Dimmi che non sei serio, Paolo… Dimmi che era solo una battuta stupida. O magari ho capito male dal rumore dellacqua?
Mi sono fermata lì, con il rubinetto appena chiuso e le mani ancora umide, asciugandole in fretta sullo strofinaccio. La cucina era piena del profumo delle verdure bollite, dellaneto fresco e delle arance candite: odori tipici delle feste che si respirano alla vigilia di Capodanno a Milano. Mancavano solo sei ore allarrivo del nuovo anno. Sul tavolo si accavallavano montagne di ingredienti tagliati per linsalata russa, nel forno stava cuocendo quella faraona ripiena di mele e prugne che avevo preparato con tanto amore, mentre in frigo raffreddava la gelatina di manzo che avevo fatto sobbollire tutta la notte.
Paolo era lì, in bilico sulla soglia, con quel suo modo impacciato di spostarsi da un piede allaltro. Traccheggiava con il bottone della camicia da casa: un tic che gli riconosco nelle situazioni più imbarazzanti. Sapeva benissimo quanto chiedeva fosse assurdo. Ma non faceva alcun passo indietro.
Giulia, per favore, non cominciare mi disse con quella voce supplichevole e al tempo stesso stanca. Francesca ha avuto un problema con limpianto idraulico. Non proprio un allagamento, daccordo, però le hanno tolto lacqua e il riscaldamento. Pensa a passare il veglione al freddo coi bambini Non ce lho fatta a dire di no. Sono anche i miei figli
I bambini sì, sono tuoi cercavo di parlare calmissima mentre sentivo dentro una tempesta. Ma Francesca? È tua figlia pure lei? Perché non va da sua madre? O da qualche amica? O in albergo? Con lassegno di mantenimento che le versi, potrebbe prendersi una suite
Sua madre è alle terme, le amiche sono via distolse lo sguardo E poi è una festa di famiglia. Vedrai, ai ragazzi piacerà passare il Capodanno con loro papà. Ci sediamo tutti insieme, mangiamo, guardiamo i fuochi Tutto qui. Abbiamo spazio, no? Qui si sta larghi.
Osservai la cucina. Sì, la casa era grande. Ma era la nostra casa. Mia e di Paolo. Ci avevo speso una settimana fra pulizie, addobbo dellalbero, scelta delle tovagliette abbinate alle tende avevo persino comprato per lui quel profumo costoso che desiderava. Tutto immaginavo: una serata di noi due, candele accese, le luci della ghirlanda che tremolano leggere, musica di sottofondo. Il primo Capodanno davvero intimo da quando siamo sposati, senza viaggi né ospiti. E tutto questo svaniva, spazzato via da quellinvito.
Paolo, ci eravamo messi daccordo glielo ricordai a voce bassa. Era la nostra serata. Ai tuoi figli non ho mai detto nulla, lo sai. Ogni weekend li accetto qui. Ma Francesca La tua ex moglie a tavola con noi. Capisci lassurdità?
Dai, non esagerare bofonchiò lui, cercando sicurezza. Siamo adulti, no? Francesca è solo la madre dei miei figli, nulla più. Giulia, non essere egoista. È Capodanno, non si può essere così duri. Arriveranno tra unoretta.
E uscì dalla cucina prima che potessi aggiungere altro, con la chiara paura che gli lanciassi dietro il mestolo. Rimasi ferma appoggiata al piano, mentre la faraona sfrigolava rilassante ma ormai mi sembrava solo rumore di sottofondo. Non essere egoista. Quelle tre parole facevano più male di qualunque altra cosa. Da tre anni mi sforzavo di essere la moglie perfetta: il ménage in ordine, nessun ostacolo fra Paolo e i suoi figli. Sopportavo anche le chiamate della sua ex: per sistemare una perdita dacqua, portarle il gatto dal veterinario E questa era la ricompensa?
Continuai quasi meccanicamente a tagliare le patate, nella speranza che la rabbia passasse. Mi dicevo: magari non succederà nulla di grave. Magari Francesca si comporterà da signora. È pur sempre la notte di Capodanno, tempo di miracoli e riconciliazioni.
