di essere sola, tentò disperatamente di proteggersi dal vento che la sbandava, ma cedette, cadde in ginocchio. La neve gelata bruciava la pelle, il vento fischiava sotto i vestiti.

Quando mi ricordai di Cinzia, erano già le due di notte. Non avrei mai dovuto ricordarmene, ma, di corsa verso il bagno, sentii un forte bussare alla finestra. I rami spogli della glicine sotto la finestra, coperti di brina, sbattevano furiosamente sotto il vento.

«Una vera tempesta», pensai, ma subito mi colpì il pensiero che avevo lasciato la figlia fuori.

Uscì di corsa nel cortile e la chiamai, ma la bambina non cera. Unangoscia gelida mi colpì: era tardi, la neve era alta, e la figlia non si trovava da nessuna parte. Poi mi subito dissi: «Dove potrebbe congelare?». Decisi che doveva essere andata da qualche vicino, così rientrai in casa, nonostante il freddo pungente. Non mi preoccupai, sapendo che la zia Lidia la prendeva spesso. Vidi la luce nella finestra di Lidia e mi rassicurai. Risposi freddamente alla moglie, che mi aveva chiesto come stessimo, dicendo che stavamo dormendo e che andava tutto bene.

Il rapporto con la moglie, Olivetta, era da tempo teso: era diventata come sua madre morta, sempre a rimproverarmi, dicendo che dovevo andare al lavoro invece di stare seduto a giocare. Forse un giorno i giochi sarebbero stati il mio lavoro? Sognavo di diventare un professionista del gaming, sentivo parlare dei guadagni dei giocatori, e rimproveravo Olivetta per i continui rimproveri, sperando che un giorno avrei spaccato le babbie (soldi).

Caddi sul letto, roncai, e non chiusi la porta, per caso, così che nulla mi svegliasse se Cinzia tornasse. Il mattino seguente mi svegliò la voce arrabbiata di Dina, la sorella di Olivetta.

Sei impazzito! Ti hanno affidato la bambina e la lasci a morire! Dove è Cinzia? sbraitò la giovane donna.

Basta urlare! Non è casa! dissi, girandomi, ma Dina mi afferrò per il braccio, mi trascinò a terra.

Un giorno ti conti tutti i danni! minacciò, massaggiandosi il luogo del colpo, con rabbia. A differenza della tranquilla sorella sua, Olivetta, Dina era una ragazza di ferro, praticava karate fin da piccola. Mettere a tacere un uomo più stupido di una scimmia non le sarebbe stato difficile.

Dove è la bambina? Dove lhai portata? Sono venuta per Cinzia.

È sparita per il villaggio, dove potrebbe andare! rispose Andrea, nascondendo il fatto di averla cacciata fuori.

Dina spalancò gli occhi per lo stupore. Era pronta a colpire Andrea, perché parlava come se fosse normale che la figlia fosse sparita e lui dormisse sereno. Anche se fosse una bambina di cinque anni, non poteva trattarla così.

Se succede qualcosa a Cinzia, la porto in tribunale. A chi lhai data?

Non lho data a nessuno. È uscita da sola ieri, è andata da zia Lidia, forse è rimasta lì.

Dina non perse tempo e corse da Lidia. Le mani tremavano per la paura. Non capiva perché il padre non lavesse cercata appena capito che la bambina non cera, soprattutto con la bufera di ieri. Continuò a bussare, ma la signora anziana negò di averla vista. Dina, appena tornata, urlò contro Andrea, che ora era di nuovo al computer. La colpì con i pugni, piangendo per lo spavento.

Bestia! Dove hai messo la bambina? singhiozzò.

Calmati! Non le è successo nulla! Tornerà! Dove è finita?

Non è da nessuna parte! Hai detto a tua moglie che andavate a dormire, che tutto stava bene! Dove lhai messa?

Dina decise di non informare subito la sorella, perché Olivetta stava per unoperazione al cuore e lo stress poteva peggiorare. Chiamò la polizia; Andrea cercò di strapparle il telefono, ma Dina lo fissò con uno sguardo minaccioso, facendolo stare a distanza. I soccorritori promisero di perlustrare larea. Dina non riusciva a credere a quello che accadeva, sembrava un incubo, ma la realtà era più crudele. Si biasimava per non aver lasciato il lavoro prima, per aver rimandato lintervento di Olivetta, per aver affidato la bambina a un padre così.

La polizia arrivò rapidamente, fece gli interrogatori e, capendo la situazione, mise le manette ad Andrea.

E io che centro? Non le ho fatto nulla!

Prima verificheremo se avete fatto qualcosa alla bambina; poi, lasciarla fuori in una tempesta è già reato! rispose lufficiale, disgustato.

Dina pianse disperata, temendo il destino di Cinzia. I soccorritori trovarono un mucchietto di neve anomalo; era la guanti di Cinzia. Dina quasi svenne vedendo quei guanti, perché li aveva portati in un viaggio di lavoro. Cadde a terra, ma il poliziotto la aiutò a rialzarsi e la mise sul divano.

È presto per farle la sepoltura. Solo questi guanti sono stati trovati. Setacciamo il territorio, ma la bufera è stata forte, quindi le tracce sono sparite. È difficile cercare senza sapere da dove partire.

