Diario di Caterina, giugno, Firenze
Non riesco a smettere di pensare a quello che è successo oggi. Davide era in piedi sulla soglia della cucina, turbato, mentre stringeva le chiavi della macchina. Aveva proprio laria sconfitta.
Cate, sei seria? Sta morendo. I medici hanno detto che le restano pochi giorni… Forse ore
Sono seria, Davide, ho risposto continuando a tagliare le mele per Sofia senza neanche voltarmi. Vuoi un po di tè? Lo preparo fresco.
Tè? Ma che dici? Davide è entrato agitato nella stanza. È nel letto, piena di tubi, non respira quasi…
Mi ha chiamato stamattina. «Caterina», diceva, «dovè la mia Caterina?». Ti rendi conto? È lultima possibilità.
È la nonna, Cate! Non puoi non volerle dire addio…
Ho finito di sistemare le fettine sul piattino, poi lho guardato.
Per te è la nonna. Tu sei il suo Davide, la sua luce, il tesoro di famiglia.
Io… io per lei non sono mai esistita davvero.
Tu pensi davvero che io abbia bisogno di questo addio?
Di cosa dovremmo parlare, Davide? Cosa dovrei perdonarle? O lei a me?
Dai Caterina, lascia perdere i rancori da bambina! ha sbattuto le chiavi sul tavolo. Sì, forse non ti ha mai amata come me. E allora?
È unanziana, aveva il suo carattere. Ma sta morendo! Non puoi essere così… dura.
Non sono dura. È solo che non provo niente per lei. Vai tu. Stalle accanto; la tua presenza per lei vale cento volte la mia.
Tu sei il suo sole, lo sei sempre stato. Illuminale il cammino, fino in fondo.
Mi ha guardata a lungo, poi è uscito sbattendo la porta. Ho preso il piattino con le mele e sono andata da Sofia.
***
In famiglia tutto era sempre stato ben diviso. I nostri genitori ci hanno sempre amato in modo uguale, me e Davide.
La nostra casa era sempre piena di risate, di profumo di schiacciata appena sfornata, di cene infinite e piccole gite nei colli intorno.
Ma nonna Livia era diversa.
Davide, vieni qui vicino nonna! sussurrava quando salivamo da lei la domenica. Guarda cosa ti ho tenuto da parte.
Noci del Piemonte, le ho sgusciate io! E guarda, cioccolatini gianduiotti, freschissimi!
Io, che avevo sette anni, rimanevo al suo fianco aspettando. E la vedevo prendere dal vecchio credenzone il sacchetto, come fosse un tesoro.
Per me, nonna? chiedevo piano.
E lei mi lanciava unocchiata pungente.
Tu, Caterina, sei già a posto. Guarda che guance belle piene!
Le noci rendono intelligenti: servono a Davide per studiare. Lui è luomo, il pilastro.
Tu invece vai, spolvera le mensole. Una ragazza deve imparare a lavorare.
Davide, tutto rosso, prendeva il sacchetto e sgattaiolava via; io andavo a prendere il panno.
Non mi sentivo offesa. Da piccola, mi sembrava fosse solo una condizione naturale.
Come la pioggia: la nonna amava Davide. Succede…
A volte Davide mi aspettava in corridoio.
Tieni, mi passava la metà dei cioccolatini e una manciata di noci. Ma mangiale di nascosto, se no inizia a brontolare.
A te servono di più, sorridevo io. Per diventare intelligente.
Basta con questa intelligenza, sbuffava lui. La nonna è matta. Dai, mangiamo insieme.
Ci sedevamo sui gradini che portavano alla soffitta e facevamo merenda, come due cospiratori. Davide condivideva sempre tutto, davvero.
Anche quando la nonna gli infilava dieci euro in tasca di nascosto, lui mi cercava:
Cate, ce ne sono abbastanza per due gelati e anche una gomma con le figurine. Andiamo?
Lui era la mia forza, la sua attenzione riempiva i vuoti lasciati dalla nonna, tanto che non ci facevo più caso.
Gli anni passano. Nonna Livia invecchiava. Quando Davide ne compì diciotto, annunciò di lasciare a lui la sua seconda casa in centro a Firenze.
Il sostegno della famiglia deve avere una casa sua, disse senza mezzi termini. Così porta la fidanzata da sé e non si arrangia in giro.
La mamma sospirò. Conosceva bene il carattere duro di nonna e non polemizzò. Ma quella sera venne a parlarmi.
Non preoccuparti, Caterina. Io e papà vediamo tutto. Abbiamo deciso di darti i risparmi messi da parte per la macchina e il trasloco. Sarà lanticipo per il tuo appartamento. Così è giusto.
Mamma, su, non preoccuparti lho abbracciata. Davide si sposa con Irene, la casa serve a lui, io sto bene in affitto per ora.
No, Cate, non accetto. La nonna fa di testa sua, ma noi siamo i genitori. Non possiamo distinguere tra figli. Prendi questi soldi, senza discuterne.
Non li ho presi.
Davide si trasferì subito dopo il matrimonio nella casa della nonna. Nella nostra casa dinfanzia cera più spazio.
Io scelsi la sua vecchia camera, misi le mie cose, quadri, libri. Era una felicità nuova nessuno che dividesse laffetto in giusto o sbagliato.
I rapporti con Davide non cambiarono mai, anzi, lui sembrava sentire una vaga colpa.
Cate, vieni a trovarci, mi diceva. Irene ha sfornato una crostata. E la nonna… lo sai comè. Ieri ancora mi ha chiesto se ho speso i suoi soldi per le tue sciocchezze.
