15 aprile 2025
Oggi mi sento di mettere su carta il racconto di quegli ultimi anni, per ricordarmi quanto la vita possa cambiare in un battito di cuore. Io, Andrea Bianchi, marito di Martina, padre di Stefano, scrivo come se fosse il mio diario segreto.
Martina e io sognavamo da cinque anni di avere un figlio; quando è nato Stefano è sembrato che il destino avesse infine voluto benedire il nostro legame. Abbiamo riversato in lui tutto ciò che avevamo: amore, tempo, ambizioni non realizzate e, soprattutto, un codice donore scolpito nella pietra.
«Sii sempre onesto, figlio mio», mi sentivo dire mentre gli leggevo, prima di dormire, le storie dei nostri eroi.
«Lonestà è la vera ricchezza di una persona», ribadiva Martina, rivedendo il suo diario.
Stefano è cresciuto serio più di quanto lo siano i suoi coetanei. Principiato, corretto, instancabile. Ha assorbito le nostre verità come una spugna e ha voluto diventare lincarnazione ideale dei valori che gli avevamo trasmesso. Ha ricevuto la medaglia doro a scuola, è entrato nella facoltà di Economia dellUniversità di Bologna con laurea con lode, e gli insegnanti lo ringraziavano per il suo comportamento, mentre i vicini sospiravano dinvidia.
«Non preoccuparti, mamma», lo sentiva rassicurare Martina quando lei temeva le lusinghe universitarie. «Non ho tempo per queste cose, devo solo studiare.»
E così è stato: è stato il migliore del suo corso, ha ottenuto la laurea con lode, ha trovato subito un lavoro in una grande società di consulenza a Milano e trascorreva le giornate in ufficio. Rientrava a sera tarda, gli occhi accesi da una stanchezza dignitosa.
«Mi hanno notato», ci ha detto una sera con orgoglio. «Mi hanno affidato un progetto importante.»
Poi, come temevamo e speravamo allo stesso tempo, è arrivata una notizia che ha fatto battere il cuore di Martina. Un domenica mattina Stefano è tornato a casa più presto del solito, con una voce tremante ma carica di quella timida eccitazione che ricordiamo solo dai primi anni di vita.
«Mamma, papà, ho conosciuto una ragazza. Si chiama Ginevra. Viviamo insieme in una stanza.»
Il suo timore era quasi infantile, ma sincero. Ginevra è arrivata da noi la domenica successiva: capelli castani, occhi sereni, un sorriso gentile. Parlava con rispetto, senza mai essere servile, e si vedeva subito che amava Stefano, guardandolo con un’affettuosa luminosità.
«Viene da una famiglia benestante», ha sussurrato Martina più tardi in cucina mentre Stefano accompagnava Ginevra al taxi. «Il padre è ingegnere, la madre insegnante. E lo guarda con quel tipo di sguardo che fa bene.»
Io, solitamente riservato, ho commentato: «E noi, con lei, siamo diventati come bambini di nuovo. Non lo vedevo così vivo da tempo.»
Ginevra è diventata parte della nostra vita. Portava torte, aiutava Martina in cucina, discuteva di politica con me. Abbiamo visto Stefano sbocciare accanto a lei: il ragazzo serio ha iniziato a scherzare, a ridere, a programmare viaggi insieme. Nei suoi occhi è comparso quel semplice felicità umana che né la carriera né il successo potevano dargli.
Sei mesi dopo, mano nella mano, Stefano e Ginevra sono tornati a casa, emozionati.
«Ci vogliamo sposare», ha detto Stefano, e Ginevra ha annuito, radiosa.
Poi, guardando verso il tavolino, ha aggiunto cautamente: «Stiamo già guardando appartamenti con mutuo, ovviamente. Il caparra iniziale sareste disposti ad aiutarci?»
Il silenzio è durato un attimo. Avevamo risparmiato per dieci anni per una casa in campagna: tre milioni di rubli, cioè circa 33.000. Martina, guardando Ginevra e poi Stefano, ha sentito il cuore vibrare.
«Stavamo proprio mettendo da parte per una casa fuori città», ha detto. «Ma per voi ci penseremo.»
Il nostro «ci penseremo» è stato breve. Quella sera, a letto, Martina ha sussurrato: «Andrea, sono sicura che siano sinceri. Vedi comè? Lo ama davvero.»
Ho sospirato. Anchio vedevo lo stesso: Ginevra guardava non il progetto di Stefano, ma luomo che era, e Stefano tendeva verso di lei come verso una casa.
