Laboratorio Creativo al Posto dell’Ufficio

Ginevra Bianchi tolse le cuffie e le tenne un attimo in mano, sentendo il lieve calore che proveniva dal cavo. La sala riunioni era densa di aria condizionata. Sullo schermo lampeggiava una tabella a colori; dal reparto di Milano qualcuno spiegava monotono perché nel terzo trimestre bisognava mettere a posto i conti, mentre la freccia del grafico scendeva lentamente.

Ginevra sapeva che presto le avrebbero chiesto unopinione. Sapeva anche che doveva parlare di ottimizzazione dei processi e ridistribuzione del carico. Le parole erano già pronte nella sua mente, come un discorso provato. Ma dentro di sé cera un vuoto. Tutti quei processi, iniziative, collaborazione orizzontale erano come entità a sé stanti, lontane da lei.

Ginevra, ci sei? la voce dallo schermo suonò più dura del necessario.

Scosse la testa e rimise le cuffie.

Sì, sì, sento. Dal mio lato cliccò il mouse, aprendo gli appunti. Vedo potenziale nella ridistribuzione dei compiti tra i team regionali. Però è fondamentale tenere conto dellaspetto umano, altrimenti si spegne la motivazione.

Alcuni dei piccoli riquadri sullo schermo annuirono. Qualcuno trascrisse la frase nei verbali, un altro tornò a controllare la posta. Ginevra parlava, ma nella testa le ribolliva aspetto umano con una punta di ironia. Quando era stata lultima volta a sentirsi davvero umana, anziché responsabile del servizio clienti?

Dopo la call, tutti si disperdero nelle proprie scrivanie. Il corridoio profumava di caffè e di cornetti appena sfornati. Ginevra rimase accanto alla finestra. Sotto il grigio cielo di aprile, il traffico scorreva ininterrotto; la gente si affrettava verso la metropolitana stringendo le sciarpe al volto. Il suo riflesso nello specchio del vetro mostrava un blazer ben stirato, capelli sistemati, trucco leggero. Trentaquattro anni, buona posizione, stipendio dignitoso, mutuo, figlio adolescente. Tutto al suo posto.

Solo dentro sentiva di indossare non solo il blazer, ma anche la pelle di qualcun altro.

Il cellulare vibra. Un messaggio di una vecchia compagna di classe: Dove vai a finire? Sempre al lavoro! Facciamo qualcosa questo weekend. Ginevra digitò una risposta rapida: Più tardi, sono sommersa da un progetto, la cancellò e scrisse: Ci sentiamo sabato.

Ritornò alla scrivania. Sul tavolo, accanto al portatile, cera una piccola scatola di plastica con ago e filo. Una settimana prima, durante una videochiamata notturna con lufficio di Londra, aveva strappato il rivestimento del suo blazer contro lo schienale di una sedia. Ricordò di aver comprato quellattrezzo per ogni evenienza.

Allora, in quellufficio semioscurato, la luce del monitor le accecava gli occhi mentre, togliendo il blazer, ricuciva il rivestimento con punti grossi ma regolari. Le mani ritrovarono la sensazione di tenere un ago, di far scorrere il filo senza grovigli. Da bambina cuciva vestiti alle bambole con le vecchie gonne della madre. Alluniversità modificava i jeans e i cappotti per distinguersi tra le giacche tutte uguali.

Iniziò nel settore bancario, poi passò al grande gruppo industriale. Corsi serali, report, progetti. La macchina da cucire, comprata una volta come premio, rimaneva impolverata in un angolo della camera da letto. Un giorno, quando avrò tempo, si ripeteva. Il tempo non arrivava mai.

Ginevra, posso? bussò lassistente alla porta. Da Mosca chiedono un report urgente sulle lamentele del trimestre, entro fine giornata.

Inviami il modello, rispose, voltandosi di nuovo verso lo schermo.

Con il pomeriggio, gli occhi le bruciavano, il capo pulsava. Spense il portatile, lo infilò nella borsa, spegné la luce. Nellascensore si guardò allo specchio e vide chiaramente la stanchezza sotto gli occhi, nascosta a malapena dal fondotinta.

A casa, in cucina, Matteo mangiava gli spaghetti davanti al tablet. Sul fornello il sugo in scatola si raffreddava, appena riscaldato dal suo cappotto.

Come va la scuola? chiese, togliendosi il cappotto.

Bene, rispose senza staccare gli occhi dallo schermo.

Accese il bollitore, tirò fuori del formaggio dal frigo. La borsa del laptop cadde pesante sulla sedia. Nella testa continuavano a girare numeri, piani, presentazioni. A un certo punto le sembrò che tutta la sua vita fosse una lista infinita di task in un calendario aziendale.