E tu che le hai risposto?
Che li ho spesi tutti in videogiochi e vini carissimi, rideva. Ha bofonchiato che è tutta colpa tua, che sei una cattiva influenza!
Ovviamente, sorridevo. Chi, se no?
***
Quando mi sono sposata con Paolo e sono rimasta incinta, il problema della casa è tornato. La mamma ancora una volta si è fatta in quattro.
Sentite, ha detto. Noi abbiamo un bel trilocale, Davide ha la sua casa. Voi, Cate, siete in affitto.
Facciamo così: dividiamo casa nostra in un bilocale e una singola. Così io e papà ci stringiamo e voi vi allargate.
Mamma, è intervenuto Davide, io rinuncio alla mia quota della casa di famiglia. Ho già quella della nonna, mi basta e avanza.
Così Caterina allarga la famiglia come vuole. Hanno una bimba, serve spazio.
Ma sei sicuro? chiese Paolo, quasi incredulo. Sono tanti soldi, Davide.
Sì. Con Cate abbiamo sempre diviso tutto. Lei, già da piccola, riceveva meno dalla nonna. Non mi sembra giusto. E poi, questa è la mia parola.
Non piansi per la casa. Ma perché mio fratello era davvero la persona più buona che conoscessi.
Così, diviso il necessario, ciascuno di noi aveva la sua sistemazione.
Mamma veniva spesso ad aiutarci con Sofia, Davide con Irene e i loro figli erano da noi quasi ogni domenica.
Nonna Livia viveva sola. Davide le portava la spesa, sistemava le tubature, ascoltava le sue continue lamentele e le accuse contro di me, la ingrata Caterina.
Tua sorella ti ha mai chiamata? chiedeva la nonna stringendo le labbra. Almeno per chiedere come sto?
Ma dai, nonna, rispondeva Davide, tu non ti sei mai avvicinata a lei. Non le hai mai detto una parola buona. Perché dovrebbe chiamarti?
Volevo insegnarle leducazione! gridava lei con orgoglio. Una donna deve stare al suo posto. Ora si è presa la casa, ha cacciato sua madre
Davide sospirava. Inutile spiegare.
***
Ed eccomi qui ora. Siedo in cucina, e la mente mi riporta immagini di una vita.
La nonna che mi scansa mentre provo ad aiutarla a fare la marmellata. Lei che loda un disegno storto di Davide e passa davanti alla mia coppa doro allOlimpiade con indifferenza.
Lei che, alle nozze di Davide, siede come una regina; ma per le mie nemmeno ci fu.
Mamma, ma perché non andiamo mai dalla nonna Livia? è venuta Sofia in cucina. Zio Davide ha detto che sta molto male.
Perché la nonna vuole vedere solo lui, amore. Così è più tranquilla.
È cattiva? mi ha guardata con aria sospettosa.
No, ho risposto dopo una pausa. Non sapeva amare più di una persona alla volta, tutto qui. Nel suo cuore cera spazio solo per uno. A volte capita.
La sera mi ha richiamato Davide.
È finita, Cate. Unora fa.
Ti sono vicina, Davide. So quanto è dura.
Fino allultimo ti ha aspettata, mi ha mentito per consolarmi, forse per volere una pace anche alla fine. Ha detto: Spero che a Caterina vada tutto bene.
Grazie… Vieni domani da noi. Stiamo insieme, preparo una torta.
Sarò da voi Cate, non rimpiangi di non essere andata?
Non ho mentito.
No, non rimpiango. Perché fingere? Né io né lei volevamo davvero vederci…
Davide è rimasto in silenzio.
Credo tu abbia ragione, ha sospirato. Sei sempre stata la più lucida di noi. A domani, allora.
Al funerale cero anchio, per mamma e per Davide. Stavo in disparte, col cappotto nero, sotto quel cielo grigio che sembra sempre pesare sui cimiteri. Mentre abbassavano la bara, non ho pianto.
Mi si è avvicinato Davide. Mi ha abbracciata.
Come stai?
Bene, Davide. Davvero.
Sai, mentre sistemavo in casa sua, ho trovato una scatolina con foto vecchie. Anche tue. Le aveva tagliate da foto di gruppo. Le conservava separate.
Lho guardato stupita.
Perché lo faceva?
Non so. Forse qualcosa sentiva, ma non sapeva mostrarlo. O temeva che se dava spazio a te, avrebbe tolto qualcosa a me. Gli anziani sono strani.
Forse, ho sospirato. Ma ormai non cambia niente.
Siamo usciti insieme, sotto lo stesso ombrello. Lui alto e forte, io minuta e leggera.
Davanti alle macchine, Davide ha detto:
Ho deciso di vendere quella casa. Con i soldi me ne prendo una più grande, ne compro due piccole per i ragazzi, e il resto… Perché non facciamo una donazione? Un ospedale pediatrico, una buona causa. Che questi soldi della nonna portino almeno gioia a qualcuno.
Lho guardato, e per la prima volta dopo giorni gli ho sorriso davvero, di cuore.
È la vendetta migliore verso nonna Livia. La più gentile vendetta al mondo.
Allora è deciso?
Deciso.
Poi ci siamo separati. Guidando sotto il sole di Firenze, con la radio accesa, ho sentito che finalmente, dentro di me, tornava la calma.
Aveva ragione Davide. Sarà meglio così; almeno parte di quei soldi servirà a curare dei bambini. È giusto così.






