La panchina per due: una storia di solitudini, incontri e amicizia tra le panchine e i cortili di un quartiere italiano

Panchina per due

La neve ormai si era sciolta, ma la terra nel giardino pubblico era ancora scura e umida, mentre sui vialetti restavano strisce leggere di sabbia. Francesca Bellini camminava piano, stringendo la borsa della spesa, e teneva gli occhi bassi. Da anni aveva preso labitudine di ricordare ogni buca, ogni sassolino. Non che fosse particolarmente prudente di carattere, ma dopo una brutta caduta con frattura al braccio, tre anni prima, la paura di inciampare si era annidata nel petto e non accennava ad andarsene.

Viveva da sola in un appartamento di due stanze al piano terra, dove un tempo riecheggiavano voci, odore di sugo, porte che sbattevano. Ora cera silenzio. La televisione borbottava come sottofondo, ma spesso si ritrovava a fissare lo schermo senza ascoltare nulla. Il figlio la chiamava in videochiamata la domenicadi fretta, tra un impegno e laltroma comunque la chiamava. Il nipotino faceva ciao con la mano, mostrava un dinosauro di plastica. Francesca si sentiva felice, ma ogni volta che chiudeva la chiamata la casa si riempiva di nuovo di unaria immobile.

Aveva la sua routine: ginnastica la mattina, pillole e una tazza di latte con fette biscottate. Poi una breve passeggiata al giardino per muovere un po il sangue, diceva la dottoressa della mutua. Cucina, notiziario, qualche volta il cruciverba. La sera telenovela e un po di lavoro a maglia. Nulla di speciale, ma questo ritmo la teneva in ordinecosì lo ripeteva spesso alla vicina sulle scale.

Quel giorno il vento era tagliente, anche se asciutto. Francesca arrivò alla sua panchina vicino allarea giochi, si sedette cauta in punta e posò la borsa, assicurandosi che la zip fosse chiusa. Due bambini sgambettavano nei loro piumini colorati, le mamme parlavano fra loro assorte, senza badare ai passanti. Lei avrebbe fatto una breve sosta, poi sarebbe tornata a casa. Così aveva deciso.

Dallaltro lato del giardino camminava adagio Giulio Rinaldi, diretto alla fermata dellautobus. Anche lui si era abituato a contare i passi. Dal chiosco dei giornalisessantatre. Fino alla farmaciaottantaquattro. Fino a questa panchinacinquantasette. Contare era più facile che pensare che in casa non lo attendeva nessuno.

Un tempo lavorava come meccanico nellofficina Fiat, viaggiava per lavoro, discuteva coi capi, rideva e brontolava con i colleghi in pausa caffè. Poi la fabbrica aveva chiuso, e si vedeva sempre più raramente con la vecchia comitiva. Cera chi era partito per andare dai figli, chi ormai riposava al cimitero. Il figlio abitava a Milano, tornava una volta lanno per tre giorni, sempre di corsa. La figlia era nel quartiere vicino, ma aveva due bambini piccoli e il mutuo. Giulio non si lamentavaalmeno così si ripeteva. Ma a volte, la sera, quando fuori si spegnevano le luci dei portoni e il termosifone sibilava, gli capitava di ascoltare in silenzio il suono del suo proprio respiro, attendendo invano lo scatto del chiavistello sulla porta.

Era uscito per comprare del pane fresco e un po di pastiglie per la pressione, meglio prevenire, diceva la dottoressa. Nel cappotto, aveva infilato la lista della spesa, scritta con calligrafia grande. Le dita gli tremavano appena quando la tirava fuori per controllare di non aver scordato nulla.

Arrivato alla fermata vide che lautobus era appena passato, la gente stava già andando via. Sulla panchina era seduta una donna con un cappotto grigio chiaro e uno sciarpone blu di lana. La borsa byla accanto a lei; lei non guardava la strada ma il verde.

Giulio esitò. Stare in piedi gli dava fastidio, la schiena si faceva sentire. La panchina era libera per metà, ma non gli piaceva sedersi accanto a donne sconosciutechissà che pensano, gli diceva sua madre tanti anni fa. Ma il vento scuoteva le piante, il freddo pungeva. Così si decise.

Posso accomodarmi? domandò chinandosi appena.

La donna si voltò. Aveva occhi chiari, da cui partivano piccole rughe.

Certo, si sieda pure, rispose lei, spostando la borsa.

Lui si sedette, posando le mani sula panchina. Restarono in silenzio. Passò unauto, sollevando odore di gasolio.

Questi autobus fanno un po come gli parerompette il ghiaccio GiulioAppena ti distrai, spariti.

