La portiere del condominio, asciugando la vetrina del portone, sussurrò a mezza voce: «I bambini della signora Sofia Bianchi sono strani».
«Silenziosi come dei topini», confermò la portiera, «ma ti fissano con gli occhi come se fossero delle spie».
Mi ero trasferita in quel nuovo bilocale a Milano un mese fa e, tra scatole ancora impacchettate negli angoli, il lavoro mi divorava le giornate. Quando mi sedevo al computer, il tempo scivolava via fino a notte fonda. Lunica cosa che ero riuscita a sistemare era la cucina, perché per me cucinare era lunico modo per rilassarmi dopo una lunga giornata dufficio.
Conoscevo a malapena i vicini; mi limitavo a salutare in corridoio quando li incrociavo. Così, quando la porta bussò, non capii subito chi fosse quella donna dallo sguardo nervoso.
Scusi, mi chiamo Sofia, la sua vicina. Ho una piccola emergenza balbettò, guardandosi continuamente alle spalle, dove due piccoli uccellini stazionavano immobile. Il ragazzo era snello, con occhi intelligenti; la bambina, un po più piccola, portava due trecce così strette che sembravano pronte a scoppiare.
Devo partire subito, solo per un paio dore. Potrebbe si interruppe.
Badare ai bambini? completai la frase. Devo ammettere che lidea non mi entusiasma; apprezzo il mio silenzio. Ma rifiutare mi sembrava scortese.
Certo! In un lampo, vado e ritorno.
I due piccoli scivolarono dentro così silenziosi che parevano non esserci. Sofia bisbigliò qualcosa allorecchio e scomparve.
Allora, ragazzi, come vi chiamate? provai a sorridere più amichevolmente possibile.
Alessandro, mormorò il bambino.
Ginevra, rispose la bambina in eco.
Volete da bere? chiesi, dirigendomi verso la cucina.
Alessandro scambiò uno sguardo con la sorella e sussurrò:
A posso?
Quel timbro nel suo voce mi fece gelare il sangue; sembrava chiedere il permesso di bere lacqua come se fosse un atto proibito.
Ovviamente! Ho succo, acqua, tè risposi, tirando fuori i bicchieri.
Mentre servivo, notai Ginevra che scrutava furtivamente un vassoio di biscotti. Appena mi girai, voltò lo sguardo altrove.
Prendete i biscotti, li ho fatti io, spostai il vassoio più vicino.
Davvero posso? ripeté il suo strano bisbiglio.
Per alleggerire latmosfera, iniziai a parlare della mia collezione di libri di cucina, tirando fuori il più bello con foto di torte. I due si avvicinarono piano, ma sobbalzavano ad ogni rumore: una finestra sbattuta o il clacson di unauto fuori dal balcone.
Dopo quattro ore, Sofia tornò come un ciclone:
Alessandro! Ginevra! Tornate subito a casa!
I bambini si alzarono di colpo. Ginevra intravide il vassoio e lo colpì con il braccio; il vaso oscillò e lei rimase immobile, pallida.
Tutto a posto, non è nulla, la rassicurai, notando che si strofinava il polso e tirava su la maglietta, rivelando un livido sulla pelle chiara, come la traccia di una stretta vigorosa.
Grazie, sbottò Sofia, spingendo i bambini fuori dal portone.
Rimasi a guardare la porta chiudersi, con la sensazione che qualcosa non quadrasse affatto.
***
Sapete come a volte un pensiero ossessivo non ti lascia in pace? Così erano gli occhi di quei bambini: spaventati, diffidenti, come animali appena cacciati. Dopo una settimana notai che le finestre di Sofia erano sempre tapparellate con tende pesanti, anche in piena estate. Non sentivo mai risate o giochi; solo qualche volta la voce della madre alzava un urlo secco e le porte sbattevano con decisione.
È una mamma severa, ma educativa, commentò la signora del terzo piano quando le chiesi informazioni. Non è come la gioventù di oggi, che vuole fare di tutto.
Giovedì incontrai Alessandro al super. Stava al corridoio delle farine, contando nervosamente le monete tra le dita.
Ciao, Alessandro! lo salutai.
Il ragazzo sobbalzò così tanto che le monete rimbalzavano sul pavimento. Raccolsi con lui, notando le sue mani tremare.
Per favore, non dite nulla a mamma, sussurrò, stringendo una confezione di riso più economico.
Perché?
E fu già in corsa, quasi sbattendo contro gli altri clienti.
