«Non osare toccare le cose di mia madre!» — disse il marito con voce fredda. «Questi vestiti sono di mia madre, perché hai deciso di metterli via?» Olga, con aria pratica, continuava a togliere dagli appendini le camicette, le gonne e i vestiti leggeri della suocera defunta, mentre Slađo, suo marito, rimaneva paralizzato vedendo gli abiti della madre sparsi nel corridoio come rifiuti dimenticati. Solo tre settimane prima Slađo aveva detto addio alla madre, la signora Valentina, stroncata da un tumore implacabile. Mentre suo padre si rifugia nella vecchia casa di famiglia – immersa nell’odore della fioritura di sambuco e dei ricordi – Slađo resta a sistemare con cura, uno a uno, gli abiti della madre negli armadi. In quel luogo d’infanzia si concede finalmente di piangere e ringraziarla per tutto quello che lei aveva rappresentato nella sua vita.

«Non ti permettere di toccare le cose di mia madre», disse il marito.

«Quei vestiti sono di mia madre. Perché li hai messi insieme?» La domanda uscì dura dalla voce di Marco, quasi straniera.

«Buttiamoli, Marco. A che ci servono? Metà dellarmadio sono suoi, e io non so dove mettere coperte invernali e cuscini di scorta. In casa è sempre un disastro.»

Lucia, con aria pratica, continuava a sfilare dagli appendini magliette, gonne leggere e abiti modesti della defunta suocera, la signora Giovanna. Giovanna era sempre stata ordinata, tutto appeso con cura per non sgualcirsi; lo stesso aveva insegnato a suo figlio. Lucia invece negli armadi creava una confusione totale. Ogni mattina frugava tra i capi alla ricerca di una maglietta decente, lamentandosi che non aveva nulla da mettere, poi col vapore cercava di aggiustare tutto ciò che sembrava passato nella bocca duna mucca.

Non erano ancora passate tre settimane da quando Marco aveva accompagnato la madre nellultimo viaggio. Giovanna aveva bisogno di cure ormai inutili e di pace. Il tumore era già al quarto stadio e laveva portata via in meno di un mese. Marco, quella sera tornando da lavoro, aveva trovato i suoi vestiti gettati come spazzatura in mezzo al corridoio. Era rimasto di sasso, una coltellata. Davvero bastava così poco per dimenticare sua madre? Si buttano via le cose e si cancella tutto?

«Perché mi guardi così?» sbottò Lucia, scartando di lato. «Sembri un santone al funerale!»

«Non azzardarti a toccarli ancora», Marco sibilò. Il sangue gli pulsava in testa, le mani e le gambe senza più forza per un attimo.

«Ma chi se ne frega di questi stracci!» ribatté Lucia, spingendosi oltre, «Cosa vuoi fare, un museo in casa? Tua madre non cè più, è ora che lo accetti. Te ne saresti dovuto occupare quando era ancora viva. Forse avresti anche saputo quanto soffriva!»

Quelle parole colpirono Marco come una frustata.

«Spostati. Esci subito dalla stanza, prima che io perda la testa.» Lo disse a mezza voce, ma tremava.

Lucia sbuffò: «Che tragedia! Sei fuori»

Chiunque la contraddicesse, nella mente di Lucia, era da prendere per matto.

Marco, ancora con le scarpe ai piedi, si avvicinò allarmadio nellingresso, aprì lo scomparto in alto, salì su una sedia e prese una borsa a quadretti quelle da trasloco. Ne avevano sette così. Riempì la borsa con tutti i vestiti di Giovanna, uno a uno, piegandoli con cura. Da ultimo sistemò la giacca e un sacchetto con le scarpe. Il figlio più piccolo, Matteo, lo seguiva curioso, aiutandolo con serietà e infilando nella borsa anche il suo trattore giocattolo. Alla fine Marco cercò in un cassetto il mazzo di chiavi di casa della madre e lo mise in tasca.

«Papà, dove vai?»

Marco sorrise amaro, stringendo la maniglia della porta.

«Torno tra poco, vai dalla mamma.»

«Aspetta!» Lucia si affacciò dal soggiorno preoccupata. «Stai andando via? E la cena?»

«Grazie, ma sono già sazio del tuo modo di trattare mia madre.»

«Ma dai! Perché ti sei fissato così? Lascia lì la giacca. Dove credi di andare a questora?»