Dina annuì, incrociò le braccia, si avvolse su sé stessa e pianse in silenzio. Limmagine di Cinzia sorridente le rimaneva nella mente; pregò Dio perché la trovassero viva.

La ricerca continuò fino a notte fonda senza risultati. Un nuovo gruppo di soccorritori arrivò, la polizia partì portando via il padre disperato. Dina rimase sola in quella casa straniera, maledicendo il fatto di non aver impedito al fratello di sposarsi con Andrea. Il suo marito, da sempre vanitoso, si era accontentato dei muscoli dellesercito, ma era senza cervello. Anche Olivetta, con i suoi occhiali rosa, non vedeva la realtà.

Il giorno dopo suonò il telefono. Era lispettore del caso scomparsa. Mi riferì che una bambina di cinquesei anni era stata ricoverata in ospedale regionale e Dina doveva andare subito. Senza pensarci, Dina si precipitò allospedale; le negarono laccesso finché lispettore non arrivò. Entrando nella stanza, Dina quasi svenne: era Cinzia. Un giovane dottore le porse la mano.

È sua figlia? chiese delicatamente.

È mia nipote balbettò Dina, cercando di alzarsi.

Andrò a farla guarire, è forte, uscirà le disse il medico, sorridendo.

Lispettore andò a parlare con il dottore; Dina si avvicinò al letto, prese la mano di Cinzia e scoppiò in lacrime di gioia. Era impossibile non piangere guardando la piccola in condizioni critiche, ma il fatto che fosse viva rendeva tutto insignificante. Dina decise che farebbe di tutto per curare Cinzia, e che, se Olivetta non lo facesse, avrebbe preso la bambina da loro.

Il dottore tornò e disse che lispettore era partito per unemergenza. Raccontò che Cinzia aveva un lieve congelamento agli arti e un sospetto di polmonite, difficile da rilevare subito perché i raggi non mostrano subito linfiammazione.

Dina piangeva ascoltando la spiegazione. Cinzia sarebbe rimasta in ospedale almeno un mese, ma almeno era viva, e non si sapeva ancora come quellincidente lavrebbe segnata psicologicamente.

Il giovane dottore, Serge, si presentò: era lui a trovare la bambina, ma non poteva andare al villaggio per cercare i genitori perché era in condizioni critiche, così la portò subito in ospedale; i documenti li aveva potuti fare solo quel giorno, quando era di turno.

Serge pensò alla notte terribile. Era in pausa e aveva deciso di andare a casa di campagna con il suo cane, Fido. Voleva tornare presto, ma Fido si scatenò fuori, e Serge non voleva privarlo di quel raro divertimento. Il cane correva nella neve, ma non ascoltava gli ordini. Improvvisamente Fido afferrò per la manica la piccola e la trascinò verso Serge. Il medico, rapido, verificò che la bambina fosse viva e la portò durgenza allospedale. Non riprese conoscenza, così la fece ricoverare immediatamente. I colleghi la curarono, ma la febbre aumentò e gli esami del sangue confermarono i primi sintomi.

Devo ringraziare Fido, altrimenti sospirò Dina, ancora singhissima. Grazie a voi, eroi, per non aver passato oltre, per averla salvata.

Serge invitò Dina a prendere un caffè nella mensa, perché la bambina avrebbe impiegato ancora del tempo a svegliarsi, avendo ricevuto antipiretici e sedativi. Dina accettò, era stata senza cibo e sonno per un giorno intero. Pensava a come dire la verità a sua sorella senza farla crollare, ma sapeva che per Olivetta sarebbe stato uno shock scoprire che la figlia era in ospedale e come era finita lì. Il freddo le dava i brividi. Serge la sostenne, promettendo di fare di tutto per far sì che lincidente non avesse conseguenze peggiori. Il congelamento non era grave, quindi il recupero sarebbe stato semplice, e non avrebbero lasciato tracce. Tutto grazie a Fido, perché senza di lui la bambina non sarebbe sopravvissuta al manto di neve che lavrebbe sepolta.

Dina decise che non serviva più nascondere la verità a sua sorella, così andò in ospedale per incontrarla. Era convinta che Andrea avrebbe chiamato la polizia e chiesto aiuti, perché la sua dolcezza non reggeva queste condizioni. Arrivata, esitò a entrare nella stanza. Quando lo fece, Olivetta la accolse con un largo sorriso.

Buone notizie! Non farò più lintervento, il trattamento ha già dato risultati. Tornerò presto a casa! iniziò Olivetta, poi guardò in giro. E dove è Cinzia? Lhai lasciata con Andrea?

Dina abbassò lo sguardo e iniziò a raccontare, ma partì dalla fine per non colpirla troppo. Olivetta, piangendo, scuoteva la testa, non poteva credere che Andrea potesse fare una cosa del genere. Non lo perdonerà mai.

Posso perdonare tutto: il tuo disinteresse, il fatto che non lavorassi, i tuoi videogiochi, ma non la tua crudeltà verso la bambina. Puoi stare da me? chiese Olivetta, dopo essersi calmata.

Certo, la casa è tua anche, poiché la mamma non cè più. Io sono quasi sempre via per lavoro.

Olivia decise di chiedere il divorzio appena fosse dimessa. Voleva vedere sua figlia, ma doveva rimanere inE così, guardando il tramonto che colorava le colline di rosso, Andrea capì che quella notte aveva cambiato per sempre il suo destino.

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