La suocera mi ha distrutto il prato della casa di villeggiatura per farci l’orto e io le ho imposto di rimettere tutto com’era

Marco, sei sicuro che non ci siamo scordati la carbonella? Lultima volta è toccato correre al negozietto del paese e avevano solo legna bagnata Serena si voltò verso il marito, che guidava con concentrazione tra le solite buche della strada sterrata.

Ho preso la carbonella, Serena, e anche laccendifuoco. La carne marinata che hai preparato è nella borsa-frigo Marco sorrise, staccando un attimo lo sguardo dalla strada. Rilassati, siamo in ferie. Due settimane di vacanza, silenzio, uccellini, e il tuo adorato prato. Hai sognato tutto linverno di quel prato.

Serena si abbandonò sul sedile, chiudendo gli occhi nel puro piacere di sentirsi finalmente lontana. Il prato. Quella parola era musica per le sue orecchie. Tre anni fa, quando avevano comprato quel vecchio rustico semi crollato sulle colline friulane, cerano solo ortiche alte come persone e mucchi di calcinacci. Serena, con le proprie mani, aveva trascinato via i mattoni rotti, lottato contro le erbacce, poi, insieme a Marco, avevano chiamato una squadra e steso davanti a casa un prato inglese in rotoli, costoso e perfetto.

Era il suo angolo felice: un tappeto verde smeraldo, uniforme e morbido, su cui era un piacere sdraiarsi a leggere, sorseggiare il caffè o fare yoga al mattino. Non permetteva nemmeno di giocarci a racchettoni con le scarpe pesanti per non rovinare il tappeto. Quel prato, per Serena, era il simbolo che la casa in campagna non doveva per forza essere fatica e sudore come insegnava la mentalità delle generazioni passateera un rifugio di relax.

Spero che tua mamma si sia ricordata di bagnarlo mentre eravamo via pensò a voce alta Serena. Ha fatto caldo per tutta la settimana.

Non ti preoccupare fece Marco con un gesto della mano. La mamma è precisa. Le abbiamo lasciato le chiavi, ha detto che veniva ogni due giorni a controllare la casa. Sa bene quanto tieni al tuo prato.

Giovanna De Santis, la suocera di Serena, era una donna daltri tempi: tutta energia e voce tonante, convinta che la terra non dovesse mai restare oziosa. Ogni centimetro doveva produrre qualcosa: patate, zucchine, almeno del prezzemolo. I primi due anni Serena aveva lottato per difendere il suo spazio di relax dai tentativi della suocera di conquistare ogni metro per lorto. Giovanna borbottava che quel prato era roba da signorini pigri, ma apparentemente si era rassegnata: la sua piccola serra in un angolo, e via.

Lauto frusciò silenziosa sul ghiaino, fermandosi davanti al cancello. Serena uscì per prima, pronta ad aprire la serratura. Laria profumava di pini scaldati dal sole e rosa canina. Fece un gran respiro, già immaginando di togliersi le scarpe per camminare sullerba fresca.

Spalancò il cancello. Fece un passo avanti e rimase di sasso. La borsa col portatile le scivolò di mano nella polvere.

Serena, che fai lì ferma? Su, fammi entrare chiamò Marco dallauto. Non ottenendo risposta, spense il motore e la raggiunse. Serena?

Le seguì lo sguardo fisso e rimase senza parole.

Il prato non cera più.

Al posto delluniforme tappeto verde, cera un campo smosso, nero di terra, solcato da solchi irregolari e zolle in disordine. Qua e là, ciuffetti derba strappata e brandelli di prato rotolati. E nei solchi spuntavano già piantine sofferenti, una parodia del buon senso.

Al centro del disastro, in vestaglia e cappello da sole, stava Giovanna, appoggiata alla vanga, il volto sudato e fiero come avesse vinto una medaglia.

Oh, siete arrivati ragazzi! esclamò gioiosa, quando vide la coppia sbigottita. Vi sto preparando una sorpresa! Sono appena in tempo, quasi ci riuscivo prima del vostro arrivo.

Serena sentì il sangue scenderle dal viso. Un ronzio alle orecchie. Passò il cancello avanzando come in trance, fermandosi sul bordo del prato massacrato. La terra sotto i piedi era coperta di resti strappati, reticolati sventrati dalla vanga.