«Sono il nostro futuro», ho detto piano. «Che possano avere il loro nido. Il loro fondamento.»
Così, i risparmi di dieci anni, i sogni di giardini e silenzi, sono stati trasformati in quel piccolo gesto di amore. «Per il figlio», ci siamo detti, e cera un eroismo silenzioso nel sacrificio.
Settimane dopo eravamo in quattro una squadra: cercavamo annunci, visitavamo appartamenti, discutevamo di planimetrie. Alla fine abbiamo trovato un luminoso bilocale in un nuovo quartiere di Porta Romana.
Quella sera, sulla soglia del nuovo appartamento, ho consegnato a Stefano le chiavi con orgoglio:
«È il tuo regalo di nozze. Per andare subito al Comune dopo la cerimonia.»
Stefano mi ha abbracciato, gli occhi pieni di gratitudine:
«Dobbiamo comprare mobili, sistemare tutto. Poi presenteremo la domanda.»
Tutto sembrava perfetto.
Ma, sei mesi dopo, il matrimonio è svanito come fumo. Stefano è tornato a casa pallido, occhiaie profonde.
«Ginevra è andata via. Ha detto di non reggere più. Che non sono quello che dicevo di essere.»
Martina ha quasi avuto un infarto. Lho preso per le spalle:
«Resisti, figlio. Ci saranno giorni difficili tornerai da noi, ti riprenderai.»
«Sì, papà», ha mormorato Stefano. «Voglio tornare a casa.»
È tornato con uno zaino.
Martina ha notato, triste, che non aveva più preso i suoi libri dalla nuova casa. Una settimana dopo la preoccupazione è diventata opprimente. Ho chiamato Ginevra. Dopo tanto squillo, ha risposto, voce stanca:
«Andrea, mi dispiace ho cercato di convincerlo a curarsi. Non ce lha più fatta.»
Unora più tardi, bussando alla porta del nuovo appartamento, un uomo sconosciuto mi ha aperto.
«Lappartamento è stato venduto, siamo già entrati.»
Ho passato due ore seduto su una panchina del cortile, il vuoto nella testa. Martina, davanti alla TV, tessendo una sciarpa per Stefano, ha dichiarato:
«Lappartamento non cè più. Lha venduto. Abbiamo perso tutto.»
Stefano, con lo sguardo nuovo, spaventato ma anche determinato, ha detto:
«Papà, mamma devo spiegarvi.»
Non cera più amore: Ginevra era andata via quando aveva capito a che cosa stava diventando. La carriera era sparita: lo avevano licenziato mesi fa. Per alleviare lo stress aveva iniziato a scommettere, poi a cercare adrenalina, poi a indebitarsi. Prima piccole somme, poi astronomiche. Ha contratto mutui, ha dato in pegno tutto il possibile, fino a vendere quella casa che noi avevamo costruito per loro.
«Pensavo di risollevarmi! Un colpo grosso e ricomprerei tutto! Ma»
Si è fermato, guardando il pavimento.
«Sono al fondo. Ho perso tutto. Voglio ricominciare da capo.»
Sono rimasto in silenzio, osservando il mio figlio, lincarnazione di tutte le nostre speranze, ma ora un uomo che non riconosco più. Vedo il bugiardo che, per più di un anno, ha recitato una parte, sapendo che avrebbe condotto tutti verso il precipizio.
Martina è stata la prima a parlare, voce tremante:
«Ci hai fatto credere in quella felicità. Hai usato noi, hai usato lei. Sapevi che avremmo comprato una casa e cosa sei diventato?»
Stefano ha alzato lo sguardo, una vecchia rabbia infantile negli occhi.
«Sono quel robot che avete costruito. I robot, papà, mamma, non sanno chiedere aiuto. Si spezzano.»
Con un gesto teatrale ha lasciato la stanza.
Ho guardato fuori dalla finestra, la sera, i lampioni accesi. Lorizzonte della nostra vita, un tempo così chiaro e prevedibile, è stato cancellato. Il vero terrore non è stato perdere i soldi, ma capire che il dipinto perfetto di felicità che avevamo dipinto sulla sabbia era destinato a svanire.
La lezione che porto con me è questa: non si può costruire la propria serenità sui sogni altrui né su regole scolpite nella pietra; la vera felicità nasce dal saper accogliere le fragilità altrui e dal lasciar spazio allimperfezione, senza trasformare lamore in un progetto da realizzare.