Ma il miracolo non arrivò. Il campanello suonò con implacabile puntualità dopo cinquanta minuti. Feci appena in tempo a infilarmi il vestito buono e un filo di trucco. Paolo corse ad aprire con un entusiasmo da sembrare la notte di Natale.
Ingresso trionfale e rumoreggiante della processione. Davanti a tutti, i due bambini: Andrea, dieci anni, e Mattia, sette. Di corsa sulla ceramica chiara del soggiorno, lasciando orme di scarpe bagnate dappertutto. Poi, come fosse un transatlantico, entrò Francesca.
Vestito rosso sgargiante, scollo profondo, borsoni pieni. Addosso un profumo dolce e pungente che annullava ogni aroma di arancia.
Finalmente! proclamò ad alta voce, scrollandosi la neve di dosso direttamente sul tappetino. Cera un traffico pazzesco, ho dovuto quasi minacciare il tassista! Paolo, prendi queste borse, ci sono regali per i ragazzi e lo spumante. Uno vero, non quello che compri tu di solito!
Sorrisi di circostanza.
Buonasera, Francesca. Ciao, ragazzi.
Lei mi scrutò dalla testa ai piedi, fissandosi sul mio sobrio abito elegante.
Giulia, ciao rispose sciatta. Oddio, che caldo qui. Si deve arieggiare. E le pantofole Paolo, dove sono quelle rosa che lasciavo qui?
Un attimo che le trovo, Franci lui già frugava ansioso nella scarpiera.
Aveva le sue pantofole qui? E Paolo sapeva sempre dove trovarle? Sentii stringersi dentro di me una molla. Francesca aveva i suoi accessori in casa nostra.
Si accomodarono in soggiorno. I bimbi accesero la TV a tutto volume e saltavano sul divano chiaro, quello nuovo che tratto con maniacale cura.
Andrea, Mattia, fate attenzione, per favore suggerii con voce dolce.
Ma dai, sono bambini! sbuffò Francesca, lasciandosi cadere sulla poltrona. Energia da scaricare Paolo, acqua, per favore: ho la gola secca.
Da quel momento fu spettacolo a senso unico. Francesca ovunque: criticava le decorazioni dellalbero (“da noi erano più allegre”), commentava gli addobbi del tavolo (“troppe posate, mica siamo a Buckingham Palace”), sgridava e coccolava i bambini a raffica. Paolo faceva il galoppino: cuscino, abbassa il volume, alza il volume, porta il caricabatterie. E a me non lanciava nemmeno uno sguardo.
In silenzio, apparecchiavo. Portavo piatti, sistemavo calici, sentendomi come la cameriera di una festa cui non ero invitata.
Giulia, strillò dal soggiorno. Linsalata russa con la mortadella? Ma dai, roba da nonna Paolo la preferisce con il manzo. Non lo sapevi? Sempre fatta così.
Da tre anni la mangia volentieri come la preparo io risposi dalla cucina, appoggiando il piatto sul vassoio con troppa veemenza.
Vabbè, sarà educato rise Francesca. Il mio povero Paolo
Lui sorrise stirato, non fiatò. Non prese le mie difese, non disse nulla. Paura di contraddire la ex.
Fu il primo campanello dallarme. Il secondo quando portai la faraona in tavola. Una meraviglia dorata, il mio punto forte. Eccoli i marmocchi: si avvicinarono storcendo il naso.
Bleah, è bruciata! schernì Mattia. Io voglio la pizza! Papà, ordina la pizza!
Non è bruciata, è la crosticina, tentai di spiegare.
Ma smettila, i bambini queste cose non le mangiano tagliò corto Francesca, infilzando la coscia con disgusto. Grassa E poi le prugne nella carne, ma chi le mette? Paolo ordina la pizza anche per me, non rischio la faraona stasera.
Paolo mi guardò con aria colpevole.
Giulia, magari è meglio così? Dai, i bambini lo apprezzano, ci vuole festa. Arriva in venti minuti!
Parli sul serio? la mia voce era un soffio. Ci ho lavorato per ore. Marinata da ieri. È il mio piatto migliore.
