Apri, siamo arrivati
Giulietta, sono io, zia Natascia! La voce al telefono squillava di una gioia innaturale che faceva rabbrividire. Arriviamo a Firenze tra una settimana, dobbiamo sistemare qualche documento. Staremo da te, una settimana, forse due, va bene?
Giulia rischiò di soffocare con il suo tè. Così, senza nemmeno un ciao, senza un come stai, subito staremo. Non potremmo?, non ti va bene?. Staremo. Punto.
Zia Natascia, Giulia fece del suo meglio per sembrare gentile. Mi fa piacere sentirti. Però per stare posso aiutarti a trovare un buon albergo? Ci sono opzioni convenienti, davvero.
Che albergo e albergo la zia sbuffò come se la nipote avesse detto una sciocchezza. Che senso ha buttare via i soldi? Hai lappartamento che ti ha lasciato tuo padre! Una bella casa con tre camere e stai lì da sola!
Giulia chiuse gli occhi. Ci risiamo.
È la mia casa, zia.
Tua? la voce si fece tagliente. E tuo padre, di chi era? Non della nostra famiglia? Il sangue non è acqua, Giulia. Siamo parenti, e vuoi buttarci in albergo come dei randagi!
Non sto buttando nessuno. Semplicemente, non posso ospitarvi.
E perché no?
Perché lultima volta mi avete reso la vita un inferno, pensò Giulia, ma disse diversamente:
Zia, ho delle circostanze. Non posso.
Circostanze! ormai la zia non cercava nemmeno di nascondere il fastidio. Tre camere vuote e ha le circostanze! Tuo padre di sicuro non ci avrebbe cacciati via. Ma tu sei tutta come tua madre, uguale
Zia…
Cosa cè? Siamo qui sabato a pranzo. Massimo e Paolo vengono con me. Ci accogli come si deve.
Non posso, te lho detto.
Giulia! Ora la voce era dura come marmo. Non se ne parla. Sabato ci siamo.
Il segnale si interruppe bruscamente.
Giulia appoggiò lentamente il telefono sul tavolo. Restò a fissare il muro per qualche minuto, poi sospirò pesantemente, affondando sulla sedia.
Sempre così.
Due anni prima zia Natascia era stata ospite. Arrivarono in quattro, dicevano tre giorni ne passarono quasi quindici. Giulia ricordava ancora lincubo: Massimo, il marito, sdraiato sul suo divano con le scarpe, a cambiare canale fino notte fonda. Paolo, il figlio di ventitré anni, svuotava il frigo e non lavava mai un piatto. La zia regnante in cucina, criticava tutto: le tende, le piastrelle sbagliate.
E quando finalmente se ne andarono, Giulia trovò la poltrona bruciata, la mensola del bagno rotta, strane macchie sul tappeto. Dei soldi nessuno accennò né per la spesa, né per la bolletta aumentata. Fecero le valigie, via, lasciando solo: Grazie, Giulietta, sei proprio in gamba.
Si massaggiò le tempie.
No, basta così. Lasciate pure che zia urli di sangue e famiglia. Anche se arriva sabato la porta resterà chiusa.
Prese il cellulare e cercò su internet. Bisogna trovar loro un albergo dignitoso, tutti i comfort. Gli mando indirizzo e chiarisco: questa è tutta la mia disponibilità.
Se non capiscono non è più un mio problema.
Due giorni passarono nella pace. Giulia lavorava, passeggiava la sera sullArno, cucinava per sé e cercava di convincersi che la chiamata della zia fosse solo un brutto sogno. Magari avrebbero cambiato idea. Magari avrebbero trovato altri parenti su cui scaricarsi.
Il telefono squillò giovedì, sul tardo pomeriggio. Zia Natascia sullo schermo, e Giulia sentì lo stomaco stringersi.
Giulia, sono io! la voce allegra irrompeva nel quieto appartamento. Arriviamo domani, il treno è alle due! Vieni a prenderci e prepara la tavola, che il viaggio stanca e si deve mangiare bene!
Giulia si sedette piano sul divano. Le dita sbiancarono strette al cellulare.
Zia Natascia, parlò lentamente, scandendo ogni parola, te lho già detto. Non vi lascio entrare nella mia casa. Non venite.
Ma dai! La zia rise come se avesse sentito una barzelletta senza senso. Sei ancora una bambina! Non lascio, lascio Abbiamo già preso i biglietti!
Sono affari vostri.
Giulia, ma che ti prende? la voce oscillava tra lo stupore e la solita pressione. Sei parente, devi aiutare la famiglia, è sacro!
Non devo niente a nessuno.
Sì che devi! Tuo padre, pace allanima sua
Basta parlare di papà, zia. Ho detto no. È la mia ultima parola.
La zia sospirò rumoroso, teatrale, come davanti a una figlia capricciosa:
Giulietta, qui il tuo parere lo ignoriamo, hai capito? La famiglia prima di tutto. E tu sembri credere che ti siamo nemici. Domani alle due, non dimenticare!
