Avevo preso un volo per Firenze, tre mesi dopo che il mio ex-fidanzato mi aveva lasciato. Sì, sembra folle, lo so. Ma in quel periodo vivevo solo di sentimento la ragione non mi apparteneva più. Avevo messo nel trolley lanello di fidanzamento, le nostre foto mi sorridevano dal cellulare e una stupida speranza mi scuoteva il cuore: pensavo che, guardandolo negli occhi, avrebbe cambiato idea.
Sapevo dove lavorava. Era medico presso lospedale di Santa Maria Nuova. Arrivai sola, con solo una valigia piccola e lo stomaco aggrovigliato dallansia. Mi accomodai nella sala dattesa, fingendo di aspettare notizie su un familiare. Quando lo vidi attraversare il corridoio, mi mancò il fiato. Era identico a come lo ricordavo camice bianco, stanco, sempre di corsa.
Lo fermai e gli dissi che dovevo parlare con lui. Lui mi guardò con sorpresa. Camminammo fianco a fianco lungo il corridoio. Cercai di sembrare sicura: gli confessai che ero lì perché non riuscivo ad accettare che tutto fra noi fosse finito così, che lo amavo ancora e volevo tentare di salvare ciò che eravamo.
Non esitò un attimo. Mi disse che la sua decisione era presa, che ormai la sua vita era il lavoro, e che io dovevo andare avanti. La voce tremava di freddezza, non di rabbia era distante, glacial della maniera che solo un cuore chiuso sa essere.
Stringevo i denti per non crollare di fronte a lui. Annuii, estrassi dal portafogli lanello che ancora conservavo, glielo restituii e lo salutai in fretta. Uscii, mi sedetti su una panchina di cemento davanti allingresso e non ce la feci più. Nascosi il viso fra le mani e piansi come non avevo pianto da mesi. Piansi per il viaggio, per le illusioni, per il no che bruciava, per un amore che non era mai stato ricambiato.
Non mi ero accorta che, poco più in là, cera un altro medico seduto su una panchina. Era in pausa. Mi aveva sentito singhiozzare per diversi minuti. Quando il pianto iniziò a svanire, si avvicinò piano e disse:
Mi dispiace interrompere ma se vuoi parlare, ci sono. Va tutto bene?
Abbassai lo sguardo, riuscendo a dire solo:
No mi hanno spezzato il cuore. Di nuovo. Dallo stesso uomo.
Lui mi osservò con una preoccupazione sincera. Mi chiese se poteva sedersi accanto a me. Lo fece, senza fretta. Fu una conversazione rara, impensata, strana e insieme profondamente umana. Mi offrì una bottiglietta dacqua, mi domandò se avessi qualcuno lì in città, se fossi davvero sola. Gli raccontai di tutto: avevo viaggiato solo per vedere il mio ex, un tempo promesso sposo, ma tre mesi prima mi aveva lasciata e io ancora non sapevo come accettare la fine.
Non mi giudicò. Mi ascoltava e parlava con calma. Mi disse che nessuno merita di mendicare amore. Che era normale soffrire, ma immorale fermarsi lì per sempre. Il suo tono era semplice e protettivo, non flirtava sembrava davvero volesse consolare una sconosciuta distrutta davanti a un ospedale.
Cominciammo a chiacchierare poi iniziammo a scriverci. Gli confessai che non volevo restare a lungo in Italia, che desideravo tornare a casa subito. Mi domandò quando avrei preso il volo. Gli raccontai la verità: non avevo ancora acquistato il biglietto, speravo solo in una riconciliazione.
Allora mi disse:
Resta qualche giorno. Esci con me e con i miei amici. Non chiuderti in una stanza dhotel a piangere.
Accettai. Uscivamo a cenare pasta, vino, storie di vita. Passeggiavamo sotto i portici, mi presentò i suoi colleghi. Io ero ancora in modalità cuore spezzato, sempre sul punto di crollare. Tra noi non successe nulla: niente baci, niente doppie intenzioni. Solo dialoghi lunghissimi e timidi sorrisi che, per qualche istante, mi facevano dimenticare la sofferenza.
Dopo una settimana tornai a Torino. Pensavo che sarebbe finito lì. Invece continuammo a parlarci. Ogni giorno. Per sei mesi. Messaggi infiniti, telefonate notturne, note vocali piccoli gesti quotidiani. Piano piano, senza accorgermene, ci stavamo legando sempre di più.
Un giorno, senza preavviso, si presentò nella mia città. Mi scrisse:
Sono qui. Ho bisogno di vederti.
Mi aspettava in aeroporto. Quando arrivai e lo vidi con il trolley, non capivo più niente. Mi abbracciò e mi disse subito:
Sono innamorato di te. Non voglio accontentarmi dello schermo. Sono venuto per guardarti negli occhi, per capire se anche tu provi lo stesso.
Scoppiai a piangere. Ma questa volta non era tristezza. Era paura, emozione, sorpresa tutto insieme. Gli dissi sì. Anchio mi ero innamorata, senza rendermene conto. Quel giorno è iniziata ufficialmente la nostra storia.
Oggi sono tre anni che stiamo insieme. Siamo fidanzati. Ci siamo sposati ad agosto. Ora consegniamo inviti per il nostro matrimonio. E a volte penso se non avessi preso quel volo, se non avessi cercato chi mi aveva respinta non avrei mai incontrato luomo che oggi è mio marito.
E anche se tutto è cominciato con un pianto disperato su una panchina davanti a un ospedale la mia storia damore più grande è nata proprio da lì, dal dolore più inatteso.