Cosè successo qui? chiese Serena, la voce gelida. Marco rabbrividì distinto.

Come cosè successo? Ho fatto lorto! Giovanna piantò fiera la vanga in terra e allargò le braccia. Quanta terra sprecata! Qui cè il sole tutto il giorno. Invece di quella erba inutile ho messo cipolle, carote, e laggiù vicino al gazebo ci sono già le zucchine. Immaginate, zucchine nostrane! Fritte, farci la parmigiana…

Mamma… mugugnò Marco avvicinandosi. Ma hai capito cosa hai fatto? Era prato. Non erba qualunque, un prato steso tre anni fa. Abbiamo speso più di tremila euro! E poi tutta la manutenzione, i fertilizzanti, il taglio

Ma va là, non farmi ridere! sbuffò Giovanna. Tremila euro per lerba? Vi hanno spillato i soldi, voi cittadini ingenui. Lerba in campagna cresce ovunque, gratis. Qui la terra deve dare frutti! Hai visto quanto costa oggi la verdura al supermercato? Le carote sono oro! E pensavo a voi, mica per me: ho lavorato tre giorni di fila, mentre voi ve ne andavate in giro…

Serena taceva. Guardava la rovina dei suoi sforzi, i solchi fangosi a sfigurare il giardino, sentiva crescere dentro una calma furiosa, fredda e determinata. Non era solo invasione: era la cancellazione del suo lavoro e dei suoi sogni.

Signora Giovanna, disse Serena fissando la suocera le avevamo solo chiesto di bagnare i fiori. Nientaltro. Questa è casa nostra, è il nostro giardino.

E allora? Giovanna incrociò le braccia, irrigidendosi. Sono la mamma! So io cosa serve ai miei figli. Voi giovani non capite. Verrà linverno e sarete contenti dei vasetti di sottoli che vi preparo. Quel prato una follia, mi vergognavo davanti ai vicini. Tutti con lorto, e noi con un campo da golf! La signora Maria mi prendeva in giro: Che fa la tua nuora, niente orto nemmeno di prezzemolo?

Dei vicini non mi importa niente scandì Serena. E non mi servono le zucchine. Marco, scarica le valigie.

Aspetta, Serena Marco provò a fermarla, ma lei si scostò. Mamma, hai davvero esagerato. Avevamo un accordo. La serra era la tua zona, il resto relax. Perché hai dovuto rovinare tutto?

Rovinare?! strillò Giovanna, le guance arrossate. Ho massacrato la schiena! Ho la pressione alta e scavo per voi! E invece che grazie, hai rovinato! Siete due ingrati!

Scenata: si era seduta sulla panca vicino alla porta, la mano sul petto, come colta da malore.

Serena passò oltre senza guardarla e entrò in casa. Dentro era fresco, profumava di legno. Prese un bicchiere dacqua e lo bevve dun fiato, le mani che tremavano. Avrebbe voluto urlare, piangere o spaccare qualcosa, ma sapeva che fare la vittima avrebbe dato solo soddisfazione a Giovanna, che amava i drammi in cui lei era la martire.

Dopo poco Marco la raggiunse, il volto stravolto.

Serena, ha agito con buone intenzioni. Sai, è cresciuta così: per loro la terra vuota è uno scandalo.

Non è questione di educazione, Marco Serena si voltò seria. È questione di rispetto. Per tua madre tutto è suo, pure la nostra vita. Ha fatto di testa sua, perché vuole sempre avere lultima parola.

Parlo io con lei, ci riprovo

Non serve più parlare lo zittì Serena. Sono tre anni che parliamo. Lei annuisce e poi fa come vuole. Con un prato rovinato non si torna indietro facilmente: bisogna togliere tutto, livellare, rimettere terra nuova, comprare altri rotoli. Soldi e lavoro buttati per almeno un mese.

Marco sospirò, sedendosi pesante.

E cosa suggerisci, cacciarla?

No. Deve sistemare il disastro che ha fatto.

Ma stai scherzando? Ha 65 anni! Non potrà mai rimettere il prato rotolato da sola!