Sto dicendo…
Va bene, a domani! Un bacio!
Il segnale cadde.
Giulia fissò a lungo il cellulare spento. Sentiva qualcosa di caldo e furioso salire in petto. Lanciò il telefono sul divano e cominciò a girare per la casa tre passi avanti, tre indietro, come una belva in gabbia.
Quindi il suo parere non conta? Benissimo. Proprio perfetto.
Si fermò di scatto.
Tenetevi forte, cara zia.
Prese il telefono e cercò tra i contatti Mamma.
Pronto? Giulia? la voce della mamma era calda, un po sorpresa. Succede qualcosa?
Ciao mamma. Senti, vorrei venire da te. Da domani. Una settimana, magari di più.
Una pausa.
Domani? Ma sei venuta solo il mese scorso…
Lo so. Ma è necessario. Lavoro da remoto, quindi nessuna differenza. Mi ospiti?
La mamma indugiò ancora, e Giulia poteva quasi vederla corrugare la fronte, cercando di capire.
Ma certo, vieni quando vuoi. Mi fai sempre piacere, lo sai. Ma stai bene davvero?
Sì mamma, va tutto bene. Mi mancavi.
Chiuse la chiamata e sorrise. Domani a pranzo zia Natascia e famiglia arriveranno davanti a una porta chiusa. Possono chiamare, bussare, gridare in tutto il palazzo non ci sarà nessuna padrona di casa. E non si sarà fatta un salto al supermercato, né da unamica sarà da unaltra parte, a trecento chilometri.
Giulia aprì lapp dei biglietti. Treno delle 6.45, perfetto. Quando la zia sarà sotto casa, lei starà già bevendo tè nella cucina della mamma.
Il sangue non sarà acqua, ma a volte un no serve anche ai parenti.
Sul treno Giulia ascoltava il ritmo delle ruote e pensava alla faccia che farà la zia davanti alla porta chiusa. Gli occhi le si chiudevano, la testa pesante ma dentro era serena.
La mamma laspettò tra la folla della stazione, labbracciò forte e la portò a casa. Le preparò crespelle ricotta e spinaci, le versò il tè, poi la mandò a dormire.
Parleremo dopo, disse portando via la tazza. Prima riposati.
Giulia sprofondò nel sonno appena toccò il cuscino.
La svegliò una squillante suoneria del telefono. Cercò il cellulare sul comodino, gli occhi a fatica si focalizzarono sullo schermo. Zia Natascia.
Giulia! la zia urlava forte, tanto che dovette allontanare il telefono dallorecchio. Siamo qui sotto casa tua da venti minuti! Perché non apri?!
Giulia si sedette, si passò la mano sul viso. Il sole stava calando, aveva dormito mezza giornata.
Perché non sono lì, disse, sorridendo tra sé.
Cosa vuol dire?! Dove sei?!
In unaltra città.
Silenzio, poi tempesta:
Ma ti sei impazzita?! Sapevi che dovevamo arrivare e te ne sei andata! Come hai potuto?!
Facilmente. Ti avevo avvertita che non vi avrei accolto. Non avete ascoltato.
Ma come osi?! La zia ansimava indignata. Sicuro avrai dato le chiavi a qualcuno! Alla vicina, a unamica! Chiama, che ce le portino! Possiamo vivere lì anche senza di te, non siamo bambini!
Giulia rimase di sasso. Che faccia tosta.
Zia, sei seria?
Certo che sì! Siamo stanchi dal viaggio, e tu fai i capricci!
Non ho intenzione di convivere con voi. E meno che mai di lasciarvi entrare senza di me.
Ma tu!…
La porta si aprì piano. La mamma entrò: vestaglia, capelli in disordine, occhi stretti. Allungò la mano e Giulia, senza sapere perché, le passò il cellulare.
Natascia, la voce di mamma era fredda come un bisturi. Sono Vera. Ascoltami e non interrompere.
Dalla cornetta giungeva solo una specie di gorgoglio.
Yuri non ti ha mai sopportata, continuò mamma. E questo lo so meglio di tutti. Perché cerchi sua figlia? Cosa ti serve da lei?
Giulia sentì la zia balbettare, si impappinava.
Benissimo, concluse mamma. Non chiamare mai più Giulia. Mai. Lei sa a chi rivolgersi per aiuto, e non sei tu. Fine della discussione.
Chiuse la chiamata e restituì il telefono.
Giulia guardava la madre come se la vedesse per la prima volta.
Mamma Tu Non ti ho mai vista così.
Lei sbuffò, raddrizzò la vestaglia:
Tuo padre mi ha insegnato. Con Natascia si fa solo così. Una volta urli e per anni non si azzarda più.
Improvvisamente sorrise, le rughe attorno agli occhi si distesero.
Funziona ancora, incredibile!
Giulia scoppiò a ridere, forte, liberando la tensione accumulata nei giorni prima. La mamma la seguì ridendo di gusto.
Dai, fece cenno verso la cucina, vieni che prendiamo il tè. Mi racconti finalmente cosè successo.






