Ma dai, Giovanna, suvvia! Che ti costa qualche cetriolino? Tanto ti crescono a dismisura, finiscono per ingiallire! Guarda che io ho i nipotini arrivati da Milano, devono prendere un po di vitamine. Non fare lavara! Siamo vicine di casa, il filo di ferro ci divide e basta!
Rita si era chinata sopra la bassa rete metallica che separava i nostri orti e il suo volto largo, madido di sudore, si era allargato in un sorriso stucchevole, quasi finto. In una mano stringeva una ciotola di smalto già mezzo piena delle *mie* fragole, mentre con laltra si allungava sfacciatamente verso il cespuglio di ribes, che però cresceva nella mia terra.
Io, su un ginocchio tra le file di carote, passavo la mano tra le erbacce e mi tirai su con la schiena dolorante, che schioccò malamente. Mi asciugai la fronte con il dorso della mano sporco di terra nera, guardando Rita con unespressione dura, stanca. Siamo vicine, siamo come sorelle, ripeteva così ormai, da quando io e mio marito Mario avevamo comprato questa casetta tra i colli della Brianza e, giorno dopo giorno, trasformato quel pezzetto di terra abbandonato in un orto modello.
Rita, dissi, con fermezza ma senza perdere la calma, anche tu hai le fragole. Le ho viste. Perché non raccogli quelle?
Le mie?! Ma scherzi? Sono tutte piccole, acide, e i maggiolini se le sono mangiate. Io non sono brava come te, con tutti quei concimi e le cure che dai alle piante! Io ho roba semplice, come la dà la natura. Ma tu, guarda lì che frutti enormi, tondi e rossi! È un peccato che vadano sprecati. E comunque siete solo in due: rischiate di scoppiare, dai!
Trassi un respiro profondo. La logica di Rita era impenetrabile come una corazza. Per lei, se uno ha in abbondanza, deve per forza spartire col vicino anche se, e anzi proprio se, il vicino è solo pigro.
Lorto di Rita era triste a vederlo: alberi storti ricoperti di muschio, orti dissestati che vedevano una vanga solo alle feste comandate, e un esercito di denti di leone che diffondevano semi sul mio prato. Rita però veniva in campagna solo per rilassarsi lanima: dondolava sullamaca, grigliava salsicce da discount su due mattoni e teneva la radio accesa a tutto volume.
Io invece ero unappassionata vera. Conoscevo ogni pianta per nome, ordinavo semi rari su internet, mi svegliavo allalba per aprire le serre, andavo a dormire solo dopo aver annaffiato tutto. Ogni pomodoro, ogni cetriolo era frutto di fatica, di schiena rotta e notti insonni dinizio primavera.
Rita, lascia lì la ciotola, dissi. Mi servono le fragole per fare la marmellata. Qui conto ogni frutto.
Te possino! sbuffò lei, alzando gli occhi al cielo. Che taccagna, Giovanna! Suvvia, mica ti impoverisci. È solo per i nipoti. Non vorrai mica togliere di bocca la frutta a un bambino!
Fece in tempo a buttare in bocca una fragolona, masticando lenta mentre io non facevo a tempo ad avvicinarmi alla rete, poi si voltò e sparì verso la sua casa con la refurtiva.
Rimasi in mezzo allorto, stringendo la zappa tra le mani, e sentivo salire dentro una furia sorda, nauseante. Mario sbucò dal capanno con la pialla in mano, aveva assistito alla scena; ma a lui dei litigi tra donne importava poco e preferiva non immischiarsi.
Ancora Rita che pascola sul tuo orto? chiese avvicinandosi.
Sì, una capra vera. Ormai è troppo: la settimana scorsa sè tagliata i miei zucchini mentre eravamo al mercato. E ora queste? Raccoglie le fragole come se fosse roba sua.
Metti una recinzione alta! suggerì Mario. Di quelle a lamiera, due metri e passa!
Non si può sospirai. Secondo le regole del consorzio, solo reti o steccati aperti. E poi, non abbiamo più soldi: abbiamo appena montato la nuova serra.