Marco non rispose, varcò la soglia con la borsa. Mise in moto la Panda, uscì dal cortile e imboccò il raccordo. Guidava immerso nei suoi pensieri, senza badare a niente: tutto il resto era sparito in secondo piano insieme a scadenze, vacanze e le battute su Facebook che di solito scorreva per rilassarsi. Una sola idea, lenta, pesava nella sua mente, e ora ogni cosa aveva senso solo attraverso quel filtro. Tutto il resto bruciava, diventava cenere. Solo i figli, la moglie e la madre contavano davvero. E ora la colpa: non era stato abbastanza presente, tra lavoro e distrazioni. Giovanna non voleva pesargli, non chiedeva nulla. E lui telefonava sempre meno, rimandava visite e ascoltava di fretta i suoi racconti.

A un terzo del viaggio, Marco si fermò in un autogrill. Divorò un tramezzino e per le tre ore successive guidò senza sosta. Solo una volta, al tramonto, notò il cielo: nuvole spezzate da una luce rossa come fuoco, il sole si aggrappava al confine del mondo come non volesse cedere. Arrivò nel buio al paese, perse tempo tra le stradine sterrate fino al fondo, davanti alla casa materna: quella dellinfanzia e delladolescenza.

Nel buio non si distingueva nulla. Marco armeggiò con il cancello, illuminando la serratura col cellulare. Cinque chiamate perse di Lucia. Ma non avrebbe risposto; era il momento del silenzio. Lodore dolce dei glicini sfioriti attirava le falene; i suoi fiori brillavano bianchi nel buio. Nelle finestre si rifletteva solo la notte. Marco prese la chiave e aprì la porta dingresso: una lampadina impolverata si accese flebilmente.

All’ingresso stavano le pantofole di mamma, quelle con cui camminava in giardino. Vicino alla seconda porta, quella della zona notte, le ciabatte di stoffa, usate, blu, con due conigli rossi ricamati. Gliele aveva regalate lui, anni fa. Restò immobile a guardarle. Poi si riscosse.

Ciao mamma, mi stavi aspettando?

Non cera più nessuno a farlo.

Odore di legno vecchio, di mobili impregnati di umidità. Il paese si faceva umido in fretta, bisognava accendere la stufa sennò veniva la muffa. Sul comò la spazzola e un piccolo arsenale di trucchi; accanto, una busta di pasta della Coop, la scorta per i giorni difficili. In soggiorno, il divano nuovo glielo aveva regalato lui, insieme con la tv. Il frigorifero aperto faceva tristezza: lì non viveva più nessuno. La camera di mamma, di fronte, il suo letto con i cuscini a piramide sotto una coperta bianca. Marco si sedette.

Quella era stata la sua stanza da ragazzo. I genitori dormivano nellaltra, con il letto più grande e accanto il lettino del fratello. Sotto la finestra cera il banco di scuola, ora al suo posto una macchina da cucire: Giovanna amava cucire e ricamare. Il letto del fratello ora era stato sostituito da un armadio dove riponeva tutte le sue cose.

Marco rimase seduto in silenzio, fissando larmadio come fosse il fantasma della madre. Si mise le mani nei capelli, abbassò la testa sulle ginocchia e i singhiozzi lo scossero. Si lasciò cadere sulla coperta, sprofondando in un pianto liberatorio.

Piangeva per non averle detto nulla, lultimo giorno, mentre lei gli stringeva la mano. Rimase lì, muto, mentre la madre si spegneva e le parole gli strozzavano la gola. «Non guardarmi così, Marco caro. Sono stata felice con te», gli aveva sussurrato. Quanto avrebbe voluto ringraziarla, dirle grazie per linfanzia serena, per lamore, i sacrifici, la casa, il senso di sicurezza solo un grazie per aver costruito il suo rifugio, il luogo dove tornare sempre comunque, dove essere accolto, amato, perdonato, qualunque errore avesse fatto.

Ma restava di pietra, senza parole. Nella nostra epoca i sentimenti sono più difficili da esprimere; ogni frase sembra pomposa, fuori tempo. Non esistono nuove parole, solo cinismo e parole forti. Marco spense la luce senza neanche spogliarsi, cercando di non sgualcire il letto rifatto. Trovò una coperta di lana sulla sedia, si coprì e si addormentò di colpo. Non pensava che il sonno sarebbe stato tanto profondo. La mattina si svegliò alle sette, come sempre, senza sveglia. Il corpo ha memoria, pensò.