Non prendertela, provò ad abbracciarmi, mi scostai. Semplicemente, abbiamo gusti diversi. Mangiamo tutto, no? Abbondanza.
Si rimise subito a ordinare, consultando Francesca: “Funghi o salame piccante?”
Mi sedetti. Sembrava un sogno grottesco: la mia casa, la mia cucina, la mia festa. E io lì nellangolo, mentre loro due ridevano scambiandosi commenti sulla pizza.
A proposito, sanimò Francesca versandosi lo spumante senza chieder nulla Paolooo, ti ricordi quel Capodanno 2015 in Trentino? Eri vestito da Babbo Natale e la barba ti cadeva Ma che ridere!
Certo che me lo ricordo! rise Paolo, rilassato. Tu però col tacco rotto nella neve! E le gare di slittino
Cominciarono a rievocare il loro passato, le vacanze insieme, la prima macchina, i primi passi di Andrea Ridevano, si interrompevano, negli occhi la luce di una complicità che a me non era permessa. Era il loro mondo. Il loro passato in cui io non cero. Al mio tavolo addobbato, mi sentivo invisibile. Un mobile in più.
I bambini correvano in giro, uno urtò un bicchiere di Chianti. Cadde sulla tovaglia appena stirata: una chiazza rossa che si allargava come una ferita.
Paolo, muoviti a pulire! E tu, Giulia, hai il sale? Così magari la macchia va via. Ma tanto, la tovaglia non era un granché e la sua voce divenne un ronzio.
Mi alzai. Nel rumore di televisore, risate e comandi di Francesca, sparii nel corridoio. Lei continuava con i suoi aneddoti, Paolo rideva di cuore.
In camera da letto cera buio. Un fascio di luce dai lampioni tagliava la stanza. Aprii larmadio in silenzio, afferrai la borsa da palestra. Niente esitazione: jeans, maglione caldo, intimo, beauty, caricabatterie, documenti. Togliendo il vestito elegante lo lasciai cadere sulle lenzuola. Mi guardai allo specchio. Una donna stanca, ma determinata.
Quando sentii il campanello pizza arrivata mi affrettai. Paolo stava pagando il rider. I bambini gridavano di gioia. Francesca impartiva ordini.
Uscii in punta di piedi, chiudendo piano la porta. Il suono si perse nel chiasso. Chiamai lascensore. Solo allora, scendendo, tirai un sospiro lungo.
Fuori nevicava fitto, Milano era tutta unesplosione di petardi e luci. Presi il telefono, composi il numero della mia migliore amica.
Martina, dormi?
Ma sei impazzita? È solo le dieci! Siamo qui con Nico che stappiamo la seconda bottiglia! Cosè successo? Hai la voce storta
Sono uscita da casa di Paolo. Posso venire da te?
Ma certo che sì! Nico, prepara un piatto in più, Giulia sta arrivando! Dove sei? Adesso ti prenoto un taxi!
Dopo quaranta minuti ero seduta nella cucina di Martina, laria calda di cannella e dolcezza domestica ovunque. Nico, suo marito, ci lasciò da sole.
Racconta, disse versandomi una tazza di tè caldo col limone. Che ha combinato quello scemo?
Parlai. Raccontai della rottura della tubatura, del menù criticato, dei ricordi. Raccontai della faraona snobbata.
Lo vedi, Marti? Non è che mi dia fastidio la loro presenza. È lui il vero problema. In tre ore da padrone di casa sè trasformato in servitore. Mi sono sentita trasparente, mentre loro sembravano la vera famiglia. Perché, se non li ha ancora lasciati andare, io dovrei restare?
Martina scosse la testa.
Il bravo ragazzo che non vuole mai dire di no E alla fine fa peggio con chi dovrebbe proteggere. Hai fatto bene tu. Se fossi rimasta, avrebbe pensato di poterlo fare sempre. La dignità serve anche in amore.
Il cellulare rimase zitto per unora. Poi le chiamate: decine perse. I messaggi cominciarono a fioccare.
Giulia, dove sei? Non ti troviamo
Sei a fare la spesa? La pizza si raffredda!
