Coltivare un figlio debole
Perché mai lhai iscritto al conservatorio?
Caterina Rossi passò accanto a me, la nuora, mentre si toglieva con gesto secco i guanti.
Buongiorno, Caterina. Prego, accomodati. Anche io sono felice di vederti.
Il mio sarcasmo le scivolò addosso. Gettò i guanti sul mobiletto e si voltò verso di me, Martina.
Me lha detto Fabrizio al telefono. Era entusiasta, tutto sorridente: Suonerò il pianoforte! Ma che è sta storia? Che fa, è una femminuccia?
Chiusi lentamente la porta dingresso, cercando in ogni modo di non perdere la pazienza e urlare.
Vuol dire che tuo nipote studierà musica. Gli piace davvero tanto.
Gli piace! Caterina sospirò con disprezzo, come se avessi detto una scemenza Ha solo sei anni, non sa neanche di cosa gli piace. Sei tu che devi guidarlo. È il mio nipote, lerede, e tu lo stai rovinando!
Entrò in cucina e accese la moka come se fosse a casa sua. La seguii serrando i denti, mi facevano quasi male le mandibole.
Sto cercando di crescere un bambino felice.
Lo stai facendo diventare un debole! Caterina si mise con le mani sui fianchi. Dovevi iscriverlo a calcio! O a judo! Che cresca uomo, non… non pianista!
Mi appoggiai allo stipite della porta, contai fino a cinque. Non servì a niente.
Fabrizio lha chiesto di suo spontanea volontà. Ama la musica.
Ama la musica! scrollò la mano. Quando Fabrizio era piccolo giocava a pallone in cortile con gli altri! E il tuo cosa fa? Suona le sue scale? Che vergogna!
Qualcosa dentro di me si spezzò. Mi staccai dallo stipite e mi avvicinai.
Hai finito?
No, non ho finito! È da tanto che volevo dirtelo…
E io da tanto volevo dirle abbassando la voce quasi a sussurro che Marco è mio figlio. Mio. Decido io come crescerlo. E a lei non permetterò di mettere bocca.
Caterina Rossi diventò rossa in faccia.
Ma come ti permetti di parlarmi così?!
Esca.
Cosa?!
Le presi il cappotto dalla gruccia e glielo misi in mano.
Esca da casa mia.
Mi stai cacciando? Me?!
Aprii la porta d’ingresso, la afferrai per il gomito e la trascinai verso luscita. Lei si oppose, ma fui più determinata. Riuscii a spingerla fuori.
Avrò ciò che voglio! urlò Caterina dal pianerottolo. Il viso deformato dalla rabbia Mi hai sentito?! Non ti permetterò di rovinare mio nipote!
Arrivederci, Caterina.
Fabrizio saprà tutto! Gli racconterò ogni cosa!
Chiusi la porta. Appoggiai la schiena, respirai a fondo, liberando ogni goccia daria.
Si sentivano ancora per qualche minuto i suoi lamenti attutiti, poi i passi sulle scale. Dopo, silenzio.
Mi aveva davvero stremato. I suoi consigli, critiche, prediche: come crescere Marco, cosa mangiare, come vestirsi. Fabrizio non vedeva mai il problema: Mamma vuole il meglio, Ha esperienza, Che ti costa ascoltare? Sua madre era sacra; ogni suo pensiero, una legge. E io dovevo sopportare. Giorno dopo giorno, visita dopo visita.
Ma oggi basta.
Fabrizio rientrò dal lavoro verso le otto. Sentii la serratura, capii subito che Caterina lo aveva già chiamato. Dal modo in cui buttò le chiavi sul mobiletto, e dal passo pesante in cucina senza nemmeno guardare Marco, che guardava i cartoni.
Marco, amore, stai qui mi accucciavo davanti a lui, gli infilai le cuffie grosse sulle orecchie e gli accesi la sua serie preferita sul tablet. Parlo con papà, tesoro.
Marco annuì, immerso nel video. Chiusi la porta e andai in cucina.
Fabrizio guardava fuori dalla finestra, braccia incrociate. Non si voltò quando entrai.
Hai cacciato mia madre.
Non domanda. Una constatazione.
Le ho chiesto di andarsene.
Lhai letteralmente buttata fuori! Ha pianto al telefono per due ore, Martina! Due ore!
Mi sedetti al tavolo, le gambe pesanti dopo la giornata. E ora anche questo.
Non ti preoccupa che lei abbia ferito me?
Si bloccò un secondo. Poi fece un gesto.
Si preoccupa di Marco. Che male cè?
Ha chiamato nostro figlio un debole. Il nostro bambino di sei anni.
Ha esagerato, capita. Ma in parte ha ragione, Martina. Un bambino ha bisogno di sport. Spirito di squadra, grinta…
Lo fissai un lungo momento, finché non abbassò lo sguardo.
Da piccola, mamma mi costrinse a fare ginnastica artistica. Decise lei: farai latleta, punto. Cinque anni, Fabrizio. Cinque anni passati a piangere prima di ogni allenamento. Dolori, fatica, suppliche per smettere.
Fabrizio non disse nulla.
Oggi non posso nemmeno vedere una palestra. E non auguro questo a mio figlio. Se chiederà calcio, andrà. Ma solo se lo sceglie lui. Mai controvoglia.
Mamma vuole il meglio…
Allora che abbia un altro figlio e lo cresca come desidera mi alzai Inoltre, in casa mia non metterà più bocca. E tu neanche, se continui a darle ragione.