Quello no, ma può togliere tutte le piante, le cipolle, le carote, rimettere in piano la terra. E il prato nuovo lo mette a sue spese.

Non ha i soldi

Ha i risparmi, Marco, te lo ha detto mille volte. Li ha messi da parte per i nipoti e per le urgenze. Lurgenza ora ce labbiamo noi: cè da sistemare dopo la sua carenza.

È crudele, Serena.

Crudele è tornare a casa e trovarla devastata. Crudele è non contare nulla. Ora le dirò come stanno le cose. Se non accetta, cambio subito le serrature.

Serena uscì sul portico. Giovanna ormai si stava già lamentando a voce alta, dialogando da sopra il recinto con la signora Maria. Appena vide la nuora, ricambiò la maschera delloffesa.

Signora Giovanna, è ora di parlare.

Che vuoi? Portami un po dacqua, mi si è seccata la bocca dal dispiacere.

Lacqua dopo. Le do tempo fino a domenica sera.

E per cosa?!

Per togliere tutto ciò che ha piantato. Cipolle, carote, zucchine. Ripulire la terra, livellarla.

Giovanna sgranò gli occhi come se davanti a lei parlasse un alieno.

Ma sei impazzita?! Ho faticato e ora dovrei strappare tutto? Ma si farebbe peccato, è tutto vivo! Non ne parlo nemmeno. Questa è la casa di mio figlio!

È casa nostra ricordò Serena. E io non ho acconsentito a nessun orto. Se domenica non è tutto a posto, chiamo la ditta e sistemano a modo loro, con tanto di conto da pagarle. E le chiavi ora ce le restituisce.

Marco! gridò Giovanna vedendo il figlio sulla soglia. Hai sentito? Tua moglie mi manda via! Falle capire qual è il suo posto!

Marco uscì sul portico, pallido. Guardò Serena e capì che non poteva tirarsi indietro: se non sosteneva la moglie, il matrimonio era finito.

Mamma, Serena ha ragione. Non dovevi farlo. Era la nostra casa. Quel prato lo volevamo, lhai rovinato.

Sei come lei allora?! Uno zerbino! Si vede che ti comanda Io facevo per voi…

Basta, mamma disse Marco. Hai fatto di testa tua. Ora metti a posto, o è guerra.

La suocera ammutolì, annaspando. Non si aspettava una ribellione simile, nemmeno da Marco, sempre accomodante.

Tenetevi il vostro prato! sbottò infine. Io me ne vado! Fate voi!

Prese la sua sporta, pronta sui gradini, e si avviò indignata verso il cancello.

Le chiavi, per favore la richiamò Serena.

Giovanna rovistò nei tasconi, le gettò le chiavi nella polvere.

Ecco! Che ti venga almeno lerba cattiva sul prato!

Uscì chiudendo il cancello con uno schianto. Subito il rumore di unauto: aveva prenotato un taxi? O forse laveva aspettata lautobuscera la fermata poco distante.

Serena raccolse le chiavi, scrollandole, e guardò Marco.

Tornerà disse convinta. Ha lasciato il cappotto e le piantine in vaso. E non molla facilmente.

Marco si avvicinò, calciò una zolla di terra.

E adesso? Tutto da solo?

No Serena scosse la testa. Non andrà lontano: lautobus lo prende tra due ore. Starà dalle amiche a lagnarsi.

Infatti, dal cortile, si sentivano le lamentele indirizzate alla signora Maria, che di certo stava già ascoltando la storia di una suocera cacciata da una nuora ingrata.

Serena prese il telefono.

Chi stai chiamando? chiese Marco.

Il giardiniere. Devo sapere quanto costa rifare tutto da zero, con pulizia e terra nuova.

La serata scese cupa, loro due seduti in veranda davanti a un tè che non sentivano nemmeno sul palato. Limmagine del prato devastato aleggiava davanti agli occhi.

Sabato mattina il cancello stridette. Serena, che preparava la colazione, scorse dal vetro Giovanna di ritorno: aspetto meno battagliero, quasi dimesso. Passò vicino senza voltarsi verso la casa, diretta alla serra.

Serena uscì.

Buongiorno, venuta a riprendere le cose, signora Giovanna?

