“Ma è lei che manipola mio marito!” – L’indignazione di Inna quando capisce che il vero problema non è l’ex moglie, ma le scelte di Sergio tra due famiglie, promesse infrante e il coraggio di uscire dal triangolo amoroso per ricominciare da se stessa

Sta solo manipolando mio marito, protestava Annalisa.

Ricordo ancora bene quellepoca, quando Annalisa guardava il telefono con quellirritazione familiare che cresceva dentro di lei, ogni volta che squillava. Ed era la terza chiamata della giornata da parte di Marco.

Anna, perdonami, ti prego, la voce di Marco suonava stanca, colpevole, eppure così conosciuta. Lo so che questa sera dovevamo andare a teatro… ma, insomma, Laura mi ha chiamato, dice che Riccardo ha la febbre alta, quasi a quaranta. È sola, non riesce a gestire tutto. Mi capisci, vero?

Annalisa capiva. Fin troppo bene.

Marco, i biglietti li abbiamo già presi, cercò di mantenere la calma, anche se dentro avrebbe voluto gridare. Aspettavamo questo spettacolo da più di un mese!

Lo so, tesoro. Te lo giuro, ti ricompenserò. Ma si tratta di un bambino… Non posso lasciarlo così.

Appena chiuse la telefonata, Annalisa cercò subito la sua amica.

Elena, ti rendi conto?! camminava avanti e indietro, gesticolando. È la terza volta solo in questo mese! O il figlio si ammala, o lex ha la macchina in panne, o chissà quale altra scusa!

Anna, ma magari davvero Riccardo non sta bene? suggerì Elena con cautela.

Ma sì, lo so! Certo che non sta bene. I bambini si ammalano spesso, è normale. Ma ciò che non è normale è che lex trovi sempre e solo lui! Non ha genitori? Unamica?

Beh, forse…

Niente forse! Annalisa si alzò di scatto. Lei lo tiene sotto scacco! Marco è troppo buono, non ci arriva! Lei sa che lui lascia tutto per correre da lei. E ci gioca sopra, eccome!

Elena sospirò allaltro capo della linea.

Sei così sicura che la colpa sia solo sua?

Di chi allora?! Annalisa rimase in silenzio per un attimo.

Non so… Ma pensa: se una donna chiama il suo ex marito e lui molla tutto, chi usa chi?

Annalisa aprì bocca. La richiuse. Sentì dentro un fastidio sottile, pungente.

Non dire sciocchezze, sbottò. Marco è solo un padre responsabile. Non può abbandonare il figlio!

Va bene, va bene, cedette lamica. Era solo per dire.

Eppure quella frase restava lì, come una spina invisibile che non riusciva a togliere.

Marco tornò tardi quella sera. Stanco, scompigliato, con quellespressione colpevole.

Scusami, scusami davvero, sono un idiota, labbracciò da dietro, appoggiando il viso al suo collo. Ti compro altri biglietti, per i posti migliori. Promesso.

Annalisa restò in silenzio. Guardava fuori dalla finestra pensando: ma quante volte aveva già sentito quelle promesse? Cinque, dieci, venti?

E sempre la stessa frase: Mi capisci, vero?

Capisco, pensava Annalisa. Solo che non so più, davvero, cosa sto capendo.

Poi vennero le piccole cose, che iniziano ad accumularsi senza che tu te ne accorga.

Allinizio silenziose, come la polvere su una mensola: non la vedi finché non passi il dito, ma cè. Uno strato grigio.

Annalisa si accorse che Marco aveva iniziato a nascondere il telefono in modo strano. Prima lo lasciava ovunque sul tavolo, sul divano, perfino in bagno. Ora lo portava sempre con sé, anche in cucina per bere un bicchiere dacqua.

Marco, ma il telefono non lo molli mai? chiese una sera, cercando di sembrare leggera.

Eh? Ah, no, ormai è abitudine. Al lavoro chiamano sempre, non posso mai rilassarmi.

Passi.

Poi, per caso, Annalisa vide il calendario di Marco nel telefono. Era entrata per segnare il nuovo tentativo di andare a teatro quello saltato. Notò alcune voci: Prelevare Riccardo allasilo, ore 16:00, Portare documenti dellauto a Laura, Chiamare Laura per il vaccino.

Laura.

Marco, disse a cena, girando la tazzina del tè fra le mani da così tanto che lo zucchero era già sciolto, sai quando ho la discussione della tesi?

Lui alzò lo sguardo dal piatto.

Della tesi? A maggio, no?

A marzo. Fra due settimane.

Ah, è vero. Scusa, sono un disastro…

Un disastro. Ma il calendario della sua ex lo sapeva a memoria.

