Vittorio è tornato a casa dal lavoro più tardi del solito, sua moglie Tamara in ansia lo stava aspettando, temendo che fosse successo qualcosa lungo il tragitto, mentre il piccolo Nicola si impazientiva, chiedendo: “Dove è papà, dove è papà?

Vittorio arrivò dal lavoro più tardi del solito; la moglie Teresa già lo aspettava impaziente, temendo che qualcosa fosse accaduto lungo la strada. Il piccolo Niccolò, il nostro figlio, piangeva disperato chiedendo dove fosse il papà. Alla fine due enormi fari gialli illuminarono il cortile dei Rossi e la macchina si fermò.
«Papà? Papà! Evviva, sei tornato!» sbottò Niccolò, saltando dalla stufa e balzando su una gamba mentre cercava di infilarsi nella calzatura di velluto, tirandosi il cappotto in fretta.
«Dove credi di andare, matto? Fa freddo e è notte fonda, vieni alla stufa, tra un attimo il padre farà capolino», gli dissi cercando di mantenere la calma. Niccolò si rattristò, gonfiò le guance e cominciò a singhiozzare.
«Basta piangere, ti sto parlando», rimproverò la madre, «presto papà comparirà». Vittorio, però, non si fece vedere.
«Che ci faccia, sarà ubriaco?» sospirò Teresa, preoccupata, «Niccolò, resta a casa, vado io a controllare».
«Mamma, ho paura», mormorò il bambino.
«Che paura è questa? Stai zitto, chi ti ha detto di stare così?» ribatté Teresa, gettandosi una coperta sulle spalle mentre discuteva ancora con il figlio. Allora la porta si aprì di colpo e una densa nuvola di vapore invase immediatamente la stanza; proprio in quel vapore entrò Vittorio, non da solo.

Accanto a lui comparve una ragazza giovane, forse diciotto anni, avvolta in un mantello di lana, con un cappotto marrone corto e un colletto di velluto nero, gli occhi grigi quasi a metà del volto, e riccioli chiari che le incorniciavano la fronte.
«Entra pure, Ginevra», disse Teresa, «Tommaso, dai una mano allospite a sistemarsi». Senza capire bene, aiutò la ragazza a togliersi il cappotto. Ginevra era visibilmente incinta, piegata come unanatra in autunno prima di volare via. Si sedette al tavolo, avvolgendo le mani fredde come piccole zampe di pollo.

Niccolò sbirciava timidamente dalla stufa.
«Dove lhai messo, figlio mio? Nicola, vai qui cosa ha portato il papà?» Vittorio prese Niccolò dalla stufa e lo sollevò fino al soffitto. «Moglie, prepara qualcosa da mangiare, non starremo a morire di fame».

La notte avanzò, Niccolò si addormentò sognando il suono sommesso del padre che mormorava, la madre che rispondeva a bassa voce e la nuova ospite che singhiozzava piano. Allalba tutti nella campagna sapevano che Vittorio Ostrov aveva riportato la sua sorellina incinta.

«Un vecchio ha lasciato la donna, non ha più genitori, dove finirà?», raccontò Teresa alle compagne nella stalla.
«Non ci hai mai detto che Vittorio avesse parenti, ci dicevi che era orfano».
«Se non ha genitori, allora non è orfano», replicò la donna.
«Da dove viene la sorella?».
«Lha cresciuta in un orfanotrofio, che altro vuoi sapere, Antonella?».
«Vai via, Teresa, sei una rompiscatole».

Poco dopo Ginevra, zia di Niccolò, decise di far partorire la bambina; il papà la portò in ospedale di provincia, e presto comparve una piccola sorellina per Niccolò, chiamata Manuela. Ginevra non tornò più.

«È morta», fu lunica risposta della madre, lanciando un urlo per non farla confondere. Manuela era una bambina rossa, quasi una bambola, che Niccolò aveva visto da Marta, la vicina, con il suo pupazzetto Antonio, e pensava fosse più sua che di Ginevra. «Non lo so, Vittorio, cosa vuoi fare, qui non serve a nulla».
«Che vuoi dire? È una vita, è sangue».
«Non lo so, ti ho dato la mia parola, fai quello che credi».

«Che tipo di donna sei, che alla fine lhai accettata dove me la metti? In orfanotrofio o nella ghiacciaia?».
«A me non importa».
«Non voglio che Manuela finisca in orfanotrofio o nella ghiacciaia», urlò Niccolò, «mamma, lascia la bambina, mi occuperò io, ti aiuterò».
«Vai, ragazzo, senza di te è una noia», rispose la madre, ma Niccolò, afferrando il bordo della gonna, urlò invano chiedendo di tenere la sorellina.

