Era una giornata tranquilla. Mi tornano in mente quei giorni in cui la dispensa di casa, là in periferia di Firenze, non serviva per andare a caccia di memorie, ma semplicemente per prendere un barattolo di cetriolini sottaceto per l’insalata. Quel pomeriggio, sistemando le mensole, dietro la scatola delle luci natalizie, vidi spuntare un angolo di tessuto consumato dalla polvere e dal tempo: il vecchio astuccio che pensavo fosse sparito da anni. La cerniera faticava a scorrere, la stoffa scura mostrava i segni dell’età. Presi la custodia lunga e stretta, come una schiena dimenticata.
Appoggiai il barattolo sullo sgabello accanto alla portanon volevo dimenticarlopoi mi accoccolai per terra, esitante, come se quella posizione mi permettesse di non decidere subito. Dopo tre tentativi, la cerniera cedette: dentro, adagiato nell’ombra, cera il mio violino. La vernice si era opacizzata qua e là, le corde penzolavano flosce, larchetto sembrava una scopa di rametti secchi. Eppure la forma era inconfondibile, e nel petto qualcosa scattò, come un interruttore.
Mi sono ricordata di quando, nei miei quattordici anni, attraversavo quartieri interi trasportando quellastuccio, vergognandomi che potesse sembrare ridicolo. Poi venne listituto tecnico, il lavoro, le nozze, e un giorno semplicemente smisi di frequentare lAccademia musicale: bisognava correre dietro ad altri impegni, costruire una vita diversa. Il violino era stato affidato ai miei genitori, poi cambiò casa con me, finendo infine in quella dispensa, tra buste di plastica e scatoloni. Non era un oggetto offeso; era solo rimasto indietro.
Lo sollevai con delicatezza, come se potesse dissolversi. Il legno si scaldò sotto la mia mano, benché nellambiente facesse fresco. Le dita ritrovarono la tastiera per abitudine, ma la mano si irrigidì: pareva un oggetto estraneo, come se lo stessi rubando da qualcun altro.
Intanto, in cucina, lacqua bolliva. Chiusi la dispensa, ma lasciai lastuccio nel corridoio, appoggiato al muro, poi andai a spegnere il fornello. Linsalata si poteva preparare anche senza cetriolini. Mi accorsi di cercare già una scusa.
Quella sera, lavata la stoviglie, sul tavolo restava solo il piatto con le briciole di pane. Portai lastuccio in sala. Mio marito sera sistemato davanti alla televisione, cambiando canale senza fare caso a niente. Alzò lo sguardo.
Che hai trovato lì?
Il violino, risposi, sorpresa dalla mia voce calma.
Ah. Ancora vivo? sorrise, ironico come sempre, ma senza cattiveria.
Non so. Ora vedo.
Aprì lastuccio sul divano, sistemandoci sotto un vecchio asciugamano per non rovinare il tessuto. Tirai fuori il violino, larchetto, la piccola scatola di peceormai crepata come il ghiaccio sul marciapiede. Passai larchetto sulla pece, le crini si aggrapparono appena.
Accordare fu unumiliazione. I piroli giravano a fatica, le corde stridevano; una saltò subito, ferendomi il dito. Sbuffai piano, per non farmi sentire dai vicini. Mio marito fece un sorriso di commiserazione.
Forse conviene portarlo da un liutaio? chiese.
Forse, risposi, sentendo un pizzico di rabbianon verso di lui, ma verso me stessa, che non sapevo più nemmeno accordare.
Trovai sul telefono unapp di accordatore, la sistemai sul tavolino: lo schermo mostrava lettere, la lancetta sballava. Giravo i piroli, ascoltando come il suono salisse o scendesse a vuoto. La spalla mi si intorpidiva, le dita faticavano sullimpugnatura.
Quando le corde smettono di sembrare fili elettrici battuti dal vento, rialzai il violino al mento. Il poggiaspalla era freddo, la pelle si fece sottile. Provai a raddrizzarmi come da ragazza, ma la schiena si ribellava. Ridacchiai di me stessa.
Che fai, un concerto? disse mio marito, senza distogliersi dalla TV.
Per te, risposi. Preparati.
La prima nota uscì roca, un lamento più che un suono. Larchetto tremava, la mano non ricordava la linea retta. Mi fermai, inspirai, riprovai. Andò meglio, ma la vergogna rimase.
Era una vergogna adulta, diversa. Non quella degli adolescenti, convinti che il mondo li guardi. Qui il mondo non guarda; ci sono solo le pareti, mio marito e le mie mani, diventate estranee.