La situazione peggiorava di settimana in settimana. Il luglio era stato infuocato: raccolto da record, pomodori a grappoli, cetrioli croccanti, peperoni lucidissimi. Più raccoglievo, più spesso Rita si presentava con la ciotola pronta.
Un sabato, Rita ricevette una dozzina di ospiti in giardino: barellate di birre e musica a tutto volume. La sera, mentre bagnavo le rose, arrivò barcollando sotto la rete.
Giovanna! Dai, facci un favore da vera vicina. Ci è finita la roba per linsalata. Due pomodori cuore di bue, un mazzetto di prezzemolo Il supermercato è lontano, gli ospiti vogliono continuare la festa!
Mi raddrizzai col tubo in mano, lacqua bagnava le radici delle rose.
Rita, i pomodori li sto portando in città a mia figlia. E non sono tutti maturi.
Non fare lavara, fiato alla birra, si sporgeva sempre di più. Dai, non ti costa nulla. Poi te li ripago, sai che ti porto una tavoletta di cioccolata!
No, stavolta la voce era tagliente. No.
Si fece scura in volto, la maschera gentile sparita, occhi stretti di livore.
Tieniteli, allora! Che ti scoppi lorto! Che razza di vicini siete neanche un po di zucchine. Mani da genovesi, pezzenti!
Sinvolò via, pestando forte. Per tutta la sera dalla sua parte del giardino volavano frasacce e risate sguaiate: milanesi pidocchiosi, per quattro centesimi si vendono lanima, chi vuoi che voglia i suoi ortaggi chimici. Mi veniva da piangere dalla rabbia. Rientrai, chiusi le finestre e alzai il volume della tv.
La mattina dopo, uscendo sulla veranda, mi bloccai di colpo. La porta della nuova serra era socchiusa. Il cuore giù a picco. Corsi alle aiuole.
Come temevo: i rami più bassi dei pomodori erano stati letteralmente strappati via. Rami spezzati, frutti buttati per terra, acerbi, scartati. Dei cetrioli, metà erano spariti. Langolo con le erbe mostrava un buco: prezzemolo e aneto strappati di netto.
Guardavo il disastro e non era solo furto, era una ferita allorgoglio, al rispetto per il mio lavoro.
Mario! lo chiamai con la voce rotta.
Accorse, tacque guardando il disastro, la fronte nascosta in una smorfia cupa.
È furto, Gio, qua chiamano la polizia.
Ma chi vuoi che ci creda, nessuna telecamera, nessuna prova! Lei direbbe che non è stata, o che ci inventiamo tutto. Rita urla sempre più forte degli altri
Andai verso la rete. Dallaltra parte silenzio: gli ospiti ancora dormivano. Sulla veranda una ciotola avanzata di insalata; vedevo nettamente i miei pomodori carnosi, foglie del mio prezzemolo ricciuto.
Basta, dissi stringendo le labbra, ora la voce era diventata fredda come acciaio. È finita lora delle chiacchiere. Prima ci ho provato con la gentilezza. Ora passa per vie traverse. Ma con intelligenza.
Che vuoi fare? si allarmò Mario. Niente di illegale, mi raccomando.
Niente polizia. Solo un po di psicologia. E un pizzico di chimica.
Lidea mi venne allistante. Corsi in città, al grande vivaio. Tornai tre ore dopo con roba particolare: una tuta protettiva gialla con cappuccio, maschera filtrante, guanti di gomma, pompa a pressione e bustine di semplice colorante alimentare blu, più una bottiglia di sapone liquido dai peggiori odori.
La sera stessa, mentre Rita e gli amici si trascinavano fuori per il tè di recupero dalla sbronza, da casa mia partì lo spettacolo.
Mi vestii da marziana, con tuta gialla, respiratore, occhialoni, guanti da operaio. Mario indossava lantica cerata e una mascherina. Uscimmo verso la serra.
Davanti a tutti, versai acqua nel secchio, ci mescolai mezza boccetta di colorante blu e abbondante sapone nero. Lodore era tremendo, la miscela divenne di un blu cobalto minaccioso.
