Ogni martedì
Giulia si affrettava giù per la metropolitana, stringendo nella mano un sacchetto di plastica vuoto. Quel sacchetto era il simbolo tragicomico del suo fallimento del giorno: due ore intere perse a vagabondare nei centri commerciali di Milano, senza trovare unidea decente per il regalo alla sua figlioccia, la figlia della sua migliore amica. Martina, che a dieci anni aveva abbandonato i pony per lastronomia, e trovare un buon telescopio a un prezzo umano era diventata una sfida degna di una missione spaziale.
Fuori ormai calava la sera, e nel sottosuolo la stanchezza aveva un suo aroma speciale di fine giornata. Giulia, lasciando passare la folla che usciva, riuscì a farsi strada verso la scala mobile. Fu proprio allora, tra mille suoni e rumori, che il suo orecchio, ormai quasi anestetizzato, colse un frammento di conversazione dal tono acceso.
” non avrei mai pensato di rivederlo, giuro, diceva una voce giovane, un po tremante, alle sue spalle. E invece, tutti i martedì viene lui a prenderla allasilo. Di persona. Arriva con la sua macchina e vanno insieme proprio in quel parco con le giostre”
Giulia si immobilizzò sul gradino della scala mobile che scendeva. Si voltò appena, e vide di sfuggita la proprietaria della voce: cappotto rosso fiammante, occhi brillanti, volto emozionato. E unamica accanto, intentissima ad ascoltare, annuendo con serietà.
Tutti i martedì.
Anche per lei, un tempo, cera stato un giorno così. Tre anni prima. Non il lunedì con la sua fatica dinizio settimana, non il venerdì con la sua aria da vigilia di festa. Proprio il martedì. Il giorno attorno a cui ruotava il suo universo.
Ogni martedì, puntuale alle cinque, correva fuori dalla scuola dove insegnava lettere, si precipitava dallaltra parte di Milano, nellantica scuola di musica Giuseppe Verdi, con il suo parquet scricchiolante. Andava a prendere Matteo, il nipote, sette anni, serio da far impressione, la sua minuscola persona quasi eclissata dal violino più grande di lui. Non suo figlio il figlio del fratello Andrea, morto in un incidente dauto tremendo tre anni prima.
Nei primi mesi dopo il funerale, quei martedì erano riti di sopravvivenza. Per Matteo, che si era chiuso a riccio e parlava a monosillabi. Per sua madre Chiara, consumata da una tristezza infinita, che faticava a rialzarsi dal letto. E per Giulia stessa, che provava a tenere insieme i pezzi della loro vita sbriciolata, improvvisandosi ancora una volta colonna portante e bussola in quella tempesta.
Ricordava tutto: come Matteo usciva dalla classe fissando il pavimento, come le porgeva il violino pesante senza una parola, come lei gli prendeva la custodia e iniziava a raccontargli qualcosa di buffo un errore epico nei compiti, una gazza ladra che aveva rubato la merenda di un ragazzino.
Un giorno dautunno, in uno di quei pomeriggi di pioggia milanese che tolgono la voglia di vivere, lui le chiese: Zia Giuly, anche papà odiava la pioggia?. Lei, col cuore stretto in un nodo di dolore e tenerezza, rispose: La detestava. Correva sempre al primo portone”. E lui la prese per mano. Forte, come un grande. Ma non perché doveva farsi accompagnare: sembrava quasi volesse afferrare un ricordo che rischiava di scivolargli per sempre. Non la sua mano, ma limmagine di suo padre che batteva in quella pioggia. In quella stretta, cera tutta la forza minuta della sua nostalgia e la nascita improvvisa di una consapevolezza: papà era reale, davvero, non solo nei sospiri di nonna o nelle fotografie sbiadite. Papà correva sotto la pioggia, papà odiava la pioggia. Papà era qui, nel freddo umido di un pomeriggio qualunque di novembre.
Per tre anni la vita di Giulia si era divisa tra “prima” e “dopo”. E il vero giorno di vita vera, anche se pesante, era il martedì. Gli altri? Solo pausa di attesa. Si preparava con cura: comprava il succo di mela che piaceva a Matteo, scaricava cartoni animati divertenti sul cellulare per sopravvivere alla metro affollata, pensava a nuove storie da raccontargli.