Quella notte non riuscì a dormire. Nelloscurità sentiva il leggero russare di Matteo nella stanza accanto e il rumore dei pochi passanti fuori. Pensava alle dita che impugnavano lago e alla linea dritta del punto sul rivestimento. Ricordava un sogno di aprire una piccola bottega di riparazioni di abiti. Ma poi il matrimonio, la nascita del figlio, il bisogno di soldi e stabilità avevano messo il sogno in soffitta, come un vecchio bagaglio.

Al mattino la posta digitale la sorprendette: una comunicazione del dipartimento risorse umane con oggetto Riorganizzazione strutturale. Dentro, frasi asciutte sulla fusione di divisioni, ottimizzazione della gestione e un allegato con il nuovo organigramma. Il suo reparto sarebbe stato spostato in unaltra business unit, e sopra di loro compariva una nuova carica: Direttore dellesperienza cliente. Il cognome accanto a quello della nuova figura era estraneo a Ginevra.

Unora dopo fu convocata dal CEO. Lufficio profumava di profumo costoso e di caffè appena fatto. Il dirigente, con un sorriso teso, iniziò:

Ginevra, sappiamo che i tempi sono difficili. Dobbiamo essere più agili, rispondere più in fretta al mercato. Abbiamo deciso di unire le divisioni. Il tuo knowhow è prezioso, ma fece una pausa. Ti proponiamo il ruolo di consulente del nuovo direttore. Formalmente è un declassamento, ma con lo stipendio invariato per sei mesi. Poi vedremo.

Ginevra annuì, sentendo qualcosa scendere dentro di sé. Consulente: una figura che può essere spostata da un lato allaltro in qualsiasi momento.

Posso pensarci un giorno? chiese.

Il CEO fu sorpreso, ma acconsentì.

Uscì dal suo ufficio e attraversò il corridoio, dove poster motivazionali invitavano a guidare il cambiamento e crescere insieme. Si chiuse nella stanza dei bagni, appoggiando la fronte al freddo del piastrelle. Un pensierole balzò: Se non ora, quando?

Quella sera, invece di prendere lautobus subito, si fermò alla fermata più presto, desiderosa di fare una passeggiata e arieggiare le idee. Camminò lungo la via, tra farmacie, saloni di bellezza e piccole botteghe. In un seminterrato acceso da una luce gialla, una vetrina recava la scritta: Riparazioni e sartoria. Sotto, un foglio con gli orari e un numero di telefono.

Ginevra rallentò il passo. Dalla vetrina si intravedeva un locale stretto, pieno di tavoli. Una donna di circa cinquanta, con occhiali, guidava il filo tra le dita della macchina da cucire. Sui ganci pendevano cappotti, vestiti, pantaloni da uomo. Su una sedia vicino alla porta cera una pila di jeans.

Mentre osservava, un uomo con una borsa la spinse leggermente.

Volete entrare o no? brontolò.

Ginevra si fece da parte, lasciandolo passare. La porta si aprì e il rumore sordo della macchina da cucire e lodore di tessuto, ferro caldo e sapone le ricordarono la cucina di casa, quando la madre stirava la biancheria.

Improvvisamente capì di stare sorridendo, ma anche di provare timore. Quella piccola bottega era una vita diversa, spaventosa da attraversare.

Rientrata a casa, girava da una stanza allaltra. Matteo indossava ancora le cuffie. Sulla scrivania della posta cera una bozza di email al dipartimento risorse umane con oggetto Dimissioni. La aprì, guardò il testo vuoto e lo chiuse.

La notte tornò a rubare il sonno. Numeri: mutuo, bollette, cibo, corso di basket di Matteo. Lo stipendio attuale copriva tutto con un margine. La bottega nel seminterrato sarebbe stata un guadagno minimo, senza assicurazione.

Il giorno successivo, sulla via del lavoro, entrò di nuovo nel seminterrato. La campanella suonò al suo ingresso. Dentro cera caldo. Su un tavolo giacevano rocchetti di filo colorato, spilli, metro a nastro. La donna dagli occhiali alzò lo sguardo.

Buongiorno, disse Ginevra, sentendo la gola seccarsi. Vorrei chiedere: state cercando qualcuno?

La donna scrutò il suo blazer, la borsa ordinata, le scarpe con tacco basso.

Sai cucire? chiese senza giri di parole.

Un po. Da piccola cucivo vestiti alle amiche, poi a university aggiustavo jeans e cappotti. Non lo faccio più, ma le mani ricordano.

Tutti dicono così, rise. Io sono Zinaida. Ho unassistente, ma a volte è dura stare tutta la giornata in piedi. Il lavoro cè, però non è un ufficio, capisci? Polvere, fili, clienti di tutti i tipi. E i soldi alzò le spalle. Non è una grande corporation.

La parola corporation le suonò estranea.

