La futura suocera rovina la vacanza: quando una “mamma italiana” troppo presente trasforma un viaggio da sogno in Thailandia in un incubo familiare tra suocera, figli e nuove scoperte prima del matrimonio

– Sai, non mi sentivo tranquilla a viaggiare da sola con mia figlia. Due donne da sole, in un paese straniero, senza conoscere la lingua… se succede qualcosa la futura suocera fece un gesto vago con la mano. Ma con voi due invece mi sento già più sicura.
E poi saremo vicine, in caso servisse.
Ah, non potevo ancora immaginare quanto vicine ci saremmo trovate davvero.
– Che peccato sospirai.

Con Michele, Anna e Carlo avevamo iniziato a progettare la vacanza già da sei mesi.

Il fratello del mio futuro marito e sua moglie erano la compagnia perfetta, con cui potevi andare sia in un bar che in vacanza o persino allavventura, tanto eravamo in sintonia su tutto e condividevamo la stessa idea di relax.

Lanno scorso ci eravamo già concessi due viaggi insieme, entrambi riuscitissimi.

Ma questa volta

No, non mi sarei mai sognato di incolpare la moglie di Carlo per essersi ammalata proprio allultimo momento.

Ma un po di delusione potevo permettermi, no?

– E adesso che si fa? Toccherà a voi due andare in giro tra le antiche rovine da soli, sospirò Carlo.

Anche lui ci era rimasto male per la vacanza saltata, ma ovviamente non poteva certo abbandonare la moglie malata per partire di punto in bianco.

E nessuno, ovviamente, avrebbe preteso il contrario.

Certo, dispiaceva per i soldi ormai persi il rimborso dei biglietti sarebbe stato solo parziale. E poi, soprattutto, che rabbia vedere i nostri piani andare in fumo.

– Michele, Ilaria, ho avuto unidea brillante quella stessa sera la madre di Michele e Carlo venne a trovarci.

Non era una cosa insolita: Michele era molto legato alla mamma.

E in fondo la signora Giulia De Santis era anche una persona piacevole.

Sì, aveva le sue stranezze come molte mamme italiane allantica spesso cercava di farmi la maestrina, ma da quello che sapevo anche le suocere delle mie amiche erano tutte così.

Anzi, rispetto ai racconti altrui la mia futura suocera era la versione più soft che potesse capitare.

È vero, Giulia veniva spesso a farci visita più o meno quattro volte a settimana.

Ma solo ogni tanto le prendeva il pallino di insegnarmi come si manda avanti una casa.

E, strano a dirsi, alcune sue dritte mi erano pure tornate utili, quindi davvero non la vivevo come una minaccia.

Perciò accettai con serenità la sua proposta di trascorrere le vacanze insieme.

Insomma, Giulia avrebbe portato con sé la figlia minore Francesca, avrebbe rilevato i biglietti comprati da Carlo e la moglie, e sarebbe partita con noi due per la Grecia, a godersi un po di sole mediterraneo e nuove esperienze.

– Sai, non mi sentivo tranquilla a viaggiare da sola con Francesca. Due donne da sole, senza conoscere la lingua, se capita qualcosa ribadì la futura suocera. Con voi invece mi sento al sicuro.

E saremo sempre insieme, se mai servisse.

Ah, non avevo davvero idea di quanto avremmo dovuto essere insieme.

Se lo avessi saputo, mai al mondo avrei accettato di partire con le mie future parenti.

Daltra parte… meglio così, almeno ho scoperto la vera natura di mio marito e dei suoi familiari prima delle nozze, non dopo, evitando così complicazioni burocratiche aggiuntive.

Si può dire che mi è andata persino bene.

Quando dissi alle amiche di aver accettato una vacanza con la futura suocera, ricevetti una valanga di dubbi sulla mia sanità mentale.

Ma chi va mai in ferie con la suocera? Invece di riposarti, finirai in mezzo a continue critiche, ti toccherà fare la serva e vedere il tuo compagno scodinzolare intorno alla mamma.