Fabrizio si irrigidì, voleva rispondere. Ma io ero già fuori dalla cucina.
Non parlammo più per il resto della sera. Misi a letto Marco e restai al buio nella sua stanza, ascoltando il suo respiro sereno.
Passarono due giorni nel silenzio. Poi, a cena, Fabrizio fece una battuta, io sorrisi. Il ghiaccio si sciolse, e il venerdì già si dialogava. Ma la questione Caterina era un tabù.
Sabato mattina mi svegliai di soprassalto. Guardai lorologio: le otto. Un po troppo presto, specie per il weekend. Fabrizio dormiva, Marco chissà dove stava sognando.
Cosera?
Poi sentii il rumore metallico in ingresso. La serratura girava.
Mi balzò il cuore in gola. Ladri? In pieno giorno? Presi il telefono dal mobiletto e mi avvicinai in punta di piedi.
La porta si spalancò.
Caterina Rossi. Mazzo di chiavi in mano, sorriso trionfante.
Buongiorno, Martina.
Ero lì, scalza sul pavimento freddo, con la maglietta sformata e i pantaloni del pigiama. Lei mi guardava dallalto in basso come se fosse nel suo diritto entrare da sola allalba il sabato.
Da dove ha preso le chiavi?
Lei me le sventolò davanti.
Me le ha date Fabrizio. Laltro ieri è passato, le ha portate. Mi ha detto Mamma, perdonala, non voleva offenderti. Si è pure scusato per te.
Sbatté le palpebre, cercando di capire quelle parole.
Cosa ci fa qui a questora?
Sono venuta per Marco si toglieva già il cappotto Preparati, Marco! La nonna ti ha iscritto a calcio, oggi primo allenamento!
Unondata di rabbia mi investì. Calda, soffocante, accecante. Mi voltai e corsi in camera.
Fabrizio fingeva di dormire, ma i muscoli tesi lo tradivano.
Alzati!
Martina, lasciamoci parlare dopo…
Gli scostai la coperta, lo afferrai per il braccio e lo trascinai in salotto. Cercava di liberarsi, ma non mollai.
Caterina già sedeva comoda sul divano, sfogliando una rivista dal tavolino.
Le hai dato le chiavi mi fermai in mezzo alla stanza, sempre aggrappata al polso di Fabrizio Le chiavi di casa mia.
Fabrizio zitto, confuso, le mani sudate.
Questa casa è mia. Lho comprata prima del matrimonio, con i miei soldi. Chi ti ha dato il diritto, Fabrizio, di dare le chiavi a tua madre?
Ma che taccagna! Caterina scagliò la rivista. Tutto mio, mai una volta pensi agli altri! Fabrizio pensava a suo figlio! Così posso vedere Marco, dal momento che tu non mi lasci entrare.
Smettila!
Caterina si strozzò dal nervoso, ma io guardavo solo lui.
Marco non farà calcio. Non finché non lo chiede lui.
Non decidi tu! urlò Caterina alzandosi in piedi Tu non sei nessuno! Sei di passaggio nella vita di mio figlio! Ti credi speciale? Irremovibile? Fabrizio ti sopporta solo per Marco!
Silenzio.
Mi girai lentamente verso mio marito. Lui, a capo chino, non diceva nulla.
Fabrizio?
Nessun segnale. Nessuna parola per me.
Bene annuii. Mi invase una strana calma, fredda e nitida. Di passaggio. E questa tappa finisce ora. Prenda pure suo figlio con sé, signora Rossi. Lui non è più mio marito.
Non ti azzardare! sbiancò Caterina Non hai diritto di lasciarlo!
Fabrizio gli dissi piano, guardandolo negli occhi Hai mezzora. Prepara le tue cose e vai. O ti caccio in pigiama, poco mi importa.
Martina, ti prego, ragioniamo…
Abbiamo già parlato.
Mi voltai verso Caterina e sorridevo storto.
I chiavi le lasci pure. Oggi cambio le serrature.
…Il divorzio durò quattro mesi. Fabrizio cercò di tornare, chiamava, scriveva, si presentava con fiori. Caterina minacciava cause, avvocati, servizi sociali. Presi un buon avvocato e smisi di rispondere a tutti.
Due anni volarono via…
…La sala della scuola di musica era piena di brusio. Sedevo in terza fila, stringendo il programma tra le mani. Marco Bianchi, 8 anni. Beethoven, Ode alla Gioia.
Marco salì sul palco: serio, concentrato, camicia bianca e pantaloni neri. Si sedette al pianoforte, posò le mani sulla tastiera.
Le prime note risuonarono nellauditorium e smisi di respirare.
Il mio bambino stava suonando Beethoven. Il mio piccolo di otto anni, che aveva chiesto lui di frequentare il conservatorio, che si sedeva ore da solo al pianoforte, che aveva scelto quel brano per il concerto.
Quando lultima nota svanì, la sala esplose in applausi. Marco si alzò, fece un inchino, cercò il mio volto tra il pubblico e mi sorrise: largo, sereno, felice.
Battevo le mani insieme a tutti, con le lacrime agli occhi.
Avevo fatto la cosa giusta. Avevo messo mio figlio davanti a tutto davanti allopinione degli altri, davanti al matrimonio, davanti alla paura di restare sola.
Così deve agire una madre, sempre.






