Quando mio padre ci ha tradito, la mia seconda mamma mi ha strappato dall’inferno dell’orfanotrofio: sarò eternamente grato al destino per la donna che mi ha salvato la vita spezzata

Quando mio padre ci ha tradito, la mia seconda madre mi ha strappato dallinferno dellorfanotrofio. Sarò grato per sempre al destino che mi ha offerto una mamma di cuore, la donna che mi ha salvato la vita spezzata.

Da bambino, la mia esistenza somigliava a una favola luminosa: una famiglia unita, piena daffetto, nascosta in una casa antica sulle rive dellArno, vicino al paesino di Fiesole. Eravamo in tre: io, la mamma e il papà. Laria odorava di crostate appena sfornate, mentre la voce profonda di mio padre riempiva le serate con storie di montagne e boschi dellAppennino. Ma il destino sa essere crudele, un cacciatore silenzioso che colpisce nel momento in cui ti senti più al sicuro. Un giorno, la mamma ha cominciato piano piano a spegnersi: il sorriso si è offuscato, le mani hanno iniziato a tremare e presto un letto dospedale a Firenze è diventato la sua ultima scena. Se nè andata così, lasciando un vuoto che ci ha lacerati. Mio padre è caduto nellabisso, cercando consolazione nel vino, e la nostra casa si è trasformata in una tomba di disperazione, piena di bottiglie rotte e silenzi pesanti.

Il frigorifero era sempre vuoto, testimonianza silenziosa della nostra rovina. Andavo alla scuola di Fiesole sporco, affamato, con gli occhi gonfi di vergogna. I professori mi chiedevano perché non facessi i compiti, ma come avrei potuto concentrarmi, quando lunico mio pensiero era sopravvivere anche quel giorno? Gli amici si sono dispersisono, i loro sussurri mi ferivano più di un coltello, e i vicini osservavano la nostra casa che si stava sgretolando con occhi pieni di pena. Alla fine qualcuno ha ceduto e ha chiamato lassistenza sociale. Sono arrivati alcuni uomini dal volto severo, pronti a strapparmi dalle mani tremanti di mio padre, che si è inginocchiato davanti a loro, piagnucolando e implorando una seconda possibilità. Gli hanno dato solo un mese: un filo sottile di speranza sopra un abisso senza fondo.

Questa visita ha svegliato papà. Si è precipitato al supermercato, ha portato borse di cibo e insieme abbiamo pulito la casa fino a farla risplendere, anche se era solo unombra di ciò che era stata. Ha smesso di bere, e nei suoi occhi è tornata la scintilla delluomo di una volta. Ho ricominciato a credere nella salvezza. Una sera di pioggia, mentre il vento sbatteva contro i vetri, mi disse con esitazione che voleva farmi conoscere una donna. Il cuore mi si è fermato: aveva già dimenticato la mamma? Mi ha giurato che non lavrebbe mai cancellata dal suo cuore, che era solo una difesa contro lo sguardo inflessibile delle autorità.

Così è entrata nella mia vita zia Anna.

Siamo andati da lei a Prato, una città circondata dalle colline, dove abitava in una casetta con la vista sullOmbrone, tra alberi centenari. Anna era un turbine: accogliente ma decisa, con una voce rassicurante e mani sempre pronte ad abbracciarti. Aveva un figlio, Stefano, più piccolo di me di due anni, un ragazzino magro dal sorriso capace di sciogliere il ghiaccio che avevo dentro. Siamo diventati subito amici: correvamo nel cortile, ci arrampicavamo sulle colline, ridevamo fino a farci male allo stomaco. Al ritorno, raccontai a papà che Anna era come un sole nel nostro buio, e lui annuì, perduto nei suoi pensieri. Qualche settimana dopo, abbandonammo la casa sullArno, la affittammo a degli estranei e ci trasferimmo a Prato un tentativo disperato di ricostruire ciò che rimaneva di noi.

La vita ha ripreso forma. Anna mi ha curato con una dolcezza che ha ricucito le mie ferite: mi sistemava i vestiti strappati, preparava piatti caldi che profumavano la casa di ricordi dimenticati, e le serate le passavamo insieme, con Stefano che raccontava storie buffe. È diventato mio fratello, non per sangue, ma per un legame nato dal dolore: litigavamo, sognavamo, ci perdonavamo con una fedeltà silenziosa. Ma la felicità è una farfalla fragile, che si spezza davanti ai colpi del destino. In una gelida mattina dinverno, papà non tornò più. Una telefonata ruppe la quiete era morto, investito da unauto su una strada ghiacciata. Il dolore mi ha travolto come unonda, soffocandomi nel buio. Lassistenza sociale è tornata, fredda e inflessibile. Senza tutore legale, mi hanno strappato dalle braccia di Anna e mi hanno rinchiuso in un orfanotrofio a Pistoia.

Lorfanotrofio era un inferno: muri grigi, letti gelidi, sospiri e occhi vuoti. Il tempo si trascinava lentamente, ogni giorno era un peso che si aggiungeva alle mie spalle. Mi sentivo uno spettro, abbandonato e inutile, tormentato da incubi di solitudine eterna. Ma Anna non mi ha mai lasciato andare. Veniva ogni domenica, portando pane, maglioni lavorati a maglia da lei e una speranza indomabile. Lottava con una forza leonina: girava fra gli uffici, compilava montagne di carte, piangeva davanti ai funzionari, tutto per riportarmi a casa. I mesi si allungavano, e io iniziavo a perdere la speranza, pensando che sarei marcito lì per sempre. Ma in una mattina grigia, il direttore mi chiamò: Prepara le tue cose. Sta arrivando tua madre.

Sono uscito nel cortile e ho visto Anna e Stefano, davanti al cancello, con i volti accesi di coraggio e amore. Le ginocchia mi hanno ceduto mentre mi tuffavo tra le loro braccia, con le lacrime che scendevano a fiumi. Mamma, ho gridato, grazie per avermi tirato fuori da questo buco! Ti prometto che sarò degno del tuo sacrificio! In quel momento ho capito: la famiglia non è solo sangue; è il cuore che ti tira fuori dallabisso quando tutto crolla.

Sono tornato a Prato, nella mia stanza, alla mia scuola. La vita si è fatta più dolce: ho finito gli studi, ho frequentato luniversità di Bologna, ho trovato un lavoro. Con Stefano sono rimasto inseparabile, il nostro legame è un baluardo contro il tempo. Siamo cresciuti, abbiamo formato nuove famiglie, ma Anna nostra madre è rimasta la nostra stella polare. Ogni domenica ci ritroviamo da lei, dove ci prepara le lasagne, e il suo sorriso si fonde con quello delle nostre mogli, che sono diventate sorelle. A volte, guardandomi intorno, faccio fatica a credere al miracolo che la vita mi ha regalato.

Sarò per sempre riconoscente al destino per la mia seconda mamma. Senza Anna sarei stato inghiottito dal nulla, disperso per le strade o spezzato dalla disperazione. Lei è stata il mio faro nella notte più scura, e non dimenticherò mai come mi ha salvato dal bordo del precipizio.

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