L’Ultimo Incontro nel Parco d’Autunno

16 ottobre 2025 Parco di Villa Borghese, Roma

Mi trovavo ancora sul sentiero costeggiato da lampioni dorati, il viale che da venti anni è testimone di tutti i miei primi sogni. Il vento dautunno soffiava tra le foglie come se sfogliasse le pagine di una vita già scritta.

Io, Edoardo, camminavo con passo lento, il cappotto stretto al collo, e nella tasca del giubbotto stringevo un biglietto di treno piegato, quello che mi avrebbe portato via dalla città per sempre questa sera. Era laddio silenzioso al luogo dove avevo trascorso ogni estate della mia giovinezza.

Sul solito panchina, quella con langolo di cemento schecciato e le iniziali incise M.+V., era seduta lei. Ginevra, avvolta in un cappotto beige, fissava il laghetto dove le anatre chiedevano pane ai pochi passanti.

Mi fermai; il cuore fece quel vecchio movimento di pendolo, unoscillazione che sembra misurare il tempo al contrario. Il suo volto, tra i mille volti che ho incontrato, si distinguiva per il modo in cui inclinava la testa e stringeva le mani sulle ginocchia.

Ginevra? balbettai, la voce ancora rauca e stranamente distante.

Si girò, senza sorpresa, come se avesse atteso il mio richiamo. I suoi occhi verdi-grigi si spalancarono.

Edoardo? Oh, Dio Edoardo.

Mi avvicinai e mi sedetti accanto, mantenendo una distanza che potrebbe contenere due decenni di silenzi. Laria profumava di foglie bagnate, di fumo di sigari e di profumi costosi, non più quei profumi dolci e ribelli delladolescenza.

Che ci fai qui? chiesi, quasi in coro, e scoppiammo in una risata impacciata.

Scoprì di essere uscita a fare una passeggiata dopo una lezione alluniversità vicina; io ero lì per salutare la città.

Il silenzio tra noi era al tempo stesso confortevole e pesante.

Ti ricordi iniziò Ginevra guardando lacqua il primo incontro? Tu sul monopattino e quasi mi sbattesti addosso.

Non quasi, ti ho davvero urtata dissi con un sorriso. Sei caduta nella pozzanghera e io, invece di chiedere scusa, ho iniziato a urlare che avevi rotto il mio monopattino.

E io ho pianto non per le calze rovinate, ma per la tua maleducazione scosse la testa, i suoi occhi brillavano di rughe leggere, più preziose di qualsiasi gioiello. Il giorno dopo sei tornato con una scatola di cioccolatini Nocciolata.

E noi siamo rimasti su quella panchina fino a notte inoltrata concluse io.

Allora la memoria, come un vecchio proiettore, iniziò a proiettare scene sbiadite ma vivide: noi, giovani, a grigliare salsicce con gli amici, Ginevra sporca di carbone che mi dava da mangiare con la forchetta mentre io fingei di morderla. Correre sotto la pioggia torrenziale dopo la premiere di un film, zuppi fino alle ossa, urlare di gioia. Il suo compleanno, quando le regalai un anello dargento con un minuscule zaffiro, usando tutti i miei risparmi estivi, e lei, tra le lacrime, posò la mano sulle labbra.

Parlavamo di tutto questo ora, le parole fluivano come se non fossero state nascoste per decenni sotto il peso della routine e delle delusioni.

Ti ricordi la lite per luniversità? chiese Ginevra. Tu volevi andare a Milano, io non potevo partire per colpa di mia madre.

Ero un idiota, sussurrai. Dicevo che se ami, andresti fino allestremo del mondo.

Io dicevo che se ami, capirai, sospirò. Eravamo così giovani, convinti che lamore fosse una forza magica che risolve tutto. Ma si rivelò fragile, come il primo ghiaccio su quel laghetto.

Il vento strappò un altro ciuffo di foglie dal acero e le fece girare in un lento valzer daddio.

Va tutto bene per te? chiesi, già sapendo la risposta. Per loro bene era una vita ordinaria, non la bontà da due venti anni sulla stessa panchina.

Sì, rispose, i suoi occhi riflettevano lo stesso. Tutto bene.

Strinsi il biglietto nella mano, quel piccolo foglio che mi separava dalla città, dal parco, da lei.