Quella sera suonò di nuovo la porta di Sofia.
Natalia, ho bisogno di uscire per tutta la giornata. Pagherò quanto chiedete.
Rifiutai i soldi; qualcosa mi diceva di osservare quei bambini più a lungo.
Il giorno trascorse diversamente: i piccoli cominciarono a «sciogliersi». Accesi un cartone vecchio di *La Pimpa* e Ginevra rise appena la Pimpa litigava con il gatto. Poi iniziammo a preparare dei biscotti.
Da mia madre non odora mai così, commentò Alessandro, mentre tagliavamo le forme di pasta.
E da tua madre?
Con le sigarette e poi si interruppe quando Ginevra lo tirò per la manica.
Un coperchio cadde rumorosamente sulla tavola; i due alzarono istintivamente le mani al viso, come a proteggersi. Dentro di me qualcosa si spezzò.
La mamma ci rimprovera se facciamo rumore, sussurrò Ginevra, abbassando le braccia. E se mangiamo fuori orario.
Ginevra! la interruppe il fratello.
Fingevo di decorare i biscotti, ma al bordo dellocchio intravidi una striscia rossa sul collo della bambina, nascosta sotto il colletto. Ginevra mi guardò e, in fretta, sistemò la maglietta.
Dobbiamo comportarci bene per non far arrabbiare la mamma, disse Alessandro, spalmandosi la glassa con cura. Così andrà tutto bene.
«Bene», pensai, osservando quei bambini intelligenti ma segnati, e compresi che nella loro vita non cera nulla di normale.
La sera, mentre consegnavo i bambini a Sofia, sentii odore di alcol. Lei non chiese comera andata la giornata; mi afferrò le mani e li trascinò via. Rimasi a fissare le loro finestre scure, chiedendomi cosa fare. Forse avrei dovuto parlare con le autorità.
***
E non farete nulla? chiesi al vicequestore dopo una lunga chiacchierata.
Cosa volevamo? Non cè alcun caso. I documenti di Sofia sono in ordine. Forse le è sembrato tutto un sogno?
Non riuscivo più a dormire. Dopo la chiamata alla polizia, Sofia mi guardava con uno sguardo di sfida, quasi minaccioso. I bambini non alzavano più gli occhi quando mi incrociavano, come se avessero capito che li avevo traditi.
Iniziai a bussare alle porte dei vicini, ma trovai solo indifferenza.
Ma a chi ti sei affezionata? sbuffò la signora del terzo piano. Una sola madre, non beve quasi mai, corresse. E tu?
Al negozio, la commessa Marina, una donna rotonda dagli occhi gentili, mi confidò:
Lo vedo spesso, il ragazzino che conta le monete e compra il riso più barato. La madre poi compra il miglior brandy, non è roba da bambini.
Da quando vivono qui?
Da due anni, ma non assomigliano per niente a lei. È una storia strana.
Quella sera, seduta davanti al portatile, sentii dei rumori: primi un sussurro, poi gradualmente un frastuono di vetri rotti e pianti di bambini. Chiamai la polizia ancora una volta.
Tutto a posto, sorrise Sofia aprendo la porta, «ho alzato il volume della TV, scusate».
Gli agenti si scambiarono uno sguardo e uno entrò.
Dove sono i bambini?
Dormono, è tardi.
Li controllammo: erano distesi nei letti, immobili quasi come se fossero morti. Ginevra girò appena la testa e vidi una fresca abrasione sulla guancia.
È caduta, disse veloce Sofia. È un po goffa.
La polizia se ne andò, lasciandomi con il mio senso di impotenza.
***
Due giorni dopo, bussò alla porta Alessandro, pallido, le labbra scheggiate.
Ecco, mi porse un foglio stropicciato. È di Ginevra.
Il biglietto, scritto con una tremolante grafia infantile, diceva: «Aiutateci. Per favore».
Non è nostra madre, scattò Alessandro, coprendosi la bocca, guardandosi intorno, non ricordiamo come siamo arrivati qui. Solo unaltra casa, unaltra vita e corse via.
Sul retro della nota, in lettere tremanti, leggeva: «Ci minaccia se raccontiamo a qualcuno».
Quella notte non chiusi gli occhi. Allalba, misi il piano in moto.
Sa che sta intromettendosi in affari che non le riguardano? sibilò Sofia, spingendomi contro il muro del vano scala, lalito puzzolente di alcol. Pensa di essere gentile? So chi ha chiamato la polizia. Ho già allertato i servizi sociali.