Mario! Stai lontano! urlai apposta, con voce ovattata dalla maschera. Qui cè scritto che spruzzarla senza protezione è veleno puro!
Presi a irrorare pomodori, peperoni e cavoli, coprendo tutto di gocce blu scurissime. Sulla pianta faceva effetto di una malattia letale, o tipo rame concentrato.
Rita, incuriosita e disturbata dallodore, si affacciò alla rete.
Ma cosa stai facendo, Gio? Che puzza è questa, avete il fuoco? Avete preso delle bestie?
Mi voltai, la maschera stava al suo posto.
Peggio, urlai forte. Ho trovato su internet una malattia nuova: mosaico virale con fungo. Mi hanno venduto un prodotto speciale AgroChimica Beta. A quanto pare, ammazza tutto su un orto. Solo la pianta resiste.
Tutto tutto? la voce tremava.
Parassiti, uccelli, topi. E per le persone meglio aspettare ventun giorni prima di assaggiare qualcosa. Prima, rischi avvelenamento. Fegato, stomaco, dritto in ospedale. Dopo tre settimane si trasforma in sostanza innocua. Si rischia, ma almeno salvo il raccolto.
Ventun giorni? E se uno solo tocca per errore?
Basterebbe lavarsi con acido puro subito. Tocca non pensare ai dettagli. Io questa tuta poi la brucio via.
Ripresi a spruzzare con cura. Rita rimase silenziosa un momento, poi indietreggiò verso la sua casa.
Oh voi, ragazzi! sentii la sua voce allarmata, lasciate perdere quella insalata: sa di amaro, non la mangiate Magari ci siamo avvelenati!
Dopo, per una settimana, Rita camminava larga su tutto il confine. Lanciava occhiate superstiziose ai miei pomodori blu il colorante resisteva bene e vietava ai nipoti di avvicinarsi: Via da lì! È tutto avvelenato!.
Noi in casa risciacquavamo i cetrioli con la gomma e ce li gustavamo a cena nascosti dagli sguardi scomodi. Il blu sui pomodori invece resisteva e faceva da spauracchio.
Ma Rita era astuta. Qualche giorno dopo ricominciò a sospettare.
Giovanna! mi chiamò un sabato mattina. Ma perché tu intanto ti mangi i cetrioli, eh? Non avevi detto tre settimane di attesa? O sei immune tu?
Io, col caffè e un cetriolo tra le mani, la guardai con noncuranza.
Questi sono dalla Coop, Rita. I miei no! Sono ancora blu, come vedi. Fino a che non passa il periodo, niente orto di casa.
Lei andò via, brontolando: Chimica, scienziatihanno rovinato la terra.
Arrivò agosto. Il sole e qualche pioggia lavarono il colore dai pomodori rimasti solo con una vena bluastra vicino al gambo. Rita pensò che il peggio fosse passato. O che la fame vincesse la paura.
Un giorno dovetti allontanarmi in città per due giorni. Prima di partire chiusi il cancello con un grosso lucchetto e sulla rete della mia parte, dal lato Rita, appesi una tabella laminata e stampata al computer:
Attenzione! Zona sotto videosorveglianza. Terreno trattato con fitofarmaci sperimentali di classe 3. Frutti non commestibili senza procedura di neutralizzazione. In caso di ingresso sarà contattata la polizia locale. Avvisata lamministrazione del consorzio.
La telecamera era una bugia, ma la polizia e i fitofarmaci suonavano bene.
Al ritorno, trovai lo spettacolo del secolo: Rita furiosa davanti alla rete, arrabbiata col presidente del consorzio, Pietro, un tipo serio e poco incline alle lamentele.
Ma guarda che roba! urlava Rita indicando la tabella. Vuole avvelenarci! Mio nipote ieri ha avuto mal di pancia, tutta colpa dei suoi esperimenti! Poi ci spia, mette le telecamere! Immaginatevi!
Pietro sospirava, pulendo gli occhiali. Vedendomi arrivare, fu sollevato.
Buongiorno, signora Giovanna. Qui ci sono delle proteste chimica e videosorveglianza
Nulla di illegale, Pietro, risposi serena. Il cartello solo per scoraggiare i ladri. Che a volte sono a due zampe E se qualcuno sta male, la colpa non è mia: se le persone non rubassero ortaggi miei, non avrebbero mal di pancia!
