Mia zia mi ha lasciato la casa, ma i miei genitori non erano d’accordo. Volevano che la vendessi e gli dessi i soldi, mantenendo solo la mia parte. Hanno affermato all’unanimità che non avevo diritto a questa casa.

La mia zia, Barbara, mi ha lasciato la sua casetta di pietra a San Giovanni in Persiceto, ma i miei genitori non ne hanno condiviso lentusiasmo. Volevano che vendessi la proprietà, mi desse i soldi e che io tenessi solo la mia parte. Con voce unitaria hanno sostenuto che non avessi alcun diritto su quel tetto.

A volte chi ti è più vicino può diventare il tuo più grande nemico. È difficile accettarlo, ma i miei genitori mi odiano davvero. Spesso mi chiedo se siano davvero la mia famiglia. La stessa cosa non vale per la mia sorellina, Ginevra. Noi non somigliamo affatto; io non voglio essere come lei, il suo carattere mi irrita. Eppure i genitori lhanno sempre tenuta come modello.

Ginevra è solo al settimo anno di scuola, è scortese con gli adulti e non si cura nemmeno di sé. Non so più a chi rivolgermi: nonostante fosse la primogenita, comprava vestiti firmati, mentre io indossavo abiti di seconda mano che lei non voleva più.

Nessuno credeva fossimo sorelle. Io ero educata e ordinata, lei volgare e senza freni. Lunico affetto che ho conosciuto è stato quello di zia Barbara, la sorella di mio padre. Senza figli, si è presa cura di me; per essere sinceri, è stata più madre di quanto lo siano stato i miei genitori o Ginevra. Trascorrevamo ore insieme; mi insegnò tutto quello che so. Con zia Barbara mi sentivo davvero a casa, e non volevo più tornare da quelle quattro mura.

Oggi posso affermare che è stata lei a crescermi. Sarta di professione, mi ha trasmesso lamore per il cucito. Barbara era gravemente malata, così non aveva fretta di mettere su una famiglia. Quando finii la scuola, lei morì, lasciandomi il suo piccolo rustico.

Il suo addio non ha placato il dolore per la perdita di una persona cara. Leredità, invece, è apparsa come un dono del destino: finalmente una via duscita dalla saracinesca in cui mi trovavo, la possibilità di una vita tranquilla. Lunica preoccupazione era che mio padre si considerasse erede diretto di quella casa. Sapevo che sarebbe scoppiato un gran scandalo.

Le mie paure si sono avverate quando i genitori e Ginevra ne hanno saputo di più. Hanno insistito perché vendessi limmobile, mi desse il ricavato e ne tenessi soltanto una fetta per me. Con voce unisono hanno dichiarato che non avevo alcun diritto su quella casa.

Quando hanno capito che le loro ragioni non mi convincevano, hanno cominciato a piangere, a fare appello alla compassione, ricordando che eravamo una famiglia. Hanno tirato fuori il mito dei legami familiari.

Il mio pensiero è chiaro: venderò la casa, ma solo per comprare unabitazione il più lontano possibile da loro. Anche se mi minacciassero con unarma, non dirò loro il nuovo indirizzo. Merito una vita felice, lontano dal loro veleno.

Devo chiudere questa faccenda al più presto e ricominciare da capo, con una nuova esistenza che non dipenda più da loro.

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Mia zia mi ha lasciato la casa, ma i miei genitori non erano d’accordo. Volevano che la vendessi e gli dessi i soldi, mantenendo solo la mia parte. Hanno affermato all’unanimità che non avevo diritto a questa casa.