La Bambola Abbandonata

Io, Carlo Bianchi, sono salito nellandrone dove abitano i figli miei, il cuore gonfio di una gioia che non riuscivo a contenere. Avevo appena visto entrare la moglie, la cara Maria Antonelli, con una scatola di circa mezzo metro avvolta in un nastro di raso rosa, il fiocco gonfio come una nuvola. Era pronta a sorprendere tutti con un regalo per la nipotina, la nostra piccola Ginevra.

Maria non aveva risparmiato nulla: né tempo, né energie, né denaro. Aveva messo in moto una vera e propria operazione speciale. Si era recata a Bologna, nella bottega di un maestro che restaura bambole depoca, e lì aveva fatto rifare il vestito azzurro con il cappellino, aveva cucito da sé una mantellina di feltro, delle scarpette di feltro, una sciarpa con il berretto, dei riccioli di pizzo e una maglietta, e persino un vestito a pois. Tutto era stato creato a mano, come la bambola che le era stata regalata negli anni 60, da una bambina di otto anni nata in una famiglia modesta. Quella bambola era stata lunico giocattolo di cui la nostra piccola avesse potuto vantare la bellezza, e ora Maria voleva ridarle vita.

Ma guarda che rarità! esclamò la cognata appena vide la bambola E dove lhai trovata?

È lunica che ho, la mia prima bambola! rispose Maria, senza accorgersi dello stupore della cognata. Lho presa dalla casa dei genitori, dove era rimasta da anni. Dopo la nascita di tutti i maschietti non cera nessuno che la portasse a casa. È rimasta in una scatola con una gamba rotta, e io ho pianto per quella gamba Ma adesso è quasi nuova, quasi migliore! Il restauratore ha fatto miracoli!

Ginevra saltellò verso la scatola, gli occhi brillanti.

Ti piace? chiese Maria.

Che vestitino lo voglio anche io! rispose la bambina, stringendo il pezzetto di stoffa tra le dita. Posso cucirne uno anchio?

Che roba è questa, papà? intervenne il figlio, Alessandro, guardando la bambola con un sorriso ironico. Oggi non si indossano più vestiti così da lItalia sovietica.

Silenzio, papà! La voglio! replicò Ginevra, cinque anni, con la voce piena dentusiasmo.

Ti darò tutto, tesoro, è tua confermò la nonna, accarezzandola. Ah, si chiama Natalia.

No, no, quel nome è noioso! La chiamerò Chelsea! strillò la bambola. Ma non è il nome di un cane?

Non è un cane, è il nome di un personaggio dei cartoni! intervenne Maria, sorridendo. Il volto di Ginevra si illuminò quando i suoi occhi azzurri si aprirono di nuovo: Wow, è vero!

La cognata, più calma della suocera, commentò:

Mi ricordo di aver avuto una bambola simile da piccola, solo che era tutta di pezza. Che ricordo! Fammi tenere la tua per un attimo

Maria la passò con un po di riluttanza, e la cognata iniziò a osservare il regalo con occhi curiosi.

Che bellezza! Guardate quel rossore, quegli occhi chiari! Che sguardo dolce! E il vestito, cucito alla perfezione. Io avevo un abito azzurro così quando ero piccola! esclamò.

Io lo ho cucito usando i modelli sovietici, ammise Maria, arrossendo.

Davvero? Tu lhai fatto tutta da sola? Che maestria! rise la cognata. Che talento, signora Antonelli!

Il cognato, con il suo baffo curato, aggiunse: Una cosa davvero graziosa, la bambola.

Maria, poco abituata a tanta lode, si coprì il volto, ma le guance arrossarono di un rosso rubino quasi così vivace quanto quelle di Ginevra.

La suocera, gli occhi pieni di meraviglia, si avvicinò e disse:

Vediamo cosa sa fare questa bambola. Premette la mano sul petto della bambola e una voce elettronica rispose: Mamma!

Il marito di Maria, Luca, e il figlio Alessandro si scambiarono uno sguardo ironico, ma poi sorridettero. Le lacrime di nostalgia cominciarono a scendere negli occhi di Maria; la suocera gracchiò una risata quasi infantile, mentre Ginevra batteva le mani, chiedendo di tenere la bambola.

Aspetta un attimo, intervenne la suocera, posando la bambola sul pavimento e cantando: Cammina, cammina, il piccolo cammina

Alessandro, un po perplesso, commentò: Per me non è più una grande sorpresa.

Io, da bambina, avrei dato la vita per una bambola così, replicò Maria. Grazie, cara, sei stato un dono splendido!

Maria si spostò verso il tavolo, ma non poté fare a meno di guardare Ginevra che cercava sotto la gonna della bambola una piccola bottone. Mamma, non smontare la bottone, lhanno restaurati anche loro, le ricordò la cognata.

Il chiacchiericcio degli adulti continuò, i brindisi per la piccola festeggiata iniziarono. Ginevra, tra un salto e laltro verso il tavolo, si divertiva con le nuove costruzioni mentre la televisione trasmetteva un cartone. La bambola, ora spogliata, giaceva sul pavimento accanto a un gatto grigio che le leccava delicatamente i capelli di velluto.

Maria, seduta vicino alla finestra, non vedeva la scena. Gli altri avevano dimenticato la bambola.