Vittorio rimase in silenzio, la testa china.
«Basta, fate come volete». Teresa si voltò e uscì verso il campo.

Niccolò si avvicinò a Manuela, che dormiva serena nelle coperte di cotone, ignara del suo futuro. Si sedette accanto a lei e sussurrò parole dolci, chiamandola sole o bambina.
Il piccolo Niccolò dormiva agitato, credendo che la madre lo avrebbe gettato via, così chiamava Manuela Manù.

«Dormi, piccolo disgraziato, non ti farò del male», sibilò la madre. Niccolò guardava la madre con sospetto, temendo che la mamma potesse farla soffrire.
«Madri, che farse», disse la donna, non mi lascerò.
«Non dite così, mi ero persa, ma poi lho accettata, non la rimanderei in orfanotrofio né in acqua fredda».

Vittorio lavorava come autista, Teresa mungeva le mucche, e Niccolò e Manuela crescevano insieme. Quando Niccolò tornò dalla scuola, correva a prendere la piccola con le braccia larghe. I bambini del villaggio la chiamavano tutti la bambina.

Cresciuta, la ragazza divenne una donna bella. Niccolò fece il servizio militare, mentre Manuela piangeva e urlava di gioia.
«Lha cresciuta, è stato suo padre e sua madre», dicevano le signore del paese, «Teresa è tosta, ma Vittorio è taciturno, non parla molto, i figli sono tutti diversi».

Manuela attese il fratello di ritorno dallesercito. Dopo un mese, trovò lavoro da autista, portò a casa la ragazza, e fu accolta bene dalla famiglia.

Niccolò si sposò, la bambina crebbe, divenne una giovane donna. Partì per studiare in città, ma appena arrivata corse subito a casa del fratello.

Manuela, nipote di entrambi i genitori, era amata da tutti, non portava ricordi dolorosi, a volte pensava che la madre la amasse più di suo fratello.

Finì gli studi in medicina, tornò al villaggio, sposò un bravo uomo, ebbe figli. I nonni ormai erano vecchi, arrivò il momento per Vittorio di andare via; Teresa era ormai stanca. Manuela prese la madre sotto la sua ala, nonostante le resistenze.

Una notte, mentre dormiva, sentì la voce di sua madre chiamarla.

«Che vuoi, mamma? Hai sete? Dolore?».
«Siediti, piccola», chiese Teresa.
«Sì, certo».
«Perdonami, Manuela».
«Perché, mamma?».
«Per tutto, non volevo darti in orfanotrofio».
«Mamma, davvero? Pensi che io non capisca che è tua nipote, ma è anche tua figlia. Non porto rancore, non devo chiederti scusa».

«Non sei la nipote di mio padre, sei sua figlia».
«Come, mamma».
«È così, piccolina. Non so dove abbia incontrato Ginevra, tua madre, ma sembra che ci siano state tante storie damore. Il tuo nonno lha allontanata, ha scritto una denuncia. Poi tuo padre è tornato, ha confessato tutto».

Tutti dissero che la sorella più piccola era una casalinga, si occupava di Nicola, poi lha portata a partorire e non è più tornata.

«Mamma Hai accettato lamante di tuo marito?».
«Lho accettata, piccola, perché era incinta. Dovevo farla entrare, altrimenti avrei lasciato il bambino solo».
«Chi lha mandato?».
«Dio».

«Mamma, sei una… Ho vissuto tutta la vita accanto alla tomba».
«Figlia, non è lei è unaltra ragazza, orfana, come te. La tua è viva, sembra più giovane di dieci anni».

«Come?».
«Ti ha abbandonato, è andata via».

«Mamma».
«Perdonami, piccolina, non sono riuscita a tenere questo segreto. Hai parenti, sorelle, fratelli, zie, zii».

«Sì, mamma, ho molti parenti. Nicola è il mio fratellino più caro, ho sempre sognato che fosse mio fratello vero. Hai zia Katia, zio Vittorio, cugini, tutto grazie a te».

«Mia figlia».

Teresa, ormai anziana, lasciò il suo corpo in pace, sorridendo a Vittorio.

Manuela, ora Maria Vittoria, raccontò la sua vita alla grande famiglia.

«Non copiate le esperienze altrui, provate o non provate», disse Maria Vittoria, «nessuno sa come la vita può girare. Non dimenticate quanti anni sono passati. Alcune madri non avrebbero potuto, ma io ce lho fatta, il mio carattere è forte e ho superato tutto».

Per questo le rendo sempre omaggio.

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Vittorio è tornato a casa dal lavoro più tardi del solito, sua moglie Tamara in ansia lo stava aspettando, temendo che fosse successo qualcosa lungo il tragitto, mentre il piccolo Nicola si impazientiva, chiedendo: “Dove è papà, dove è papà?