Suonai le corde a vuoto, scandendo il tempo dentro di me. Provai una scala di Re maggiore, ma le dita sinistre si smarrivano. Non ricordavo la posizione, né il senso. Le dita erano più grosse e la pelle, troppo morbida, non sentiva il solito dolore.
Tranquilla, disse mio marito a sorpresa. Ci vuole tempo.
Annuii, senza sapere per chi fosse tranquilla. Per lui? Per me? Per il violino?
Il mattino dopo presi la custodia e andai da un giovane liutaio vicino alla stazione della metro. Niente di poetico: porta di vetro, bancone, chitarre e violini appesi, odore di vernice e segatura. Il ragazzo, con un piccolo orecchino, prese lo strumento con sicurezza: come fosse una chiave inglese, non pezzo darte.
Le corde sono da cambiare, disse. I piroli li sistemo, il ponticello lo rimetto a posto. Larchetto si dovrebbe rimettere a nuovo, ma costa.
Sentii il costa e mi irrigidii. Mi tornò in mente la bolletta del gas, i farmaci, il regalo della nipotina. Stavo per dire: Lasci stare, ma invece domandai:
E se per ora cambiassi solo le corde e il ponticello?
Si può fare. Suonerà.
Lasciai il violino, mi diedero una ricevuta che infilai nel portafoglio. Uscendo mi sembrava di aver messo in riparazione una parte di me, non solo uno strumento.
A casa aprii il computer e cercai: Lezioni di violino per adulti. Mi divertiva il termine. Adulti, come se fossero una specie che va trattata con delicatezza. Trovai annunci: chi prometteva risultato in un mese, chi approccio personalizzato. Chiusi tutto, presa dallansia, poi riaprii e scrissi a una maestra del mio quartiere: Buongiorno. Ho 52 anni. Vorrei riprendere il violino. È possibile?
Mandando il messaggio, sentii subito di aver fatto una confessione. Avrei voluto cancellarlo, ma ormai era partito.
Alla sera arrivò mio figlio. Si fermò in cucina, mi salutò con un bacio, chiese della giornata. Accesi il bollitore, offrii biscotti. Notò la custodia, in un angolo.
Ma è il violino? chiese stupito.
Sì. Lho ritrovato. Sto pensando di… riprovarci.
Mamma, davvero? sorrise, ma non per scherzare, piuttosto un sorriso disorientato. Ma da quantè che non suoni?
Tanto. Proprio per questo vorrei ricominciare.
Si sedette, rigirando un biscotto tra le dita.
Ma a che ti serve? domandò. Ti affatichi già abbastanza.
Sentii salire la vecchia difesa: spiegare, giustificare che ne avevo diritto. Ma le scuse suonano sempre patetiche.
Non lo so, risposi onesta. Mi va e basta.
Mi guardò più a fondo, come se vedesse per la prima volta non la mamma instancabile, ma una donna che vuole qualcosa per sé.
Va bene, disse. Ma non esagerare. E pensa ai vicini!
Risi.
I vicini sopporteranno. Suonerò solo di giorno.
Quando partì, sentii un sollievo: non perché avesse dato il suo permesso, ma perché non avevo dovuto spiegarmi.
Due giorni dopo ritirai il violino dal liutaio. Le corde nuove brillavano, il ponticello dritto. Mi spiegò come tendere le corde, come conservare tutto.
Mai vicino al termosifone, disse. E sempre chiuso nellastuccio.
Annuii come una scolara. A casa posai lastuccio sulla sedia, lo aprii e mi fermai a guardare il violino a lungo, quasi temendo di rovinare di nuovo qualcosa.
Per esercizio scelsi il più semplice: archetto lungo sulle corde a vuoto. Da bambina mi pareva una punizione. Ora era una salvezza: niente musica, niente giudizio. Solo il suono e il tentativo di renderlo uniforme.
Dopo dieci minuti la spalla mi doleva, la testa si irrigidiva. Mi fermai, chiusi il violino, chiusi la cerniera. Dentro di me cresceva fastidio: per il corpo, per gli anni, per ogni ostacolo aumentato dalla vita.
Andai a bere un bicchiere dacqua seduta vicino alla finestra. Dai giardini sotto casa, vedevo ragazzi in monopattino, le loro risate libere. Li invidiavo non per la gioventù, ma perché non aveva paura di cascare e ricominciare, nemmeno se ormai si era grandi.
Rientrai e riaprii lastuccio. Non perché dovessi, ma perché non volevo chiudere la giornata con amarezza.
Quella sera arrivò la risposta della maestra: “Buongiorno, certo che si può. Venga, partiamo dalle basi e dagli esercizi semplici. Letà non è un limite, solo serve pazienza.” Lessi due volte. La parola pazienza era sincera, e mi mise serenità.
Per la prima lezione, attraversai la città con lastuccio tra le mani, come se portassi un tesoro delicato. In metro la gente si girava, qualcuno sorrideva. Mi dicevo: lasciatemi guardare, va bene così.
La maestra, una donna minuta, quarantenne, con capelli corti e occhi gentili, mi accoglieva in una stanza con pianoforte e una piccola libreria di spartiti.
Vediamo un po, disse, invitandomi a prendere il violino.
Lo presi, e subito fu chiaro: spalla contratta, mentoniera troppo incastrata, mano sinistra rigida.
Nessun problema, disse lei. Non ha mai suonato davvero, ripartiamo da zero. Il violino non è un nemico.
Mi venne da sorridere, un po imbarazzata: cinquantadue anni e lì a imparare come si tiene un violino. Ma in questo cera una certa libertà. Nessuno si aspetta bravura: solo che tu ci sia.
Dopo la lezione avevo le mani che tremavano come dopo ginnastica. La prof mi lasciò una lista: dieci minuti al giorno corde a vuoto, poi scale, non di più. Meglio poco e spesso, disse.
A casa mio marito domandò:
Comè andata?
Difficile, dissi. Ma bene.
Sei contenta?
Ci pensai. Felice non era la parola giusta. Mi sentivo inquieta, divertita, anche imbarazzata, ma soprattutto sollevata.
Sì, dissi. È come fare qualcosa con le mani, finalmente, non solo lavorare o cucinare.
Dopo una settimana mi azzardai su una breve melodia che ricordavo da bambina. Le note le trovai online, stampate di nascosto al lavoro, nascoste tra le pratiche. A casa sistemai i fogli su un leggìo improvvisato fatto di libri e una scatola.
Il suono era incerto, larchetto toccava corde sbagliate, le dita mancavano la posizione. Mi fermavo e riprendevo. A un certo punto mio marito venne a curiosare.
Senti… non è male, disse cauto, come temesse di disturbare.
Non dire bugie, gli risposi.
Davvero. È… riconoscibile.
Sorrisi: riconoscibile mi sembrò quasi un complimento.
Nel weekend venne a trovarmi la nipotina, sei anni, occhi vispi. Si accorse subito dellastuccio.
Nonna, che cosè?
Un violino.
Sai suonare?
Avevo voglia di dirle Una volta. Ma per lei contava solo ladesso.
Sto imparando.
Si sedette composta sul divano, le mani sulle ginocchia come in una recita.
Suonami qualcosa!
Sentii un brivido: suonare davanti a una bambina imbarazza più che davanti a un adulto. I bambini ascoltano senza filtri.
Va bene, dissi, prendendo il violino.
Provai la melodia su cui mi esercitavo da giorni. Al terzo tempo larchetto scappò, la nota stridette. Lei non si scompose, la testa piegata.
Perché fa quel suono strano?
Perché nonna non tiene dritto larchetto, dissi ridendo.
Rise anche lei.
Ancora! chiese.
Suonai di nuovo. Non andò meglio, ma non mi fermai per vergogna. Portai la melodia alla fine.
La sera, tornata sola in sala, rividi gli spartiti stampati, la matita per segnare i punti difficili. Il violino chiuso nellastuccio, ma lastuccio non nella dispensa: restava accanto al muro, come un promemoria che ormai era parte della mia giornata.
Impostai il timer sul telefono per dieci minuti. Non per costringermi, solo per non affaticarmi troppo. Aprii lastuccio, tirai fuori il violino, controllai la pece, tendendo larchetto. Portai lo strumento al mento e inspirai.
Il suono venne più dolce. Poi tornò a stridere. Nessuna imprecazione. Sistemai la mano e ripresi, ascoltando la nota ancora vibrante.
Quando il timer suonò, non abbassai subito le braccia. Portai larchetto fino in fondo, chiusi il violino con cura, lo rimisi vicino al muro.
Sapevo che il giorno dopo sarebbe stato uguale: un po di vergogna, un po di fatica, qualche secondo di suono pulito per cui valeva la pena riaprire quellastuccio. E, pensavo, era abbastanza per continuare.






