Il Marito È Tornato a Casa con un Neonato

Me ne vado! sussurrò Edoardo, gli occhi fissi su unombra che sembrava un neonato avvolto in una coperta di nuvole.

Dove? chiese Irene, ancora immersa nella lista dei generi alimentari che stava scrivendo sul tovagliolo. Così, proprio adesso?

Via, via, via! replicò lui, la voce riverberante come un eco in una chiesa vuota.

Ma e il Capodanno? insistette Irene, il soprannome Livia le sfuggiva tra le dita come un fil di spaghetti.

Quale Capodanno, Livia? il volto di Edoardo si contorse in una smorfia di stanchezza. Quando imparerai a ragionare?

Egli pronunciò ogni parola a maccheroni, suddividendo le sillabe come se stesse leggendo un libro per bambini con gli occhi chiusi.

Me ne vado da te! Davvero! Ho trovato unaltra, e ci sarà un bambino! Capisci adesso?

Il suo sguardo era un lampo di fuochi dartificio spezzati. Irene sentì il cuore battere allunisono con le campane di San Pietro, ma lanima le si incrinò come vetro di Murano.

Tutto era già pronto per la festa: lalbero di Natale, addobbato con stelle di carta e luci di cartapesta, troneggiava nel soggiorno di un appartamento a Trastevere. La tavola era già coperta di tovaglie rosse, i piatti di ceramica dipinti a mano attendevano il pranzo, e la lista della spesa formaggi, salumi, il tanto amato prosecco era quasi finita.

Irene, una donna di cinquantanni, amava quel periodo dellanno più di un napoletano ama la pizza. Ma fuori, la neve cadeva a stento sulla Via del Corso, e latmosfera si sfilacciava come un panno vecchio.

Il risparmio era il suo mantra: i regali già imballati da mesi, le orecchini per le sorelle, i regali per i nipoti, il marito, tutto sistemato in scatole di cartone. Uno dei regali era un maglione di lana con renne, quello che Edoardo sognava da anni. Un piccolo prezzo in euro, ma per lamore si pagano anche i sogni più piccoli.

Allimprovviso, Edoardo sbatté la porta e, con voce tremante, gridò: Me ne vado!

Dove? chiese Irene, ancora senza alzare lo sguardo dalla lista.

Via, davvero! rispose, con la stessa determinazione di chi lancia una moneta in un pozzo dei desideri.

Come? replicò Irene, il volto pallido come la neve di un inverno tardivo. E il Capodanno?

Quale Capodanno? fece Edoardo, arricciando le sopracciglia come se cercasse una chiave perduta. Quando sarai più saggia?

Mi hai lasciata con una lista incompleta! scoppió Irene, ma le parole si disperdevano come bolle di sapone.

Edoardo era già in piedi, con i tacchi dei suoi stivali costosi ancora segnati di profumo di colonia che lui stesso le aveva regalato. Il suo zaino, carico di una culla di cartone, sembrava un piccolo bagaglio di promesse infrante.

Sei sicura di voler restare? chiese Irene, il tono più dolce di una melodia di Pavarotti.

Se non resto, chi resta? rispose Edoardo, mentre il neonato che aveva nellombrello di carta gemette una piaga di pianto silenzioso.

Quindi… il bambino è tuo? chiese Irene, cercando di capire se quel piccolo fosse davvero suo.

È solo un altro capitolo, Livia. Un capitolo che non vuole più il tuo nome, rispose Edoardo, indicando la porta con un gesto lento, come una mano che chiude una finestra su un sogno.

Il tempo scivolò via come la neve che si scioglieva sui tetti di Napoli. Il telefono squillò: era la sua amica Tania, una donna robusta di Firenze, che chiedeva: Che cosa portiamo a casa di Marco per Capodanno?

Edoardo è sparito! rispose Irene, la voce ferma ma con un velo di stupore.

Era ovvio, sospirò Tania, tutti lo sapevano. Lui e Marco hanno lavorato insieme nella stessa fabbrica di marmo.

Le parole di Tania rimbalzavano nella stanza, creando un eco di risate amare.

Il giorno successivo Edoardo tornò, con il piccolo avvolto in una coperta di velluto rosso. Se non fosse stato per te, avrei portato via anche il bambino, disse, gli occhi pieni di un misto di rimorso e speranza.

Cerca di andare via, ma non lasciarmi il bambino! urlò Irene, il volto accigliato come una maschera di carnevale.

Non lo farò, rispose Edoardo, aprendo la porta con un gesto lento, quasi teatrale, come se ogni passo fosse una danza di note stonate.

Il neonato, di cinque mesi, guardava il mondo con occhi curiosi, mentre il vento di dicembre sibilava tra i vicoli di una Bologna immaginaria.

Irene, stremata, si sprofondò sul divano di velluto, il pensiero di un futuro senza luomo che amava che si dissolse come il fumo di una sigaretta di velluto.

Il telefono suonò ancora una volta: Che fai con il bambino? chiese Tania, con tono di chi cercava di non credere a quello che udiva.

Io non lo so, rispose Irene, il cuore che batteva come un tamburo di una processione.

Il tempo si fermò, il cielo si tinto di rosa, e il sogno di Irene si trasformò in un affresco di colori sbiaditi. Le luci di Natale scintillavano fuori dalla finestra, ma dentro la stanza il silenzio era più profondo di una cattedrale.

Alla fine, il bambino si addormentò tra le braccia di Edoardo, che sussurrò: Forse un giorno tornerò a casa.

Irene, ancora seduta sul divano, guardò il futuro come un quadro incompiuto, un capolavoro di memorie, lacrime e speranze. E nel silenzio della notte, il pensiero di un nuovo Capodanno le apparve come uneco lontana, una promessa che forse, un giorno, si avverrà.

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