Chi avrebbe rubato?! urlò Rita. Provalo! Se non mi prendi sul fatto, non sono colpevole!
Ho telecamera, mentii con un sorriso gelido. Questa settimana ho tolto le finte e messo le vere, sensore di movimento e tutto. Guarda che ci sono dei bei filmatini li vuoi vedere qui col presidente? Magari quelli di martedì, o di sabato scorso quando i tuoi amici tiravano su il prezzemolo?
Era un bluff spudorato. Rita cambiò colore in faccia: sapeva di aver spigolato e non poteva sapere da quando era sorvegliata. La paura dello scandalo e delle multe fu più forte dellarroganza.
Ma chi li vuole, i tuoi pomodori pieni di chimica! urlò. Vediteli pure! Io li faccio anche da sola, e meglio!
Sparì in casa, sbattendo la porta.
Pietro mi guardò con il cartello ancora in mano, una scintilla furba negli occhi.
Chimica davvero potente, signora Giovanna?
Solo colorante da cucina e un po di sapone, Pietro. Tiene lontana la tignola e i vicini impiccioni!
Capito, sorrise. Il cartello lascialo pure, fa bene come deterrente.
Da quel giorno cominciò una guerra fredda silenziosa: Rita mi ignorava, si voltava via incrociandomi e in paese raccontava che io fossi una strega, una stregona che avvelenava le piante. A me andava più che bene: lorto era salvo.
Il vero miracolo arrivò però la primavera dopo. Appena tornai su allapertura della stagione, trovai Rita intenta a vangare il suo orto. Storta sui reni, impreca, ma lavora alla sua terra. Accanto cassette con piantine malaticce e storte, prese chissà dove, ma almeno sue.
Mi avvicinai alla rete. Dopo avermi vista, Rita si raddrizzò sollevando la vanga come uno scudo.
Che vuoi? Guardare?
Buon lavoro, Rita, dissi con calma. Non scavare troppo: sotto cè argilla, meglio se ci aggiungi un po di sabbia.
So io cosa devo fare! ringhiò. Ognuno si fa lorto suo, e buonanotte!
Giusto, sorrisi. Le cose fatte con le proprie mani sono sempre più buone.
A metà estate, nel suo orto comparvero alcuni cetrioli storti e pomodorini striminziti. Però lei ci girava intorno con orgoglio, e coincidenza non ha più mai allungato la mano oltre il confine.
Una sera vidi Rita scacciare i ragazzini del vicino venuti a recuperare il pallone.
Andatevene! gridava lex rubacuori dellorto. Qui si lavora, mica è campo da calcio!
Mario, mentre accendeva la brace, mi fece locchiolino.
Hai visto? sussurrai. Altro che recinzioni: è lamore per il lavoro, la vera scuola della vita.
In autunno, mentre chiudevamo lannata, Rita si avvicinò spontaneamente alla rete. In mano teneva un barattolo torbido in cui galleggiavano tre cetrioli di varie misure, immersi in una salamoia casalinga.
Tieni, disse quasi vergognandosi, porgendomi il vasetto. Provali: sono i miei. Ho fatto come sulla rivista.
Lo presi come fosse un premio.
Grazie, Rita! Li assaggeremo. Se vuoi, ti porterò i semi per lanno prossimo. Quelli veri, Cuore di bue. Basta seminarli a febbraio, ti mostro io il trucco.
Va bene, abbozzò un sorriso che le velò il viso. Se non ti spiace.
Non mi spiace mica, risposi. Quando uno si guadagna le cose, di spartirle non pesa.
Restammo lì, in silenzio a guardare i giardini spenti dellautunno. Il cartello sulla chimica ormai non cera più, lavato via dalle piogge, ma la nuova linea invisibile del rispetto non ci avrebbe più lasciate. Più solida di qualunque rete metallica.
E quellanno, posso dirlo, ho preparato il numero record di conserve. E ogni pomodoro è stato salvo.