Rispondi, non è divertente. Dove sei finita? Gli ospiti chiedono della padrona di casa
Ti sei offesa, sei andata via? Giulia, dai, è da bambini. Torna subito, mi fai fare brutta figura con Francesca!
Mi venne da ridere amaro. La figuraccia con lei, non con me. Francesca, la vera inviolabile.
Non rispondere fu il consiglio di Martina. Che se la goda la compagnia da solo. Pulisca lui le macchie e coccoli Francesca.
Spensi il telefono.
Quella notte non affidai desideri ai botti di mezzanotte. Alzai solo il bicchiere con Martina e Nico, guardammo Pane, amore e fantasia in tv, e sentii dentro una leggerezza nuova. Come se un masso tolto dalla schiena dopo tre anni di fatica.
Il primo giorno dellanno era limpido, gelido e brillante. Il profumo del caffè mi svegliò sul divano di Martina. Accesi il telefono: decine di chiamate e messaggi che piano piano cambiavano tono, diventando sempre più ansiosi.
Hanno rotto il vaso, quello che amavi. Mi dispiace.
Francesca ha fatto una scenata, non le piaceva il divano. Troppo duro.
Sono andati via. Giulia, è tutto sottosopra. Non so da dove cominciare.
Giulietta mia, perdonami. Sono stato un imbecille. Chiamami, ti prego.
Verso mezzogiorno suonò il campanello. Era Paolo. I capelli arruffati, la camicia spiegazzata e chiazzata, gli occhi segnati dalle occhiaie. Un mazzo esagerato di rose in mano evidentemente lunico fioraio di Milano aperto a Capodanno.
Martina incrociò le braccia restando sulla soglia.
Sei venuto, Casanova. Cosa vuoi?
Martina, chiama Giulia, per favore. So che è qui. Devo parlarle.
Mi affacciai nellingresso. Guardandolo così, non provai né pietà né vendetta. Solo stanchezza, infinita stanchezza.
Giulia, amore, perdonami! tentò di abbracciarmi trovando in risposta il mio sguardo gelido. È stato un inferno appena sei uscita. Francesca ha iniziato a comandare, i bambini hanno rovesciato tutto Ho provato a rimediare, e Francesca mi ha urlato contro che sono un padre incapace. Li ho accompagnati fuori alle tre di notte.
Si fermò per respirare.
Ho capito tutto. Ho sbagliato. Per paura di deludere loro, ho calpestato te. Tu sei la mia famiglia. Solo tu. Ti supplico. Torna a casa. Ho già ripulito quasi.
Guardai le rose, mentre gocciolavano sul tappeto.
Mi hai mostrato qual è il mio posto, Paolo. Né moglie né donna: cuoca e mobile. Hai lasciato che unestranea comandasse in casa mia e criticasse il mio cuore.
Non accadrà mai più! disse infiammato. Francesca la sentirò solo per i ragazzi, solo fuori casa. Nessunaltra ospite. Nessunaltra chiamata di notte. Te lo prometto.
Rimasi muta. Vedevo che era sincero, spaventato davvero. Ma come cancellare quella solitudine che ho sentito al nostro tavolo di Capodanno?
Non torno oggi, sussurrai infine. Ho bisogno di tempo. Resterò da Martina qualche giorno ancora. Tu vai a casa, riflettici. Non su come riconquistarmi, ma come siamo arrivati a questa situazione. E su perché lopinione della tua ex conti più dei sentimenti della tua attuale moglie.
Aspetterò, mormorò abbassando la testa. Ti amo davvero, Giulia. Guarda che ti amo
Posò le rose e se ne andò. Tornai in cucina, dove Martina già versava altro tè caldo.
Lo perdonerai? domandò lamica.
Non lo so. Forse un domani. È anche un bravo uomo, ma ora basta. Se mai tornerò, sarà tutto diverso. Mai più sullo sfondo. Mai più seconda scelta.
Mi avvicinai alla finestra. Milano dormiva sotto il mantello di neve, bianca e intatta come un quaderno nuovo. E per la prima volta capii che la penna con cui scriverò la mia storia deve essere solo nelle mie mani, non in quelle di ombre del passato.






