Come sarebbe, non vuoi prendere il suo cognome? gridò mia suocera nellUfficio di Stato Civile, la sua voce che si arrampicava tra gli affreschi come un uccello impazzito.
Lucia non aveva mai davvero desiderato sposarsi. Ma a diciannove anni rimase incinta di Marco, il compagno di banco con cui usciva da tre anni. Nessuna scelta vera: non voleva che suo figlio crescesse senza un padre.
Marco era più grande di Lucia, ma si comportava come un ragazzino attaccato alle gonne della madre. Eppure non si tirò indietro: disse che lavrebbe sposata e cresciuto il bambino. Cominciarono così i preparativi per un matrimonio che sembrava quasi unoperazione chirurgica fatta di sogni impastati dansia.
Lucia avrebbe preferito una cerimonia piccola, giusto due firme davanti al sindaco e via. Ma i parenti insistettero per una grande festa. Non capiva perché spendere tutti quei euro per sfamare altri, quando con quei soldi avrebbe potuto comprare ciò che serviva al bambino. Nessuno però lascoltava. Il ristorante, labito da sposa, gli invitati: avevano già scelto tutto sua suocera e la sorella!
La mandarono a provare un vestito che non sentiva suo. Lo vedeva in sogno: chilometri di tulle, perline che le parevano lacrime sospese. La sorella e la madre di Marco erano famose per il gusto discutibile, una specie di zoo stilistico. Quando rifiutò, le dissero ingrata, gridando come cicale destate. Ma Lucia aveva altri pensieri: la maturità, gli esami, la cameretta da preparare.
Al Comune si presentò in un vestito bianco semplice, liscio come latte fresco, che le cadeva bene sulle spalle strette. Ed è lì che tutto cambiò, come se le pareti iniziassero a sciogliersi.
I parenti non sapevano che Lucia aveva deciso di tenere il proprio cognome. Solo Marco lo sapeva, e non fece storie. Ma la suocera esplose, la bocca che diventava una tromba, e sulla sala cadde la domanda:
Come puoi non voler cambiare cognome?
Lucia si limitò a sorridere, si spostò di lato e lasciò fluttuare quella rabbia come una nuvola sopra i tetti. Il giorno dopo lattendeva il bis: il pranzo nuziale al paese di lui, una folla di parenti mai visti che la fissavano come una statua antica in piazza. Doveva risparmiare le sue forze.
Il matrimonio durò pochi anni, scivolando tra le giornate come acqua su un lastricato di pietra. Marco passava i weekend davanti al computer, la famiglia dissolta in un mosaico di pixel. Quando la pazienza di Lucia si ruppe, mise le sue cose in valigia e partì.
La suocera si arrabbiò come una tempesta marina fuori stagione. Ma Lucia, finalmente libera, respirò a pieni polmoni laria della sera, pensando che ora forse la felicità era un treno che non si doveva più rincorrere.