Eh già, annuì lei. Ieri mezzora ad aspettare. Per fortuna non pioveva.

Lui la osservò meglio. Il volto non gli pareva familiare, ma ormai il quartiere si era riempito di gente nuova, avevano costruito altri palazzi.

Lei vive qui in zona? domandò con attenzione.

Lì, oltre la strada, fece un gesto verso gli edifici popolari. Primo portone, sopra il supermercato. E lei?

Dallaltra parte del giardinetto, nel palazzo grande, quello altodisse Giulio. Anche io qui vicino.

Nuovo silenzio. Francesca pensava che scambiare due parole alla fermata fosse la norma: due battute, poi via, chi si è visto si è visto. Ma luomo sembrava stanco, e un po smarrito, pur cercando di farsi vedere dritto.

In farmacia? domandò lei, indicando la busta con la scritta azzurra.

Sì, servivano delle pastiglie, sollevò la busta. La pressione fa le bizze. Lei?

Solite cose da supermercatosospirò lei. Qualche sciocchezza, e almeno si esce di casa.

La parola casa fece male anche a lei. Le sembrava sempre più pesante.

Lautobus comparve da dietro la curva. Gente che si avvicina. Giulio si alzò, indugiò un attimo.

Io sono Giulio, disse, quasi tutto dun fiato. Rinaldi.

Francesca Bellini, rispose lei, alzandosi. Un piacere.

Salirono e il flusso della folla li separò. Francesca si aggrappò al sostegno allingresso, sentiva un senso di ondeggiamento sulle buche della strada. A un certo punto incrociò lo sguardo di Giulio sopra le teste della gente. Lui la salutò con un cenno del capo, lei fece altrettanto.

Qualche giorno dopo si incontrarono di nuovo, questa volta alla panchina nel giardinetto. Francesca si era appena accomodata, quando rivide la figura di Giulio che si avvicinava, ora con un bastonenon laveva mai visto usarlo, ma si vede che voleva stare più sicuro.

Ecco la mia compagna di fermata, le sorrise, mentre si avvicinava. Disturbo se mi siedo?

Ma si figuri, quasi si rallegrò lei.

Si sedette, il bastone tra sé e il bordo.

Si sta bene qui, disse guardandosi intorno. Alberi, bambini che corrono… meglio che in casa, quelle mura ti soffocano.

Anche lei solo? domandò, sentendo che la domanda era giusta.

Solo, annuì. Mia moglie se nè andata sette anni fa. I figli hanno vite proprie. Lei?

Anche io, rispose. Mio marito è morto da tanti anni. Il figlio, con la sua famiglia, è a Torino. Mi chiamano, certo, ma…

Alzò le spalle. Lui fece cenno di aver capito.

Le chiamate fanno piacere disse lui pianoma la sera, quando vai a letto, il telefono tace.

Quelle parole semplici le scaldarono il cuore. Parlarono ancora di tempo, del prezzo degli affettati, del nuovo medico di base che cambiava di continuo. Poi andarono ognuno per la propria strada, ma da quel giorno, quasi senza deciderlo, iniziarono a trovarsi spesso, nello stesso orario, su quella panchina.

Col passare delle settimane, gli incontri divennero abitudinari: in fermata, al mercato, allingresso della farmacia. Francesca si accorse che finiva per adattare i suoi giri agli orari nei quali era più facile incrociare Giulio Rinaldi. Lo diceva a se stessa casualmente, ma alla fine cucinava più in fretta o allungava i tempi solo per avere una scusa per uscire negli stessi minuti.

Poi iniziarono anche le piccole collaborazioni. Lui la aiutava col fascicolo online delle impegnative sul vecchio tablet che i figli gli avevano regalato.

È tutto una confusione questo portale, si lagnava Francesca mentre la giovane al banco la invitava a prenotare tramite internet.

Che internet, ho ancora il telefonino a tasti! borbottava.

Vediamo insieme, propose Giulio un giorno. Sul tablet compare tutto, tentiamo.

Lei, inizialmente reticente, accettò. Si sedettero su una panchina, lui digitava con due dita, si perdeva tra i menu, sbagliava pulsanti e brontolava tra i denti. Lei rideva, con una risata limpida e sincera.

Ecco, vede? Può scegliere anche lorario, spiegò lui fiero. Basta ricordarsi la password.

Quella me la segno, dichiarò Francesca. Cho il quadernone apposta.

Quando toccava organizzare le bollette, invece, era lei a dare una mano a lui. Giulio portava una pila di avvisi di pagamento ancora piegati dal portiere e li sparpagliava sul tavolo.

Una volta era semplice: si andava in posta, si pagava. Ora codici, tesserine, terminali elettronici…brontolava.

Facciamo per ordine: questa è la luce, questa lacqua, questa la Tari…semplificava lei.

Si incontravano a casa di Francesca. Lei portava crostata di marmellata di prugne, lui delle ciambelle sgarruppate dalla forneria. Guardavano i bambini pedalare fuori dalla finestra, si sentivano sicuramente meno soli.

A volte, come in ogni rapporto vero, scattava qualche discussione. Un giorno parlando dei figli, Giulio disse:

Mio figlio mi dice Papà, vendi casa e vieni a stare da noi. Ma dove vado, a dormire in salotto? Channo già poco spazio. Qui ormai il mio è tutto.

Anche mio figlio mi chiede da anni di trasferirmi, channo pure una stanza per me… ma rimando sempre. Qui cè la tomba di mio marito, ci sono le amiche, sospirava Francesca. A volte penso, magari avrei dovuto.

Ma no, controbatté Giulio animatamente. Là non servi a nessuno. Loro lavorano, i nipoti fanno i compiti, i corsi, e tu resti in disparte. Ho visto troppe storie come questa.

E qui invece a chi servo? rispose lei, placida.

Giulio si zittì, restando male per quel qui, come un rimprovero non solo al futuro, ma anche a lui e alla loro amicizia. Sentì montare una rabbia triste.

Beh, scusa eh… Io pensavo che noi… Si interruppe. La parola amici rimase sospesa. Da vecchi, sembrava un termine eccessivo.

Non parlavo di te, spiegò Francesca più dolce, vedendolo irrigidito. Parlo in generale. Restare qui o andarsene fa paura per questoperché sembra di tagliare tutto.

Lui annuì, fecero il resto del tragitto in silenzio. Giunti al portone, Giulio salutò secco e quella notte faticò a prendere sonno, convinto di aver rovinato tutto.

Per giorni non si rividero. Cadde una neve bagnata e gelida. Francesca continuava a uscire per i suoi giretti, ma niente traccia di Giulio. Cercava di non pensarci, ma la preoccupazione cresceva.

Al quarto giorno, tornando dal negozio, trovò un foglietto nella buca delle lettere: Per Francesca Bellini. Sono in ospedale. Giulio R. Nessun riferimento allospedale, né al reparto, solo questo.

La presa dello sconforto fu immediata. Sedette in cucina davanti al biglietto. Mille domande: infarto? pressione? Chi lo ha aiutato? Perché non ha avvertito prima?

Poi ricordò che una volta Giulio aveva accennato alla Cardiologia allospedale San Paolo. Cercò il numero della centralino, chiamò. Attese, venne passata da un operatore allaltro. Alla fine le dissero il reparto e una fascia oraria per le visite.

Francesca detestava gli ospedaliil misto di odore di disinfettante e detersivo le dava i brividi. Ma il giorno dopo, appena permesso, era lì allingresso del reparto. Comprò delle mele, qualche tarallino. Non era sicura potesse mangiarli, ma voleva portare qualcosa.

Entrò nella stanza. Al letto vicino alla finestra cera un signore con il giornale, accanto alla porta un giovane con una fasciatura al braccio. Giulio era al centro, seduto col busto appoggiato ai cuscini. Vedendola, dapprima sembrò stupito, poi sollevato.

Francesca… come hai fatto a trovarmi qui?

Seguendo le briciole, posò il sacchetto sul comodino. Cosa è successo?

Il cuore ha fatto i capricci, rispose. Notte brutta, mi hanno ricoverato.

Lei lo fissò. Il volto più pallido del solito, occhi stanchi ma vivi.

I tuoi figli? chiese. Sanno qualcosa?

La figlia è passata; ha portato del brodo. A mio figlio non lho detto. Non voglio farlo preoccupare.

Parlava sereno, ma aveva unombra triste. Poi sussurrò:

Mia figlia ha chiesto di te. Ho detto che sei una vicina che mi dà una mano con i bollettini e tutto il resto.

Fu come una piccola pugnalata. Una vicina che mi aiutaci si sentiva distanti, quasi estranei. Si lasciò cadere sulla sedia.

In effetti, abitiamo vicini, replicò sforzandosi di sembrare indifferente. E dare una mano fa parte del vivere civile.

Giulio colse la freddezza, si pentì subito.

Non volevo sminuire… È che appena sentono amicizia, compagnia, ti trattano come un ragazzino matto. Dicono a papà, ormai hai una certa età. Non capiscono.

Eh sì, rise lei amara. Ma essere vecchi non vuol dire essere morti.

Si creò una pausa, mentre il vicino russava.

Ho passato la notte con la paura non della morte, sa? Ma di restare qui senza che nessuno se ne accorga. I figli vivono la loro vita. Ma a lei ho pensato. Così sapevo che almeno a qualcuno sarebbe importato.

Francesca sentì la gola chiudersi. Volse lo sguardo verso il davanzale, dove cera un bicchiere con una violetta spelacchiata.

Ho paura anchio, ammise. Fingere che molli tuttodavanti ai figli, ai vicini… E poi contare le pastiglie, la sera, sperando bastino. Ridicolo.

Non è ridicolo, disse piano Giulio. Lo faccio anchio.

Si guardarono e sorridero: cera intesa e malinconia.

In quel momento entrò una donna, sulla quarantina, molto somigliante a Giulio. Si avvicinò, posò una sporta di carta.

Papà, ti ho portato la zuppa… e lei chi è?

Lo sguardo sulla Francesca non era ostile ma indagatore.

È Francesca Bellini, disse Giulio serafico. Una buona amica. Mi aiuta con le pratiche, i pagamenti.

Buongiorno, fece lei gentilmente. Grazie per laiuto. Lui è testardo, vorrebbe fare tutto da solo.

Mi fa piacere se posso dare una mano, rispose Francesca.

La donna si distrasse a sistemar pasti e coperta e Francesca si sentì dimpaccio, così salutò e uscì.

Torno a trovarti, disse vicino la porta.

Passa pure, rispose lui. Se non ti pesa.

Non pesa, replicò e se ne andò.

A casa ci ripensava su: Una buona amica, forse bastava. In fondo, alla loro età, i titoli non servivano. Limportante era che, nel bisogno, aveva pensato a lei.

Giulio rimase in ospedale due settimane. Francesca andava ogni due giorni: frutta, bucato pulito, un settimanale da leggere. A volte restavano in silenzio ascoltando le infermiere; a volte rievocavano storie: fabbrica, scuola, la villeggiatura a Riccione di anni prima.

La figlia di lui si abituò alla sua presenza. Un giorno laccompagnò allascensore:

La ringrazio. Non riesco sempre a esserci. Fa piacere che mio padre abbia compagnia. Però, non si carichi tutto da sola: per cose serie mi chiami.

Non tema, rispose lei. Ha la sua vita. Ma se posso fare qualcosa…

Giulio fu dimesso a fine aprile. Il medico raccomandò più aria fresca, meno ansie, pillole regolari. La figlia lo riaccompagnò in auto e riordinò casa. Il giorno dopo, col bastone, Giulio raggiunse il giardino.

Francesca era già seduta alla panchina. Quando lo vide, si alzò.

Come va? gli chiese scrutando il volto.

Sono vivo, rispose. E già va bene così.

Si sedettero, restarono qualche istante in ascolto del cortile. Poi lui:

Sa, ci ho pensato in ospedale Non voglio essere un peso per lei. Mi ha fatto piacere vederla, ma ero pure mortificato: magari ha trascurato le cose sue per colpa mia.

Ma quali cose? sospirò Francesca. Spesa, medico, una telenovela… non si monti troppo la testa.

Comunque, si ostinò lui. Voglio che sappia che non pretendo. Sono un uomo adulto, non voglio una balia.

Lei lo fissò attenta.

E secondo lei io desidero essere un peso? gli domandò. Ecco perché faccio sempre tutto da me. Ma le dirò una cosa. Si può stare barricati in casa a temere di dare fastidio, oppure si può… come dire, venire incontro. Fissare regole, limiti. Ed esserci caso mai.

Lui ci pensò un attimo.

Tipo? chiese.

Ecco: niente telefonate notturne, non sono la guardia medica. Ma se le serve compagnia dal dottore, chiami. Se occorrono bollette, passi pure. Per la spesa, se proprio non ce la fa, venga, ma non mi prenda per il Corriere.

Lui sorrise.

Strenge, eh.

Sincera, corregge lei. Stesso vale per me. Se sto male la avviso, ma non le chiedo di mollare tutto. Lei ha i suoi nipoti, io mio figlio. Rispetto questo.

Lui annuì. Quelle parole erano una liberazione.

Intesa fatta, concluse. Aiutiamoci, senza dover fare gli infermieri.

Proprio così, la sua voce era rasserenata.

La loro amicizia divenne più tranquilla. Continuarono a vedersi in giardino, al mercato, a volte uno sulla porta dellaltro per un caffè. Ma ciascuno sapeva dove stava la propria soglia.