La suocera si fermò e si voltò lentamente.

Ho pensato che dispiace buttar via le cipolle. Sono selezionate, costano care.

Capisco, anche il prato costava. Ho già sentito il giardiniere: con la manodopera e la terra sono almeno milleseicento euro.

Gli occhi di Giovanna si sgranavano.

Quanto?! Ma sei fuori, chi paga quelle cifre?!

Cè il preventivo, se vuole. Poiché il danno lha fatto lei, dovrà pagare lei. O toglie tutto e lascia la terra in piano, e allora seminiamo da soli, o paga i rotoli nuovi e la manodopera.

Non ho quei soldi! sbraitò la suocera.

Allora prenda vanga e rastrello, si metta allopera. Lha scavato, ora rimetta a posto. Marco la aiuta solo per il grosso, ma il lavoro vero lo fa lei. Stavolta conta il principio: qui le regole sono le nostre.

Marco uscì sul portico.

Mamma, Serena dice giusto. Non pagheremo per i tuoi esperimenti. Dai, ti do i sacchi, porta via le tue cipolle, fanne quello che vuoi, ma qui devesserci il prato.

Giovanna guardava luno e laltra, cercando uno spiraglio, unemozione, un cedimento. Ma trovò davanti solo decisione e fermezza.

Storse il naso, infine.

Va bene, allora. Datemi i sacchi.

Le due giornate seguenti passarono in unatmosfera surreale. Giovanna, borbottando e lamentandosi della schiena, dissotterrava ortaggi, ammassava cipolle e piantine nei cartoni, lanciando anatemi sottovoce. Serena non si intromise, restava sulla sdraio a leggere sul piccolo pezzo di prato superstite, fissando tutto silenziosamente.

Marco aiutava con la terra, portava via le zolle e offriva una bottiglia dacqua. Ma il lavoro restava suo, per ordine di Serena.

Deve farlo lei. Se la aiuti, penserà dessere giustificata disse Serena.

Domenica sera di fronte ai loro occhi giaceva un terreno un po tragico: nero, regolare quanto possibile, senza più ortaggi e solchi.

Giovanna era esausta, seduta sulla panca, le mani nere. Lorgoglio svanito.

Ecco, fatto. Siete contenti?

Serena osservò il campo. Non era perfetto, ma già accettabile: ora bastava un po di terra nuova e semina. Un lavoro molto più facile che ricominciare da zero.

Grazie, signora Giovanna disse Serena, senza cattiveria. Apprezzo la fatica che ha fatto.

La suocera la fissò stanca.

Sei proprio dura, Serena. Pensavo saresti stata la felicità di Marco invece lhai schiacciato.

Non sono dura, solo voglio che si rispetti quello che conta per me. Se avesse chiesto un piccolo orto dietro casa, avrei detto di sì. Ma lei ha distrutto ciò che era speciale per me. Questa è la differenza.

Silenzio.

Marco mi porta le cipolle a casa?

Certo assentì Serena.

E… le chiavi?

Serena e Marco si scambiarono uno sguardo.

No, mamma disse lui secco. Le chiavi da ora le teniamo noi. Ci penseremo noi ad annaffiare e curare la casa. Verrà ogni tanto, se vorrà. Da ospite.

Giovanna strinse le labbra, ma non replicò. Ormai sapeva che la fiducia era spezzata.

Un mese dopo, il prato aveva ricominciato a crescere. Serena e Marco avevano seminato un mix di erbe resistenti, che stava germogliando fitta e brillante.

Giovanna tornò da loro solo ad agosto, per il compleanno di Marco. Si comportò con prudenza, sotto tono: portò una torta (con le sue cipolle) e fece perfino un complimento allerba nuova.

Eh, è verde, pulito… Forse hai ragione tu, meno fango in casa.

Serena sorrise e le offrì una tazza di caffè.

Ognuno al suo posto, signora Giovanna. Gli ortaggi al mercato, il riposo qui a casa.

La guerra era finita. E se i segni di quella battaglia restavano sulla terra, in qualche modo i rapporti ora erano più veri: i confini, tracciati con la vanga e mantenuti con fermezza, erano più forti di mille sorrisi falsi.

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