Poi ci furono i soldi.

Annalisa trovò per caso una ricevuta sul tavolo. Tre bonifici da mille euro ciascuno. Destinatario Laura Bianchi.

Marco, lo chiamò mostrandogli la ricevuta. Cosè questo?

Neanche si scompose. Sospirò.

Ho aiutato Laura. Sua madre è malata, servivano soldi per le medicine. E poi Riccardo per le attività. Sai, lei è sola col bambino.

Tremila euro, Marco. In tre mesi.

E allora? È mio figlio! Devo forse guardare mentre faticano ad arrivare a fine mese?

Annalisa rimise il foglio sul tavolo.

No, certo. Solo strano che non me ne hai parlato.

Ma no, me ne ero solo dimenticato… E comunque sapevo già che avresti reagito così!

Quel così suonava come se Annalisa fosse una rompiscatole, una gelosa insopportabile.

Poi ci fu quella volta in macchina.

Annalisa si sedette sul sedile del passeggero e vide sul sedile posteriore un disegno da bambino. Una casa, dei fiori, il sole, e tre persone. Papà, mamma, Riccardo.

Lei non cera.

Annalisa lo prese in mano. Dietro, con una calligrafia infantile: A papà da Riccardo. La nostra famiglia.

Marco, lo chiamò, sommessamente.

Dimmi?

Cosè questo?

Lui diede unocchiata.

Ah, Riccardo lha disegnato. Carino, vero? Un artista, quel bambino.

Annalisa fissò il disegno. Poi Marco. E ancora il disegno.

Marco… qui cè scritto la nostra famiglia.

Beh sì. È piccolo, Anna. Per lui la famiglia siamo io, Laura e lui. È normale, da bambino si sente così. È la psicologia.

Annalisa rimise il foglio a posto, si sedette dritta, si allacciò la cintura. E per tutto il viaggio tacque.

Poi Laura iniziò a farsi vedere di persona.

La prima volta ritirare le cose di Riccardo rimaste da Marco. Poi ancora parlare delle vacanze estive. Poi semplicemente passavo di qui, sono entrata.

Laura era gentile, perbene, sempre sorridente.

Ciao, Annalisa! diceva come a unamica di vecchia data. Disturbo? Marco è in casa?

E dopo ogni visita, Marco era distante. Assente. Perso nei suoi pensieri. Rispondeva a monosillabi.

Che cè? domandava Annalisa.

Nulla. Sono solo stanco.

Annalisa iniziava a sentirsi di troppo. Quella in più, che disturba.

Un giorno sentì per caso una telefonata.

Marco era in bagno, sicuro di avere la porta chiusa. Invece era rimasta leggermente aperta. Annalisa sentì:

Laura, dai, non piangere… Ti aiuto io, certo che ti aiuto. Lo sai che ci sono sempre.

La voce di Marco era bassa, dolce, quasi tenera.

Annalisa si allontanò dalla porta, si sedette sul divano. E allora capì.

Non era lui ad essere manipolato.

Era lui a permetterlo.

Perché gli conveniva.

Annalisa tenne tutto dentro per tre giorni.

Non fece scenate. Osservava in silenzio, come uno scienziato che guarda una rarità al microscopio tranquilla, distaccata.

E cosa vide?

Marco conosceva meglio le abitudini e i programmi di Laura che i suoi. Sapeva esattamente orari dellasilo di Riccardo, delle visite mediche, delle sue attività. Era tutto annotato nel suo calendario. Ma il giorno della discussione della tesi di Annalisa, lo aveva dimenticato.

Marco a ogni occasione si isolava a rispondere messaggi. Lo vedeva leggere, rispondere veloce; il viso si addolciva, ma restava quellombra di senso di colpa. Come se facesse qualcosa che non doveva.

Una sera il telefono squillò mentre Marco era sotto la doccia. Annalisa guardò il display.

Laura.

Quasi senza pensarci, rispose.

Marco? la voce di Laura era sottile, quasi piangeva. Marco, puoi venire? Sto male. Non so a chi chiedere aiuto.

Annalisa restò in silenzio.

Marco? Mi senti? Sono proprio a terra. Tu sei sempre stato il mio punto fermo…

Annalisa interruppe la chiamata. Rimise il telefono a posto. Si sedette. E scoppiò a ridere piano.

Mamma mia. Che sciocca. Che ingenua, cieca sciocca che ero stata.

Marco uscì dal bagno, ancora gocciolante, in asciugamano.

Ti ha chiamato Laura, disse Annalisa con calma.

Lui si immobilizzò.

Hai risposto tu?