E il fatto che portasse anche la figlia? Sicuro avrebbe costretto qualcuno di noi a farle da compagna.

Ma io risposi sempre che Francesca, ormai diciannovenne, era perfettamente autonoma. Neanche nella quotidianità aveva grandi rapporti con me: ci limitavamo a salutarci, magari scambiarci i piatti a tavola, nulla più.

Improbabile pensare che in vacanza si sarebbe trasformata in una chiacchierona.

Quanto a Giulia beh, certo, bisognava adattare lorganizzazione del viaggio a lei, ma non mi sembrava un problema insormontabile.

E anche se fosse andata male, erano solo due settimane da sopportare.

Dopo, se proprio non mi fossi trovata, avrei potuto avere il perfetto pretesto per evitare di ripetere lesperienza la volta successiva.

Daltronde, bisogna provarci almeno una volta prima di rifiutare, no? Così mi avevano sempre insegnato.

E poi, le amiche non conoscevano affatto Giulia, che invece rispetto alle loro suocere era davvero una fortuna.

E ora improvvisamente mi consigliavano il contrario, cambiate idea dalloggi al domani.

Ma ormai era tardi per tirarsi indietro: Giulia era entusiasta dellidea, Michele contento perché avrebbe fatto felice la mamma portandola in Grecia.

Il primo segnale dallarme arrivò già sullaereo.

Francesca si prese subito il posto vicino al finestrino, senza obiezioni.

Io, abituata a volare spesso per lavoro, ormai consideravo loblò un dettaglio da ignorare.

A Michele, invece, non interessava minimamente il panorama: preferiva starsene immerso tra i film sul tablet.

Io puntavo sempre il posto lato corridoio, per potermi alzare comodamente senza dar fastidio a nessuno.

Dallaltro lato del corridoio cera la signora Giulia, piuttosto nervosa, e appena laereo entrò in turbolenza, a momenti scoppiava a piangere.

Non potevo certo negarle la richiesta di scambiarmi di posto, per stare accanto a suo figlio e tranquillizzarsi.

Però, strano, finita la turbolenza, nessuno si preoccupò di restituirmi il mio posto.

Anzi, Giulia si mise con finto interesse a guardare il film di Michele e infine si addormentò, appoggiando la testa sulla sua spalla.

Non prendertela, mi dicevo dentro di me. Se avessi provato la stessa paura, magari nemmeno io avrei insistito per riavere subito il posto.

E non sta bene svegliare chi dorme…

Ma il mio istinto mi suggeriva che una persona addormentata non si sveglia proprio nel momento in cui passano con il carrello dei pasti.

E in realtà, anche Francesca poteva benissimo averle ceduto il posto, dato che ormai non badava più al finestrino e guardava il film, proprio come Michele.

Osservando quella idilliaca scena di famiglia, mi sentivo sempre più estraneo e, a dire il vero, sempre più irritato. Irritazione che crebbe una volta atterrati.

Michele non mi guardò neppure: prima si fiondò ad aiutare la madre a recuperare i bagagli, poi la accompagnò al distributore dellacqua.

Mi sentii quasi di troppo, come se fossi un elemento secondario del gruppo, qualcuno che poteva tranquillamente essere ignorato.

– Ma dai, amore, mi disse Michele non hai motivo di sentirti messo da parte.

La mamma è solo un po spaesata in un paese straniero, lo hai visto anche tu comera durante il volo

Ma allora perché è voluta venire con noi, tua madre? avrei voluto rispondergli, ma mi trattenni.

E quella vocina interiore, la stessa che mi era stata insegnata da piccolo rispetta i grandi, pensa agli altri, abbi pazienza venne fuori, ricordandomi che io sono un uomo giovane e in salute, mentre la madre di Michele aveva appena passato momenti di stress vero e meritava un po di empatia.

E poi, cosera successo in fondo? Solo che Michele aveva aiutato la madre con le valigie e le chiedeva come stava.