Io la fissai fredda:
Sa cosa penso? Che quei bambini non sono suoi.
Sofia indietreggiò come colpita, il volto spaventato:
Stupro! Ho i documenti! urlò.
Falsi, immagino.
Il giorno prima avevo passato ore al telefono: chiamate allassistenza minori, ONG, persino a un investigatore privato. Ovunque lasciavo segnalazioni.
Stronzo, sputò Sofia. Te ne pentirai.
Quella sera mi telefonò il servizio sociale.
Signora Andreea? Abbiamo verificato. Cinque anni fa, a Napoli, sono scomparsi due bambini, un fratello e una sorella. Età corrispondente, aspetto identico.
Le mie mani tremarono.
Che facciamo adesso?
Coinvolgiamo la polizia. Preparati a testimoniare.
Sofia, forse sentendo lodore del pericolo, cominciò a frugare negli armadi, a sbattere porte, a tintinnare le chiavi. Chiamai immediatamente il vicequestore.
Unora dopo il condominio era preso dassalto: agenti, assistenti sociali, investigatori. Sofia correva per casa, sbattendo porte e finestre.
Non avete diritto! Questi sono i miei figli!
Allora spiegate perché i loro volti corrispondono a quelli dei bambini scomparsi a Napoli, Kostas e Vera Samoilova? chiese calmo lispettore.
Alessandro, ora Kostas, stringeva la sorella per mano. Stavano in un angolo, aggrappati luno allaltro.
Questa donna non è iniziò il ragazzo.
Taci! urlò Sofia, lanciandosi sui bambini.
Gli agenti agirono subito, bloccandola con le manette.
Sofia Bianchi, è in arresto per rapimento di minori annunciò lufficiale.
Osservai la scena e provai un vuoto strano. Tutte quelle settimane di tensione, paura, incertezza, svanite in un colpo di pistola.
Natà! esclamò Vera, ora Ginevra, correndo verso di me, avvolgendomi le braccia. Ci hai salvati!
E piansi.
Due giorni dopo, i bambini furono affidati a un centro di accoglienza. Li visitavo ogni giorno; cominciavano a sorridere di nuovo, a parlare a voce alta. Quando arrivarono i veri genitori, una donna magra dai capelli ormai bianchi, Anna Mihailova, piangeva guardandoli, mentre il marito, alto e dal sorriso dolce, li abbracciava.
Non abbiamo mai perso la speranza, disse.
La storia di Sofia si rivelò più orribile di quanto immaginassi: un disturbo mentale, la perdita dei propri figli in un incidente, quindi il rapimento di altri per riempire il vuoto. Li portava in unaltra città, li terrorizzava, cancellava loro ogni ricordo.
Natà, mi prese per mano Anna, ha salvato non solo i bambini, ma tutta la nostra famiglia.
I ragazzi ricominciarono a ricordare il passato: Kostas era un campione di scacchi, Vera adorava disegnare.
Guarda, è il tuo, mi mostrò la bambina, regalandomi un disegno. Sei come un angelo custode.
Spesso ripenso a quella sera in cui ho percepito qualcosa di strano. Quanto sarebbe stato facile ignorare, fare finta che non fosse affar mio. Quante persone lo hanno fatto?
Dopo sei mesi ricevetti una lettera. I bambini scrivevano che avevano iniziato una nuova scuola, il papà li portava a fare scacchi, Vera si era iscritta a un laboratorio di pittura. Non temevano più i rumori forti o il buio, avevano ricominciato a fidarsi delle persone.
Nella busta cera un altro disegno, luminoso e solare: una famiglia al picnic, tutti sorridenti. In basso, la firma: «Grazie per averci insegnato a non aver paura di essere felici».
Lho appeso al muro. Ogni volta che lo guardo penso che a volte il grande bene nasce da un piccolo gesto di indifferenza. Basta non passare oltre, basta notare, basta aiutare.
Qualche tempo fa li ho rivisti: Vera giocava sullaltalena, ride a squarciagola; Kostas raccontava una storia al papà, gesticolando animatamente. Anna, ora senza i capelli bianchi, sorrideva guardandoli.
Natà! gridò Vera saltando giù dallaltalena. La prossima settimana ci trasferiamo più vicino! Così ci vediamo più spesso!
E ho capito che la vita si rimettere a posto. Per loro, per me, per tutti noi. Perché a volte basta credere: anche nella storia più buia può nascere una luce. Basta avere il coraggio di fare il primo passo.