Poi Poi Chiara, la mamma di Matteo, a poco a poco si rimise in piedi. Trovò un lavoro, e anche un nuovo amore. Decise di ricominciare, lontano a Bologna, per non avere ogni giorno sotto gli occhi i vecchi ricordi. Giulia le aiutò a preparare le valigie, mise con cura il violino di Matteo nella custodia, lo abbracciò a lungo in stazione. Scrivimi, chiamami, provò a non piangere. Io sono qui.
Allinizio lui chiamava ogni martedì, alle sei spaccate. Quindici minuti in cui Giulia tornava a essere la Zia Giuly di sempre, ansiosa di sapere tutto: scuola, amici, lezioni di violino. La sua vocina al telefono era un filo sottile che univa due città a chilometri di distanza.
Poi le chiamate diventarono quindicinali. Matteo cresceva, arrivava il calcetto, i compiti, la PlayStation con i compagni di classe. Zia, scusa, martedì scorso non ti ho chiamata, avevo la verifica di matematica, le scriveva su WhatsApp. E lei rispondeva: Ma figurati, tesoro. Comè andata?. I suoi martedì erano diventati aspettare un messaggio ormai opzionale. Lei non si offendeva. Spesso scriveva lei per prima.
Col tempo, rimase solo qualche saluto nei giorni di festa: compleanno, Natale, Ferragosto. La voce di Matteo era più sicura, parlava in modo vago: Tutto bene, Si studia, Normale. Il suo nuovo patrigno, Luca, si rivelò un uomo gentile, che non pretendeva di sostituire il papà, ma che stava lì, a modo suo. Ed era già molto.
Poi era arrivata anche una sorellina, Aurora. In una foto su Facebook, Matteo reggeva la neonata come se fosse un vaso di cristallo, con unaria impacciata ma piena di dolcezza. La vita, beffarda e generosa, aveva ripreso il suo cammino lenendo le ferite con il tempo, le cene di famiglia, le nottate senza dormire per la piccola, e tanta ordinaria quotidianità. Ora, nella nuova vita, per Giulia rimaneva solo una piccola nicchia come zia del passato.
E allora, nel rumore cupo del metrò, quelle parole rubate tutti i martedì non sembrarono un rimprovero, ma uneco gentile. Come un saluto da parte di quella Giulia di tre anni prima, che aveva coltivato una responsabilità dolorosa ma preziosissima, come una ferita sempre fresca e un dono da custodire. Quella Giulia sapeva esattamente chi era: un pilastro, una luce, una certezza nel calendario di un bambino. Era necessaria, e sapeva di esserlo.
La signora col cappotto rosso aveva la sua, di storia, le sue fatiche e i suoi compromessi. Ma quel ritmo, quellappuntamento fisso del martedì, era un linguaggio universale. Un linguaggio che dice: Io ci sono. Su di me puoi contare. Sei importante per me, in quel giorno lì, a quellora precisa. Era una lingua che Giulia era stata bravissima a parlare, ma che ora ricordava appena.
Il treno sobbalzò e ripartì. Giulia si raddrizzò, osservando il suo riflesso nel vetro scuro del tunnel.
Scese alla sua fermata, già decisa: domani avrebbe ordinato due telescopi identici, niente di costoso ma dignitosi. Uno per Martina, laltro per Matteo con consegna a domicilio. E appena lui lavesse ricevuto, gli avrebbe scritto: Matteo, questo è per guardare lo stesso cielo, anche se siamo in città diverse. Che ne dici, martedì prossimo, alle sei in punto, se è sereno, osserviamo insieme lOrsa Maggiore? Sincronizziamo gli orologi! Un abbraccio, la Zia Giuly.
Risali la scala mobile, tornando su nel freddo tagliente della sera milanese. Il prossimo martedì non era più vuoto. Era stato fissato di nuovo. Non come un obbligo, ma come un piccolo, dolce patto tra due persone, unite dalla memoria, dalla gratitudine e da un filo sottile ma indistruttibile che si chiama famiglia.
La vita andava avanti. E nellagenda di Giulia rimanevano giorni che non andavano semplicemente vissuti, ma scelti di sano entusiasmo. Giorni da dedicare a piccoli miracoli: guardare le stesse stelle, da posti lontani. Ricordare senza soffrire più, ma col cuore caldo. Amare con una nuova dolcezza quella di chi ha imparato che certe distanze, alla fine, sono solo unaltra maniera di restare vicini.