Non potevo certo immaginare che quel che era successo durante il viaggio e in aeroporto fosse solo linizio della serie di problemi.

Perché già la sera dopo, Giulia, come una regina, si trasferì nel nostro appartamento con tanto di valigia al seguitoIl vero battesimo avvenne la prima mattina ad Atene.

Appena svegliati, la signora Giulia bussò alla nostra porta. Intendeva compilare lelenco dettagliato delle visite, suggerendo orari e perfino il menù della colazione. Francesca, nel frattempo, protestava: voleva restare almeno un giorno in hotel, magari in piscina, non certo correre per musei con la famiglia al seguito. Michele, imperturbabile, mediava tra tutte le richieste ma più spesso tra sua madre e sua sorella, lasciando a me una sola scelta: seguire londa o essere tacciata di insensibilità.

Le giornate si susseguirono con una regolarità quasi claustrofobica. Niente tramonti romantici, niente cene improvvisate nelle taverne trovate per caso, ma pasti calibrati sugli orari della signora Giulia, pause regolari per la crema solare e racconti della sua gioventù ogni volta che ci sedevamo allombra. Le mie proposte cadevano nel vuoto, talvolta neppure ascoltate. Ogni gesto di Michele, ogni sorriso, era rivolto principalmente alla madre, come se io fossi la spettatrice di unopera già scritta.

La sera della gita a Capo Sounio, a picco sul mare, realizzai davvero dove mi trovavo. Non in Grecia, ma in uno spicchio di famiglia troppo stretto per farci spazio dentro. Il mio sguardo correva tra le colonne antiche, il cielo azzurro che virava allindaco, i tre davanti a me che ridevano di una battuta che avevo appena pronunciato io, senza che nessuno sembrasse ricordarlo.

Fu proprio allora che mi prese una strana serenità. Non rabbia, non gelosia: solo chiarezza. Forse era questo il senso profondo del viaggio insieme vedere, prima di mettermi un anello al dito, quale ruolo fossi destinata ad occupare: quello della comparsa, del soprammobile discreto tra le scene di una vita già diretta da altri.

Così, quella notte, seduta da sola sul balcone dellhotel a guardare le luci di Atene accendersi nel buio, presi una decisione. Avrei detto a Michele quello che sentivo. Avrei smesso di accontentarmi di una parte secondaria nella sua vita, di farmi bastare briciole di attenzioni e illusioni di famiglia.

Il mattino seguente, di fronte a unaltra tabella di marcia della signora Giulia, sorrisi e dissi semplicemente: Oggi resto da sola. La loro sorpresa si sciolse in un misto di sgomento e fastidio, ma non aggiunsi altro. Passeggiai tra le viuzze silenziose, mi persi nella confusione del mercato di Monastiraki, pranzai con una famiglia greca sconosciuta, bevvi ouzo con una ragazza francese conosciuta al museo. Non ero mai stata così libera.

Quella sera, incontrai gli altri appena prima di cena. Michele mi chiese se stessi bene, la madre si mostrò affannata per la mia insolita improvvisazione, Francesca in fondo mi lanciò un sorriso complice. Sorrisi anchio, davvero questa volta.

Il resto del viaggio fu una danza nuova: loro nei loro riti, io con la mia leggerezza conquistata. E la sera, quando Michele cercò di abbracciarmi mentre sua madre già organizzava il prossimo Natale tutti insieme, gli sussurrai che di quel futuro forse io non avrei più voluto fare parte.

Ci lasciammo in silenzio, davanti al Partenone illuminato. E, strano a dirsi, non provai paura né nostalgia. Solo una gratitudine nitida, come la luce bianca delle colonne, per questa vacanza che mi aveva restituito a me stessa e mi aveva insegnato che il viaggio più importante, alla fine, era trovare il coraggio di scegliere il mio posto nel mondo. Anche se, a volte, significa allontanarsi dagli altri per ritrovarsi da soli finalmente padroni del proprio orizzonte.

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