Mia madre, Giovanna, era amica di un uomo sposato, da cui sono nato. Da piccolo non ho mai conosciuto una casa fissa: saltavamo da un appartamento allaltro, come foglie al vento, senza mai trovare un rifugio stabile. Quando avevo cinque anni, Giovanna incontrò un nuovo uomo, Marco, e desiderò stare con lui, ma lui le impose una condizione: lavrebbe accettata solo se sarebbe rimasta sola. Senza esitazione scambiò il figlio che era, me, per quelluomo. Con una mano ferma mi portò da mio padre, Alessandro, consegnandogli tutti i documenti. Bussò alla porta del suo appartamento, udì il click della serratura e fuggì. Io rimasi lì, immobile, mentre il cuore batteva come un tamburo di guerra.
Alessandro aprì la porta, rimase sbalordito vedendomi. Il suo sguardo riconobbe subito la mia identità e mi fece entrare. Sua moglie, Loredana, mi accolse con la stessa dolcezza di una madre, così come i loro figli, la figlia Filomena e il fratello Marco. Alessandro voleva mandarmi al ricovero per bambini, ma Loredana lo fermò, dicendo che non avevo colpa di nulla: sei un innocente, figlio mio. La sua voce era un canto di santità.
Aspettai il ritorno di Giovanna, convinto che a un tratto sarei rientrato tra le sue braccia. Quando il tempo si fece lungo, smisi di sperare e cominciai a chiamare Loredana mamma. Alessandro non nutriva alcun sentimento per nessuno dei suoi figli, tanto meno per me; mi considerava un peso inutile, ma mi provvedeva come gli altri. Era un tiranno, un uomo che, al suo ritorno, ci faceva chiudere la porta della stanza dei giochi e nasconderci per non incrociare il suo sguardo furibondo. Loredana, prigioniera di quel potere, non poteva lasciarlo, non avrebbe mai ceduto i figli al marito per principio. Anni dopo imparò a schivare le sue urla, a placare la sua ira, a proteggerci da litigi e minacce. In casa regnava il silenzio, conoscevamo il suo orario, evitavamo di farlo arrabbiare. Io, però, avevo una madre che mi donava affetto e tenerezza per due, e quellamore riempiva il vuoto della sua assenza.
Il dottore di Napoli, il Professor Bianchi, mi svelò una truffa che restituisce la vista nitida. Quando finalmente Alessandro abbandonò la casa per una giovane amante, tutti noi inspirammo un sospiro di sollievo. Eravamo ormai quasi adulti: Filomena e Marco stavano per concludere la scuola, e io, coetaneo a loro, mi preparavo agli esami di maturità. Eravamo tre ragazzi, uniti nellaiutarsi a superare le materie. Ognuno sognava di entrare in un prestigioso ateneo. Alessandro, pur non essendo affettuoso, promise di pagare le tasse e mantenne la parola. Riuscimmo a laurearci, ottenendo le carriere che avevamo desiderato.
Poi Alessandro morì, lasciandoci uneredità consistente. La sua ultima amante non ereditò nulla: non aveva avuto il tempo di sposarlo. Noi diventammo i proprietari della sua impresa e dei conti in euro. Proseguimmo lo sviluppo del business, e giunse il momento di aprire una filiale allestero. Decisi che io avrei guidato quel nuovo ramo. Proposi di portare con noi nostra madre, Loredana, che meritava di vivere in una terra più calda. Filomena e Marco sostennero lidea.
Il giorno della partenza, allimprovviso apparve la mia vera madre, Giovanna, il volto scolpito nei ricordi dinfanzia. Il suo sguardo, impresso nella mia mente da bambini, mi colpì come un fulmine. Decise di ricordarmi, dicendo: Figliolo, sono la tua vera madre! Come hai potuto dimenticarmi? Sei diventato così grande!. La sua audacia mi lasciò senza parole. Risposi: Certo che ti ricordo! Ti ricordo quando sei scappata dalla porta, lasciandomi solo e piccolo. Ma tu non sei la mia madre. La mia mamma, Loredana, parte con me. Non voglio più saperne di te. Mi voltai e me ne andai, senza rimpianti.
Quella che chiamerò madre è colei che non ha temuto di prendere il figlio del marito da una donna estranea, e mi ha cresciuto con amore e cura. Era al mio fianco quando ero malato, accanto a me al primo cuore spezzato, mi calmava dopo le risse con gli amici, mi insegnava, perdonava i miei scherzi, sopportava i capricci delladolescenza, senza mai ricordarmi che non ero di sangue. Per lei io divenni un figlio, e per me lei divenne una madre. Non ne ho altra.
Ci trasferimmo con lei in Svizzera. Lì incontrai la donna che sarebbe diventata la mia sposa; a Loredana piacque subito, e tra loro nacque un legame solido. Loredana non ostacolò la mia vita sentimentale; anzi, ebbe il coraggio di ricostruire la sua, incontrando un uomo gentile, e io fui solo felice per lei. Merità il suo felicità. Oggi Loredana viaggia spesso, visita i figli e i nipoti, e quando guardo nei suoi occhi pieni di gioia capisco: sono grato che sia nella mia vita. È il mio angelo custode.