Dovè il nostro nipote maggiore, Andrea? chiese Maria improvvisamente.

È fuori a giocare con gli amici, rispose il figlio. Gli piace stare con i coetanei.

Hai già fatto gli auguri alla festeggiata? chiese.

Sì, le ho alzato le orecchie cinque volte, una per ogni anno, e poi le ho dato i pastelli e il libro da colorare.

Non si possono alzare le orecchie a un bambino! sbuffò la suocera.

Era solo uno scherzo, intervenne la cognata, ricordando le vecchie litigi tra sorelle.

Il cognato posò il bicchiere, alzò gli occhi al soffitto e, con un eheh di sottofondo, posò la mano sullo schienale della sedia della moglie.

Non inventare storie. Certo che vi volevate bene, ma vi litigavate. Queste ferite di bambina confidò alla suocera, tutti ci hanno picchiato, ma il papà non ha mai alzato una mano. Io potevo solo colpirlo con un asciugamano!

La cognata sbuffò: No, io ricordo di averlo fatto. Olya è stata la più amata, ma noi…”

La discussione si fece più accesa, ma Maria, sentendo lodore di qualcosa che bruciava, cambiò tono:

A proposito, ho un pappagallo a casa. Ieri mi sono alzato in balconata e lo sentivo dire ciao bella!

Tutti risero, tranne la cognata, ancora infuriata. Il cognato suggerì forse fosse il vicino.

Ho chiesto a tutti, ma nessuno lo ha visto! La signora Marta, la vicina del terrazzo, mi ha dato la sua vecchia gabbia, così il pappagallo si chiama Poldo. È rossogiallo, una bestiola enorme

Allimprovviso il volto di Maria si irrigidì. Guardò verso il tavolo dove Ginevra stava colorando.

Basta, basta così! Togliete subito quei pastelli! esclamò, alzandosi e facendo quasi cadere il tavolo.

Ginevra mostrò gli occhi innocenti mentre teneva la bambola in una mano e un pastello rosso nellaltra, riducendo il sorriso di Maria a un piccolo Aiò.

Che disastro! intervenne il padre, Luca, prendendo la bambola e guardandola con dispiacere. Proviamo a lavarla?

In bagno, con lacqua e il sapone, ma non bagnare i capelli, consigliò la suocera, stringendo la mano del cognato.

Il bambino non apprezza nulla, disse, ma non preoccuparti, è solo un gioco.

Maria, con voce flebile, rispose: Non è solo un gioco

Si alzò per un attimo, poi tornò con la bambola, la sistemò delicatamente sul divano, le rimise il vestito azzurro, stirò via i segni di colore e sorrise a Ginevra.

Vieni qui, Ginevra. Voglio raccontarti una cosa. Non aver paura, non ti rimprovererò, disse, facendola sedere sul suo ginocchio mentre la bambola rimaneva accanto, gli occhi azzurri fissi.

Quando ero piccola, quasi non avevo giocattoli né vestiti nuovi. Condividevo quello che avevano le mie sorelle, tre in tutto. Avevamo un fratello maggiore, Carlo, che lavorava al collettivo e poi è stato chiamato in servizio militare. La nostra mamma ci sosteneva da sola; il papà era morto quando avevo meno di un anno. Nei compleanni la mamma ci regalava una brioche da sei centesimi, era tutto ciò che potevamo permetterci. Io, la più piccola, ricevevo quello che rimaneva, ma non mi lamentavo. Dalla mia infanzia, aiutavo in casa, accudivo le anatre.

Un giorno, durante il secondo anno di servizio di Carlo, arrivarono al nostro negozio di paese delle bambole costose. Nessuno le comprava perché erano troppo care, così le chiamammo Natalina. I miei amici e io correvamo lì solo per guardarle.

Maria fece una pausa, indicando la bambola.

E allora? chiedeva Ginevra, impaziente.

Carlo tornò il giorno prima del mio ottavo compleanno, la mamma preparò una torta di cerasa e di fragole. Allimprovviso arrivarono in cortile un gruppo di ragazze che gridavano: Natale, Natale, il tuo fratello ha comprato una bambola per te! Che fortuna! Io non potevo credere che mi regalassero una bambola davvero, il sogno di ogni bambina. Carlo mi baciò e mi diede la scatola. Il suo sorriso mi fece credere che fosse la bambola giusta per me.

Che felicità! esclamò Ginevra, gli occhi pieni di lacrime.

Maria si lasciò andare a un singhiozzo, la suocera la confortò sul suo spalla. Poi, con voce più ferma:

Adesso, piccola, questa bambola è tua, tutta rinnovata, come nuova. Puoi farne quello che vuoi, non mi offenderò. È la tua.

Ginevra strinse la bambola al petto, la accarezzò e disse:

Non la rovinerò più, sarà la più amata, lo prometto.

Non lhai chiamata Chelsea? chiese Maria sorpresa.

No, è Natalia, la mia Natalina, rispose Ginevra, baciando la testa della bambola. Sei così bella, mia perla!

Tutta la famiglia si scambiò sguardi e sorrisi.

Allora brindiamo! alzò il cognato, riempiendo il bicchiere di vino rosso. Alla Ginevra e a Natalina! Alle nostre perle!

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