Sai, dissi, alzando la mano, ancora ricordo lodore dei tuoi capelli. Non era profumo, ma il semplice profumo di shampoo di mela e sole.

Ginevra mi guardò, gli occhi scintillanti.

E io ricordo il tuo fischio, quello con due dita, ogni volta che ti avvicinavi al mio ingresso; io saltavo sul balcone come una pazza.

Cercai di fischiare ora, ma solo un flebile sussurro uscì, la capacità perduta. Sorridemmo entrambi, con una tristezza dolce.

Era ora di andare. Ci alzammo contemporaneamente, come per abitudine.

Addio, Edoardo disse lei.

Addio, Ginevra.

Non ci abbracciammo, né ci baciammo sulla guancia. Ci separammo lungo il viale, come venti anni fa, quando credevamo di rivederci il giorno dopo. Ora, più nessuno.

Uscendo dal parco, la guardai allontanarsi, figura snella che svaniva nel crepuscolo. Estrassi il biglietto, lo guardai, ne divorai le cifre sfocate e lo strappai a pezzi, gettandolo nella spazzatura. Non era più un peso da portare.

Il freddo della sera mi avvolse, portando con sé solo il profumo di shampoo di mela. Varcai il cancello del parco; il frastuono della città mi investì: clacson dei motorini, il profumo di carburante e di fast food da una bancarella dangolo. Chiusi il cappotto, mi incamminai senza meta verso la stazione, anche se il treno non mi aspettava più.

Le strade familiari erano ora pagine di quel libro che una volta scrivevamo insieme: il cinema Luna Rossa, dove ci scambiammo baci sotto la pioggia; il bar che fu caffetteria, dove Ginevra morse per la prima volta il caffè turco e commentò sa di terra amara. Ora cera linsegna di una grande banca.

Pensai a tornare, a trovarla, a dirle dire cosa? Che tutti quegli anni ho cercato il suo riflesso in volti sconosciuti? Che nessun successo profuma tanto quanto il suo shampoo di mela? Sarebbe stato un gesto folle. Eravamo adulti con impegni, agende, biografie non più destinate luna allaltra.

Intanto Ginevra si sedé su unaltra panchina, a pochi passi, osservando le ultime foglie che il vento trascinava sullacqua, riflettendo su quanto la vita sia strana. Due decenni, una vita costruita con un altro, un figlio, una tesi difesa, una routine, e tutto può svanire in dieci minuti di un incontro casuale.

Ricordò il mio sguardo, quello diretto, leggermente sfidante, che un tempo le toglieva il fiato. Unattenzione che vedeva non il professore rispettato ma la ragazza con il monopattino, inzuppata ma felice. Un desiderio improvviso la spinse a correre, a inseguirmi, a chiedersi e se?. Ma i suoi passi rimanevano al ritmo della vita prevedibile, del marito che la aspettava.

Ritornò verso luniversità, verso lauto parcheggiata, senza voltarsi verso il laghetto, la panchina, i fantasmi del passato.

Io arrivai alla stazione. Il tabellone mostrava destinazioni in tutta Italia, nessuna delle quali mi aspettava.

Dove vuole andare? chiedé la cassiera, stanca.

Guardai le mie mani, che poco prima stringevano il biglietto verso il nulla.

Nessun posto, risposi a voce bassa. Sono già arrivato.

Mi voltai e uscii dalla stazione. Non sapevo cosa mi attendesse domani. Forse un lavoro, forse un monolocale con vista sul parco, forse solo qualche giorno in più a respirare quellaria autunnale.

Non cercai più lincontro. Quellattimo aveva già scosso, ricordato, risvegliato chi ero sotto strati di anni e contratti. Per la prima volta, non avevo fretta di andare altrove. Ero solo Edoardo, luomo che un tempo amò Ginevra, e bastò così. Il passato non può tornare, ma si può smettere di fuggirci. In quel fermo, cè una libertà amara e curativa.

Camminai per le strade deserte della sera; i lampioni non erano catene di ricordi ma semplici luci che indicavano la via. Sentii un leggero vuoto, come se lanima avesse fatto spazio a qualcosa di nuovo. Il passato, finalmente, mi lasciò andare non con lo schianto di una porta sbattuta, ma con un sospiro di sollievo. E in quel silenzio nacque qualcosa di mio, autentico, presente.

**Lezione:** a volte lasciarsi andare al passato è lunico modo per aprire il cuore al futuro.

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