Una volta il rubinetto di Francesca fece le bizze. Telefonò a Giulio:

Puoi dare unocchiata? Ho paura che si rompa tutto.

Posso controllare, rispose. Ma se serve, chiamiamo lidraulico. Anchio faccio fatica ormai.

Giulio venne, diagnosticò il pezzo da cambiare e aiutò a fissare lappuntamento. In attesa, bevvero tè e chiacchierarono di tempi in cui lui smontava i motori. Francesca pensò che la vecchiaia non è solo malattia, ma capacità anche di ammettere di non farcela più da solo.

Andavano insieme al mercato. Tra i banchi dei contadini, Giulio trattava su patate e cipolle, lei sceglieva il pollo. Tornando a casa borbottavano sui prezzi, ma entrambi sapevano che quelle uscite davano un senso ai giorni.

I figli osservavano da lontano. Un giorno il figlio di Francesca domandò, diffidente:

Mamma, parli sempre di un certo Giulio Rinaldi. Chi è?

Un vicino, rispose. Camminiamo insieme, mi aiuta col tablet, io con le bollette.

Sta attenta con soldi e documenti. Guarda che succedono cose strane, adesso.

Sorrise.

Non sono una ragazzina.

La figlia di Giulio pure, a suo modo:

Papà, non caricare la signora, non è unassistente sociale. Ognuno ha la sua vita.

Abbiamo fatto un patto, rispondeva Giulio. Non ci sfruttiamo a vicenda.

Che patto? rideva la figlia.

Da vecchi, scherzava lui.

Lestate arrivò silenziosa. Nel giardino sbocciavano i fiori, la panchina sempre più affollata: mamme giovani, ragazzini coi cellulari, anziani. Ma Francesca e Giulio avevano la loro panchina fissa; i loro posti, come unancora.

Una sera di giugno guardavano i bambini giocare a pallone. Laria profumava di erba e calore. Giulio sistemò il bastone accanto.

Sa che capisco adesso che la vecchiaia non è solo fine delle cose?disse lui fissando i ragazziniFine del lavoro, degli amori, delle amicizieMa qualche cosa può anche cominciare. Non come da giovani, ma diversa e preziosa.

Parla di noi? chiese lei con mezzo sorriso.

Anche. Chiamala compagnia, confidenza, non saprei. Però con lei mi sento meno spaventato.

Lei guardò le sue mani, nodose e segnate, uguali alle sue.

Anchio. Prima pensavo: E se domani non mi sveglio, chi lo sa? Ora so che almeno una persona si chiederebbe come mai sono sparita.

Giulio rise.

Non solo mi chiederei: muoverei mezza palazzina!

Bravo, rispose lei.

Rimasero ancora un poco, poi si avviarono lenti, ciascuno sul lato opposto del viale. Si fermarono allincrocio.

Domani andiamo insieme dal medico? domandò lui.

Sì, devo fare gli esami del sangue. Vieni con me?

Sì, ma solo fino allingresso. Poi non voglio rubarti il sangue con le chiacchiere.

Sorrise lei.

Accettato.

Si salutarono e ognuno tornò a casa propria. Francesca salì le scale, entrò nellappartamento silenzioso. Posò la borsa, andò in cucina, mise su il bollitore. In attesa, si avvicinò alla finestra.

Giù, Giulio stava armeggiando con le chiavi. Come se avesse percepito il suo sguardo, si voltò e le fece un cenno con la mano. Francesca ricambiò.

Lacqua bolliva. Si versò una tazza, tagliò una fetta di pane, prese la sciarpa lavorata. La toccò e sentì che in quel silenzio cera qualcosa di nuovo. Una quiete meno vuota, più ricca. Da qualche parte, al di là del cortile e delle pareti, cera una persona che lindomani sarebbe stata con lei per una visita, lavrebbe aspettata nel corridoio, criticato i dottori, domandato come si sentiva.

La vecchiaia non svanisce: fanno ancora male le ginocchia, le medicine non mancano, i prezzi aumentano. Però, nella fatica, si trova un piccolo punto fermo. Non un miracolo, non una salvezza. Solo unaltra panchina sulla strada della vita, dove fermarsi in due a riprendere fiato prima di proseguireciascuno con il suo passo, ma insieme.

Oggi mi sono ricordato che, anche se la solitudine si fa sentire spesso, basta una presenza affidabile, una parola, o una risata scambiata su una panchina, per far sembrare tutto un po più semplice. Essere vecchi, forse, non significa essere soli. Bisogna solo trovare la persona giusta con cui condividere un tratto di strada.

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La panchina per due: una storia di solitudini, incontri e amicizia tra le panchine e i cortili di un quartiere italiano