Uscì allauto a prendere la borsa. I pioppi di fronte al cancello sembravano damigelle in abito chiaro, i raggi del sole si posavano gentili su di loro. Rimase un attimo sul portico. Il canto degli uccelli, laria pura Che fortuna essere cresciuto qui, non in città. Si stiracchiò, rientrò in casa e portò la borsa nellarmadio di mamma.

Uno dopo laltro tirò fuori i vestiti della madre, li sistemò con cura, li appese agli appendini come li chiamava mamma. Le sue scarpe le mise in basso. Alla fine fece un passo indietro, giudicando severamente lordine. La vedeva davanti a sé, nella sua fantasia, con addosso quegli stessi abiti, sorridente. Lei aveva quel sorriso materno che bastava per dire «ti voglio bene». Prese tra le braccia tutti quei vestiti, annusò il loro profumo E rimase lì, senza sapere cosa fare. Poi si riscosse, prese il telefono.

«Buongiorno, signor Bianchi. Oggi non vengo in ufficio. Unurgenza, di famiglia. Ce la fate senza di me, sì? Grazie.»

Scrisse un messaggio anche a Lucia: «Scusa per prima, torno stasera. Un bacio».

Nel vialetto del giardino sbocciavano narcisi e i tulipani iniziavano appena a schiudersi. Marco colse entrambi, e tra i cespugli sul retro trovò i primi mughetti. Ne compose tre mazzi: sapeva che al cimitero non era solo. Lungo il cammino, entrò al negozietto di alimentari, ricordandosi di non aver mangiato.

«Marco! Ma sei ancora qui?» La voce era quella della signora Rita, la bottegaia.

«Sono venuto a trovare la mamma», rispose Marco, imbarazzato.

«Eh, lo capisco. Vuoi della ricotta fresca? Me la porta un amico pastore. Tua madre la comprava sempre.»

La guardò. Che strana, pensò. Ma era solo una donna semplice.

«Va bene, grazie Rita. E tu, come stai?»

«Lascia stare», sbuffò. Erano state amiche lei e la signora Giovanna. «Mio figlio Gabriele fa disperare, sempre con il vino.»

Marco fece colazione direttamente al cimitero, davanti alle tombe. I mazzi di fiori li depose uno a uno: narcisi, mughetti, tulipani. Fratello, padre, madre. Il fratello era morto giovane, caduto dal tetto. Il padre se nera andato cinque anni prima. Ora anche la madre. Marco lasciò un pezzetto di cioccolato su ogni tomba, e alla madre anche della ricotta. Tutti sorridevano dalle foto sulle lapidi. Lui parlava con loro nella testa.

Ricordò tutte le monellerie fatte col fratello.

Ogni dettaglio tornava alla mente: le albe a pescare lucci con papà, che lanciava la lenza come un cowboy.

E mamma! Quando strillava dalla porta: «Marcooo! A tavola!» La sentivano fino al bar del paese: che vergogna davanti agli amici. Vorrebbe ancora quel richiamo, adesso.

Marco si alzò, carezzò la croce sulla tomba di mamma. La terra era ancora fresca, nera sotto il sole.

«Mamma, perdonami non ti ho aiutata. Vivevamo ormai ognuno per conto proprio, ma senza di te è tutto vuoto. Vorrei dirti tante cose, anche a te papà. Siete stati genitori meravigliosi, e io vi sono grato Come facevate ad essere così? Io e Lucia siamo molto più egoisti. Io, io, il mio, voglio, mi spetta Grazie di tutto. Grazie anche a te, Andrea.»

Era ora di andare. Tornando in paese lungo un sentiero, strappava fili derba, mordendo la parte tenera. Alla prima via incontrò Gabriele, il figlio della Rita. Era già ubriaco, trasandato.

«O! Marco! Sempre qua?» borbottò Gabriele con la voce impastata.

«Sì, sono venuto a trovare i miei. E tu bevi ancora?»

«E che altro devo fare? Oggi poi è festa.»

«Ah sì? Quale festa scusa?»

Con aria solenne, Gabriele tirò fuori dalla tasca un calendario da muro con tutte le pagine strappate tranne quella del giorno prima. Lo sfogliò.

«La Giornata Mondiale della Tartaruga! Ecco!» dichiarò soddisfatto.

Marco scosse la testa ironico. «Senti, Gabriele tieni stretta tua madre. Vale oro. Non dura per sempre, ricordatelo.»

E andò via, lasciando il vecchio amico confuso, che poi gridò dietro di lui:

«Va bene ciao Marco, stammi bene!»

«Ciao, Gabriele.» rispose Marco, senza voltarsi.

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