Dopo il funerale di mio marito, mio figlio mi ha portato fuori dal paese. Alla periferia del paese, si è girato verso di me e ha detto freddamente:

Dopo il funerale di mio marito, mio figlio mi portò fuori dal borgo. Sulla soglia di Firenze, si voltò verso di me e disse freddamente: «Qui ti lasci, mamma. Non possiamo più tenerti con noi».

Non risposi. Da anni custodivo un segreto che, un giorno, mio figlio ingrato avrebbe dovuto rimpiangere.

Quel mattino in cui seppellimmo Rinaldo piovve a dirotto. Il mio piccolo ombrello nero non riusciva a coprire il vuoto dentro di me. Tremavo, lincenso tra le dita, fissando la terra umida e fresca. Il mio compagno di quasi quarantanni, il caro Rinaldo, era diventato solo una manciata di terreno freddo.

Non cera tempo per il lamento.

Giulio, il primogenitoquello di cui Rinaldo si fidava ciecamenteprese le chiavi di casa prima che gli astanti finissero il caffè. Anni prima, quando Rinaldo era ancora in buona salute, aveva detto: «Stiamo invecchiando. Metti il titolo a nome di Giulio, così sarà lui a occuparsene». Così, per amore di madre, trasferimmo labitazione e il terreno al figlio.

Il settimo giorno dopo la sepoltura, Giulio mi invitò a fare un giro «per schiarirmi le idee». Ignavo che mi aspettava un colpo di pistola nella schiena. Si fermò vicino a una vecchia fermata di autobus ai margini della città e, con tono secco e definitivo, mi ordinò: «Scendi qui. Mia moglie e io non possiamo più tenerti. Da ora in poi dovrai arrangiarti da sola».

Le orecchie rimbombarono, il mondo si capovolse. Ma nei suoi occhi cera la ferma decisione di spingermi via se avessi esitato.

Finìi su uno sgabello basso davanti a una bottega, stringendo una borsa di tela con pochi vestiti. La casa dove avevo curato mio marito e cresciuto i figli non era più mia; latto di proprietà portava il nome di Giulio. Non avevo più diritto di ritorno.

Si dice che una vedova abbia ancora i figli. A volte avere figli è come non averne affatto.

Giulio mi aveva accerchiata, ma non ero a mani vuote.

Nel taschino della camicia conservavo il libretto di risparmioi nostri risparmi di una vita, accumulati da Rinaldo e da me euro dopo euro, per decine di milioni. Nessuno ne sapeva. Né i figli, né gli amici, né nessuno.

«La gente si comporta quando pensa che tu non abbia nulla da offrire», mi aveva detto Rinaldo. Scelsi il silenzio quel giorno. Non avrei implorato. Non avrei rivelato nulla. Volevo vedere cosa avrebbero fatto la vita e Giulio.

La prima sera, la proprietaria del negozio, la signora Fiorenza, mi fece una tazza di tè caldo per pietà. Quando le raccontai della morte del marito e dellallontanamento dei figli, sospirò: «È la solita storia, figlia. I bambini contano i soldi meglio dellamore».

Affittai una stanza minuscola, pagando con gli interessi dei risparmi. Mi tenni bassa. Vestiti usurati, cibo a buon mercato, nessuna attenzione.

Di notte, rannicchiata su un letto di legno traballante, mi mancava il cigolio del ventilatore a soffitto e laroma dellinsalata di zenzero di Rinaldo. Il dolore era presente, ma mi ripetevo: finché respiro, vado avanti.

Imparai il ritmo di questa nuova esistenza. Di giorno lavoravo al mercato, lavando verdure, trasportando sacchi, impacchettando prodotti. Lo stipendio era scarso; non importava. Volevo stare in piedi da sola, non sulla compassione altrui. I venditori cominciarono a chiamarmi «Mamma Teresa». Nessuno sapeva che, ogni sera, aprivo per un attimo il libretto e poi lo richiudevo. Quella era la mia piccola assicurazione.

Un pomeriggio incontrai unamica dinfanzia, la signora Rosa. Le raccontai soltanto che Rinaldo era morto e che i tempi erano duri. Mi offrì un posto nella loro carinderiacibo e una cuccia sul retro, in cambio di lavoro. Era duro, onesto, e mi teneva nutrita. Mi diede un altro motivo per custodire il segreto.

Giulio continuava a farsi sentire. Viveva in una grande villa, guidava una macchina nuova e scommetteva. «Credo abbia già dato in pegno il titolo», sussurrò un conoscente. Il petto si strinse, ma non lo chiamai. Aveva già lasciato sua madre ai margini della strada; che altro si poteva dire?

Un uomo in una camicia impeccabile entrò nella carinderia un giornocompagno di bevute di Giulio. Mi fissò a lungo e chiese: «Sei la madre di Giulio?». Annuii.

«Ci deve dei milioni», disse luomo. «Si nasconde. Se vuoi salvarlo, falla tua la fortuna». Poi, con un sorriso amaro, aggiunse: «Sono al verde». Se ne andò.

Rimasi lì, con il panno per i piatti in mano, pensando al figlioal bambino che cullavo, alluomo che mi aveva spinta via dal volante. Era giustizia? Era punizione? Non lo sapevo.

Passarono i mesi. Giulio comparve infine, magro, gli occhi vuoti, la barba incolta. Cadde in ginocchio non appena mi vide.

«Mamma, ho sbagliato», singhiozzò. «Sono stato cattivo. Ti prego, salvami questa volta. Se non lo fai, la mia famiglia è finita».

I ricordi si alzarono come onde: le notti solitarie, la strada deserta, il dolore. Poi le ultime parole di Rinaldo mi tornarono in mente: «Qualunque cosa diventi, rimane nostro figlio».

Rimasi in silenzio a lungo. Poi andai nella mia stanza, estrassi il librettoi nostri risparmi di una vitae lo posai sul tavolo tra noi.

«Questi sono i soldi che tuo padre e io abbiamo messo da parte», dissi con voce ferma. « Li ho tenuti nascosti perché temevo che tu non li apprezzassi. Ora te li cedo. Ma ascoltami: se schiaccerai di nuovo lamore di tua madre sotto i piedi, nessuna fortuna potrà mai sollevare la tua testa».

Le mani di Giulio tremarono mentre afferrava il libretto; piangeva come un bambino sotto la pioggia.

Forse cambierà. Forse no. Ma ho fatto quello che una madre può fare.

Il segreto è stato rivelato, al momento giusto, e la lezione è chiara: lamore e la fedeltà sono ricchezze che nessuna moneta può comprare, ma che, se rispettate, possono salvare anche le anime più smarrite.

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Dopo il funerale di mio marito, mio figlio mi ha portato fuori dal paese. Alla periferia del paese, si è girato verso di me e ha detto freddamente: