Mio marito mi ha detto che si era stancato di me, così ho cambiato vita… e alla fine sono stata io a stancarmi di lui

Quasi due anni fa, nel cuore di una notte profondamente irreale, mio marito mi sussurrò parole che si dispersero nellaria come piume leggere, difficili da afferrare ma impossibili da dimenticare: Vivi talmente prevedibilmente che mi annoio di te. Così parlò Giacomo, il mio sposo, nella nostra casa di Milano che di giorno era limpida e tranquilla ma di notte somigliava a un luogo sospeso, dove ogni oggetto pareva fluttuare.

Lui giudicava la nostra vita monotona, io invece mi sentivo appagata. Mi svegliavo presto, mangiavo una fetta di crostata col caffè, facevo qualche stretching davanti alla finestra che affacciava sui Navigli illuminati da luce lattiginosa e poi mi preparavo per lufficio. La prima cosa che facevo, come in una danza antica, era sistemare Giacomo per il lavoro camicia stirata, cravatta piegata con precisione poi toccava a me. Preparavamo pranzo e colazione insieme: panini con prosciutto e formaggio, avvolti in tovagliolini di carta, rigorosamente preparati in casa. Di ritorno, la sera, mi fermavo al piccolo alimentari allangolo, perdendomi tra odori di basilico e pane fresco; a casa poi cucinavo, mettevo in ordine, facevo il bucato. La notte il nostro rituale era sempre lo stesso: film in bianco e nero, silenzio, poi sogni.

Ero convinta che tutto fosse perfetto. Giacomo era curato, la casa profumava di pulito, la stabilità regnava sovrana. Che altro si poteva desiderare? Ogni sabato pulivo ogni angolo, sfornavo una torta paradiso che profumava tutto il condominio. La sera invitavamo amici, ridevamo, oppure vagavamo per la città fino a che il Duomo non svaniva nella nebbia. La domenica la dividevamo tra casa dei miei genitori e quella dei suoi: tavole imbandite di lasagne, chiacchiere nelle cucine affollate, mani che si stringevano sopra bicchieri di vino rosso. Tutto era armonia, nessuna voce alta, solo la musica sottile della nostra routine.

Un giorno, in quel sogno che sembrava eterno, Giacomo dichiarò improvvisamente che era stanco di me. Ore a elencare ciò che gli mancava, gli esempi degli amici che a suo dire vivevano alla grande tra aperitivi, gite sconsiderate e risate sguaiate nei locali illuminati al neon. Noi non litighiamo mai, non succede nulla! esclamò. Poi uscì, lasciandomi sola nella casa divenuta stranamente troppo silenziosa.

Mi sembrava tutto giusto comera, eppure, per amore suo o per paura del silenzio, decisi di cambiare. La mia prima rivoluzione fu nelle stoffe: gettai via i vecchi vestiti, corsi sotto la galleria Vittorio Emanuele e in un pomeriggio spesi tutti i risparmi per quel futuro casetta tra i colli toscani. Comperai abiti sgargianti da far girare la testa alle commesse, tagliai i capelli cortissimi e li feci rosso rame. Dissi addio alla scrivania opaca del mio ufficio e raccolsi una nuova sfida: organizzare feste nel cuore della città, tra terrazze fiorite e locali pieni di maschere. Iniziai a conoscere mille modi diversi di trascorrere le notti milanesi.

Dopo una settimana, Giacomo tornò: i suoi occhi si aprirono come finestre sullalba vedendomi così trasformata. Gli promisi che nulla sarebbe stato più come prima. E così fu. Quasi non dormivamo: ogni sera club, osterie affollate, feste in palazzi antichi, bici notturne sui Navigli, gite improvvise a Venezia o a Torino, picnic su spiagge inventate dalla mente sognante del Naviglio Grande.

Col passare dei mesi, nellincanto di questa esistenza turbinosa, Giacomo iniziò a cercare la voce della calma. Mi disse che sognava solo il boato del silenzio domestico, voleva le polpette col sugo che cucinavo la domenica pomeriggio, i biscotti fatti a mano, i panni profumati che stendevo in cortile. Io non avevo più tempo nemmeno per guardare lacqua bollire. E così divenni irraggiungibile: troppo cambiata per tornare indietro.

Pochi giorni dopo, Giacomo prese il suo cappotto e i pochi oggetti rimasti, bussò alla porta della madre, in un gesto antico. Forse si aspettava che aspettassi, come Penelope, tessendo il presente. Ma no. Mi sentivo parte di una realtà nuova, più liquida, dove il passato era solo un ricordo immerso in acqua di luna. Lui voleva tornare a come eravamo, e lì scoppiò la tempesta: piatti infranti come sogni spezzati, i vicini allarmati sui pianerottoli, carabinieri in salotto.

Giacomo se ne andò, lasciando la casa immersa in una calma irreale. Forse pensa che tornando troverà la donna di un tempo, fatta di routine gentili. Ma la vita, nei sogni come nella realtà, non si riavvolge come le vecchie bobine del cinema. Quando tornerà, troverà soltanto una busta con i documenti della separazione, e un biglietto scritto a mano: Mi annoio. Non posso più vivere questa storia.Non cera rabbia nelle mie parole, solo una strana leggerezza, come se mi fossi liberata, finalmente, dalla paura di non essere abbastanza. Da quella sera, la casa iniziò a respirare diversamente: la luce filtrava sui pavimenti con unaria nuova e io ci camminavo dentro a piedi scalzi, senza nessun programma, senza dover più restare uguale a me stessa. Imparai persino a godermi il silenzio: a volte mi sedevo tra i gerani del balcone, a guardare un merlo che becchettava briciole sul parapetto e in quellattimo mi sentivo completa, senza bisogno di altro.

Ogni tanto, nei pomeriggi di pioggia, Milano sussurrava vecchie abitudini e il profumo del pane caldo si mescolava ai ricordi di ciò che era stato. Ma non provavo rimpianto: avevo riempito le mie tasche di altre vite, raccogliendo storie in ogni angolo, come colori su una tavolozza mai usata prima. E ogni giorno, anche il più quieto, aveva il suono di una nota diversa che nessuno poteva più definire prevedibile.

Così, tra la libertà e la solitudine, mi accorsi che la noia non si sconfigge cambiando gli altri o rincorrendo venti nuovi. Era tutta una questione di imparare a non avere più paura del vuoto, di lasciare che il futuro mi sorprendesse ogni volta, come un lampo tra i Navigli o una risata improvvisa dentro la sera. E quando qualcuno, ancora, mi chiede se la felicità sta nella routine o nel caos, sorrido semplicemente, alzando le spalle. Perché ora so che la vera meraviglia è restare aperta qualsiasi cosa accada domani.

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