Due bouquet per la mamma

Ciao, ti racconto una cosa che mi è capitata da piccolo, quasi come una favola che mi è rimasta nel cuore. Il mio rifugio preferito nella nostra casetta di campagna, sul Colle di Monticello, era quellenorme armadio di mogano scuro che occupava langolo della stanza dei genitori. Le sportelle, pesanti per le mie manine di cinque anni, cigolavano un po storto ogni volta che le aprivo. Dentro mettova i miei giocattoli più semplici: un orsetto con lorecchio strappato, un pagliaccio con un enorme cappello blurosso che la mamma mi aveva regalato a Natale, e un cavallo di plastica. Sì, un cavallo.

Il cavallo era stato nero, con una criniera lunga del colore di unala di corvo. Col tempo la plastica nera si è screziata al sole, ma la criniera è rimasta quasi intatta. Io lo accarezzavo e gli dava un po di erba finta. Quellarmadio era il mio Narnia, il mio mondo segreto dove accadevano le vere magie: il pagliaccio diveniva un cavaliere che, a cavallo del suo destriero, difendeva una principessa splendida dal mostro orso. Dopo ogni vittoria, però, la nonna, che mi faceva sempre paura per le sue mani rugose e il suo vociare forte come il cane Rufus che viveva fuori dal ricovero, iniziava a cercarmi.

La nonna Rosa aveva sempre le mani sporche di terra, perché passava le giornate a curare il giardino mentre papà era al lavoro. Il suo viso era increspato come un campo appena arato, e la voce, stridula e alta, ricordava il latrato rauco di Rufus, il cane randagio che dormiva nella cuccia fuori e, in inverno, tossiva per il freddo pungente. Una notte di febbraio, con il vento che sferzava le finestre, mi infilai fuori in pigiama di flanella con gli orsetti stampati e le calze spesse, per salvare Rufus dalla buca di neve che gli aveva coperto la cuccia. Mentre sbirciavo nel buio, sentii la mamma chiamarmi con voce dolce ma preoccupata:

Luca, dove sei?

E subito dietro di lei, la nonna urlava:

Torna indietro, scemo! Che fai là fuori?

Papà, il nostro lungofine che era spesso via per il lavoro in cantiere, non era a casa; era sempre impegnato in qualche lavoro importante. Io non capivo bene cosa fosse, ma sapevo che tornava raramente, ci dava una pacca sulla spalla, chiedeva come va? e poi andava a dormire.

Mamma, sorridendo, mi mise in mano un orologio da tasca che apparteneva a papà, con le lancette grandi come quelle degli adulti. Mi spiegò che il papà sarebbe tornato quando le due lancette si sarebbero incrociate sotto il 12 del quadrante. Ricordati di non perderlo, mi disse. Ero fiero di avere quel segnatempo da grande.

Il mio amico Federico, il ragazzo del vicino, amava andare a pesca la domenica con il padre. Federico aveva una piccola canna e un secchiello dove non prendeva mai nulla di buono. Anche la piccola Ginevra, una bambina che consideravo un po lenta perché non leggeva ancora, andava ogni domenica in auto bianca Niva con il papà al mercato. Io, a cinque anni, leggevo a voce alta cartelli come Farmacia e Ottica, anche se avevo ancora qualche difficoltà a distinguere le parole.

Sognavo che un giorno papà mi avrebbe messo sul retro del suo grosso camion dei trasporti, così avremmo viaggiato insieme per affari da adulti. Ma quando papà era a casa, era sempre teso con mamma: litigi, lacrime di mamma, urla di nonna, papà che sbatteva la porta e usciva a fumare. Io mi nascondevo nellarmadio, stringendo forte il mio orsetto, piangendo in silenzio. Gli uomini veri non piangono, ma né lorsetto né il pagliaccio avrebbero mai raccontato a nessuno il nostro segreto.

Quel giorno era il compleanno di mamma. Tornavo a casa dal cortile quando ho visto papà sulla soglia, tenendo per il gomito una giovane donna in rosso che rideva. Nelle mani aveva un grande mazzo di rose rosse, così folto e profumato che mi ha lasciato il fiato sospeso.

Per mamma! ho pensato subito. Oggi è il suo giorno!

La sera, mamma e nonna hanno preparato una tavola festosa: patate al forno fragranti, gelatina di carne che tremolava nei piattini, cetriolini croccanti dal cantina, e una torta enorme decorata con rose di crema rosa. Manca ancora una rosa sulla torta, perché leroi del momento ha rubato una prima di tempo. Quando gli ospiti si sono seduti, papà è rientrato con un mazzo diverso: semplici crisantemi bianchi avvolti in carta grigia. Mamma ha brillato, lo ha abbracciato al collo e ha riso come una bambina felice.

Ho inghiottito laria, pronto a chiedere dove fossero sparite le prime rose, ma ho guardato mamma nella sua nuova vestaglia rosa che le stava benissimo, le guance arrossate per la gioia o per la danza, e ho taciuto.

Più tardi, sono tornato nellarmadio buio, tra lorsetto e il pagliaccio, a girare lorologio di papà sul polso. Le lancette erano ferme, senza vita. Ho provato a muoverle un po, senza successo. Le lacrime mi hanno sfiorato gli occhi, ma non ho pianto. Ho capito che piangere non serviva più: non ero più quel bambino che aspettava papà dalla strada.

Ho messo lorologio sul ripiano, tra lorsetto e il pagliaccio, e ho chiuso silenzioso le sportelle dellarmadio. Da quel giorno il mio Narnia non ha più incantesimi.

Mamma cantava a mezzvoce mentre apriva i regali. Mi sono avvicinato, lho abbracciata per la vita e ho sentito un fremito.

Sono con te, mamma ho sussurrato, ma con decisione. Sarò sempre con te.

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