Certo. Annalisa si alzò, lo fissò negli occhi. Piangeva. Diceva che stava male. Che tu eri sempre lì per lei.

Marco cercava le parole, si vedeva che frugava tra le possibili scuse.

Guarda, iniziò, Laura adesso sta attraversando un periodo difficile. Non ha nessuno. Solo me. Non posso abbandonarla!

Abbandonarla? Annalisa accennò un sorriso amaro. Marco, siete separati da quattro anni. Non è più tua moglie. È la tua ex. Lhai già lasciata… da tempo.

Ma cè un figlio!

E quindi? Annalisa si avvicinò. Questo significa che corri tutte le volte che lei chiama e nomina Riccardo? Che le mandi soldi di nascosto? Che conosci tutto il suo programma nei minimi dettagli ma ti dimentichi il mio?

Esageri!

Esagero?!

Annalisa sentì finalmente dentro qualcosa rompersi. Prese la borsa, cominciò a mettere le sue cose.

Marco, per anni ho cercato di convincermi che fosse lei il problema. Che ti manipolasse, che usasse il bambino, che fosse lex cattiva che non vuole lasciarti andare.

Si voltò.

Ma la verità è che il problema sei tu. Sei tu che glielo permetti. E, a dirla tutta, a te fa comodo così. Vuoi due vite. Una ex moglie che ha sempre bisogno. E una nuova che sopporta, che aspetta. E non scegli mai davvero. È più semplice così.

Anna, non andartene.

Non me ne vado, rispose lei sottovoce. Esco. Esco da questo triangolo dove sono sempre la terza incomoda. Non devo lottare con la tua ex. Smetto semplicemente di giocare.

Marco rimase al centro della stanza. Bagnato, spiazzato, smarrito.

Anna, aspetta. Parliamone almeno.

Non cè niente da discutere. Annalisa indossò il cappotto. La tua scelta lhai fatta da tanto tempo. Solo io non volevo vederlo. Ma adesso lo vedo. E ne sono certa.

Aprì la porta.

Addio, Marco. Saluta Laura, dille che da ora può chiamarti quando vuole.

La porta si chiuse, piano piano.

Un mese più tardi, Annalisa era in un bar con Elena.

E allora? chiese lamica con cautela.

Sto bene, Annalisa sorrise. Sul serio.

E diceva la verità. La prima settimana era stata difficile specie la sera, quando il vuoto si faceva più forte, e la tentazione di richiamare o scrivere era lì lì. Ma resisteva. Aveva preso una piccola mansarda in affitto, trovato un lavoretto, discusso la tesi.

Marco laveva cercata più volte. Messaggi, chiamate, lunghe lettere in cui chiedeva scusa, prometteva, supplicava.

«Anna, perdonami, sono uno stupido. Avevi ragione. Ricominciamo?»

Annalisa non rispondeva più. Perché sapeva che ricominciare non serviva a nulla. Il problema non era Laura, era lui. E finché non lo capiva, nulla sarebbe cambiato.

E lui? chiese Elena.

Chi?

Marco, chi sennò.

Ah… Annalisa fece spallucce. Non so, non lo sento più.

Elena rimase un po in silenzio.

Non ti penti?

Annalisa ci pensò. Si rammarica? No. Strano, ma no. Sentiva altro: un sollievo. Come se si fosse tolta un macigno dalla schiena dopo mesi.

Ho scelto io, finì il caffè. Anche per lui, ma soprattutto per me.

Elena sorrise.

Brava, Anna.

Ma và… minimizzò Annalisa. Sono solo cresciuta.

Marco rimase solo.

Laura, stranamente, smise presto di chiamarlo. Si scoprì che senza la presenza di Annalisa a fare da pubblico, la recita aveva perso senso. E quando Marco provò a riallacciare, ottenne solo freddezza.

Sei stato tu a scegliere lei allora, disse Laura, imperturbabile. Ora tieniti quella scelta. Io la mia vita lho rimessa in piedi da sola. Non mi servi più.

Marco tentò ancora con Annalisa. Andava sotto casa sua, la aspettava a lavoro, mandava lunghissimi messaggi. Ma Annalisa fu risoluta.

Lasciami, Marco, disse lultima volta, con dolcezza ferma. E lascia andare anche te stesso. Tu vuoi vivere due vite. Io ne voglio una sola, ma vera.

E mentre camminava per Bologna la sera, pensava a come la vita ti sorprende. Aveva avuto tanta paura di rimanere sola. Paura di perdere Marco. E quando lo aveva perso, si era accorta di non aver perso niente.

Perché chi non sa scegliere, non sa amare davvero.

E lei si meritava solo qualcosa di vero.

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