Lo so, rispose Ginevra sottovoce. Posso provare? Anche solo per qualche giorno. Lavoro, ma forse presto avrò più tempo.

Zinaida la osservò più attentamente.

Vieni sabato. Vediamo che ne esce.

Uscita, Ginevra sentì le ginocchia tremare. Tené in mano il biglietto da visita della bottega, mentre nella mente lottavano due voci: Sei impazzita, hai un figlio, un mutuo. Un seminterrato, dei fili. Laltra, più gentile, ricordava il piacere di far scorrere lago.

Al lavoro, la attendevano nuove email, nuove riunioni. A pranzo stampò il modulo per le dimissioni e lo mise nella cassetta della scrivania. Alla sera non riuscì ancora a portarlo via.

Sabato pioveva. Matteo era con gli amici, promettendo di tornare per cena. Ginevra rimase davanti allarmadio a scegliere cosa indossare. Alla fine mise jeans e una maglietta semplice; il blazer rimase appeso, come una seconda pelle.

Nella bottega cera movimento. Una giovane donna con una borsa ingombrante chiedeva di accorciare un paio di jeans e sostituire la cerniera.

Zinaida, vedendo Ginevra, annuì.

Vieni, questa è la nostra stagista, disse alla cliente, indicando una sedia.

Ginevra si sedette davanti a una vecchia macchina da cucire, ma ancora curata. Accanto cera una pila di pantaloni. Zinaida le mostrò come segnare la lunghezza, fissare con spilli.

Non correre, consigliò. I clienti pagano per la precisione.

I primi punti furono difficili. Il pedale era strano, il filo si aggrovigliava. La schiena iniziò a far male, ma dopo trenta minuti trovò il ritmo. Il tessuto sibilava sotto le dita, lago entrava e usciva con ordine, lasciando una linea pulita.

A pranzo la testa girava per lo sforzo. Zinaida le offrì una tazza di tè da una teiera antica e la posò sul bordo del tavolo.

Come va? chiese.

Sono stanca, ammise. Ma è gratificante vedere il risultato.

Questo è lessenziale, confermò Zinaida. Non illuderti, è un lavoro duro: spalle, occhi, gambe. E i soldi non sono molti. Ma se ti piace, tieni duro.

Quella giornata Ginevra guadagnò una piccola somma; Zinaida le mise in mano qualche banconota.

Per lo stage, disse. Pensa se davvero vuoi questa vita.

A casa posò i soldi sul tavolo. Era circa un decimo del suo salario giornaliero in ufficio. Guardò le banconote e ricordò quanto prima li spendeva per caffè al volo e taxi.

Il lunedì successivo entrò in ufficio con la decisione già presa. Firmò la lettera di dimissioni e la consegnò al reparto risorse umane. La responsabile, con gli occhiali, la guardò.

Sei sicura? chiese. Hai una buona posizione, seniorità.

Sono sicura, rispose Ginevra, sorpresa della calma nella sua voce.

La notizia si sparse rapidamente. I colleghi si avvicinavano, curiosi di sapere dove andasse.

Verso una piccola sartoria, disse a una collega.

Quella rise, pensando fosse uno scherzo, poi capì e rimase perplessa.

Ma perché? Lì i guadagni sono balbettò. Diversi.

Lo so, ribatté Ginevra.

Quella sera raccontò tutto a Matteo.

Ti dimetti? tolse le cuffie. E il mutuo?

Non smetto di lavorare, rispose. Solo in un posto diverso. Guadagnerò meno, dovremo risparmiare: meno consegne, meno cene fuori. Ma tornerò a casa prima, potrò cucinare, uscire con te.

Io e gli amici, sbuffò lui. E se non funziona?

Ginevra ci pensò un attimo.

Allora cercherò altro, ma voglio provare, disse.

Lui scrollò le spalle, rimise le cuffie e aggiunse piano:

Se smetti di urlare la sera per il lavoro, già è un bonus.

Il periodo di preavviso si allungò. Ginevra passava i compiti, scriveva guide, rispondeva a domande. I colleghi le regalavano fiori, biglietti, auguri per il nuovo inizio. Alcuni la osservavano come chi vede una persona che improvvisamente decide di vivere a modo suo.

Lultimo giorno, uscendo dallufficio, si voltò verso la vetrina. Dentro cerano luci, condizionatori, riunioni infinite. Stabilità, assicurazioni, bonus. E una stanchezza che ormai faceva parte del suo corpo.

Due giorni dopo entrò di nuovo nella bottega, stavolta non come stagista ma come dipendente a tempo pieno. Zinaida le diede un grembiule, indicò dove stavano le forbici, i fili, iCon il sorriso sul volto e il cuore leggero, Ginevra si avviò verso la porta, pronta a cucire il resto della sua vita con fili di coraggio e speranza.

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