Due melodie di un’amicizia infinita

Due melodie della stessa amicizia

Giulia e Benedetta si conoscono da sempre. Crescono nello stesso quartiere di Milano, frequentano l stesso asilo e, come due alberi radicati nello stesso giardino, la loro amicizia sembra parte integrante del mondo: la panchina di fronte alla fontana, il vecchio melo che ombreggia la via, il profumo di biscotti appena sfornati che si mescola al rumore dei passi dei bambini.

Condividevano il riparo sotto il melo quando pioveva, si scambiavano le caramelle che Benedetta portava sempre nella tasca, e si addormentavano nelle rispettive culle durante la ninna nanna, intrecciando i loro capelli chiari e scuri in un groviglio incostante.

Le loro famiglie, però, suonavano strumenti diversi. La famiglia di Giulia era ordinata. Il padre, Marco Rossi, ingegnere in una fabbrica di automobili nella zona di Sesto San Giovanni, e la madre, Elena Bianchi, insegnante di pianoforte al conservatorio, vivevano in un appartamento dove ogni cosa brillava di pulito: il parquet lucidato, le mensole ordinate, la colazione servita sempre alla stessa ora. Elena sognava di vedere Giulia al pianoforte; dal sesto anno la sistemava al lucido piano nero, dove la bambina suonava scale osservando dalla finestra il brusio spensierato dei compagni di gioco.

La famiglia di Benedetta era caos creativo. La madre, Irene Ricci, sarta costumi per il teatro di Brera, e il loro nido sembrava un deposito di scenografie: un cavaliere di cartone in armatura, un abito da ballo del secolo scorso appeso alla sedia, sul tavolo della cucina una testina di papier-mâché con sopracciglia incredibilmente alzate, avvolta dal profumo di patate fritte. Il padre non cè mai stato; Irene colma il vuoto con amore, lavoro e una leggera anarchia artistica. Non cè rigida disciplina, ma cè sempre qualcosa di affascinante.

Fu proprio nella casa di Benedetta che Giulia assaporò per la prima volta il gusto di una vita leggermente folle. La bambina impeccabile, con il vestito stirato, provò tulle e corone, sporse le mani di colla e vernice, e ascoltò, sorseggiando marmellata profumata, le storie di Irene sui intrighi dietro le quinte. La dimora di Benedetta divenne per Giulia una porta verso un mondo più colorato e libero.

Per Benedetta, la casa di Giulia era unisola di stabilità e calore. Amava visitare i genitori di Giulia quando Elena lo permetteva, sedersi al tavolo perfetto, mangiare i biscotti al formaggio e sentirsi parte di quelluniverso prevedibile e sicuro. Marco a volte le mostrava piccoli trucchi con le monete, la sua presenza maschile era per lei un conforto silenzioso. Quando Giulia si sedeva al pianoforte, Benedetta si accoccolava in un angolo, ipnotizzata: la musica dellamica non era routine, ma magia.

Le madri si osservavano con cortese diffidenza. Elena, guardando il disordine creativo di Irene, scuoteva mentalmente la testa, ma era felice che Giulia crescesse in un ambiente disciplinato. Irene, invece, trovava la vita di Giulia un po monotona, ma era grata per la cura che le offriva, per i pasti abbondanti, per la pulizia sterile.

Eppure, i due mondi non si scontravano, ma si completavano come yin e yang. Quando Benedetta, al quinto anno, si trovò coinvolta in una prima drammatura per un ragazzo, piangeva sul letto ordinato di Giulia, e Elena, infrangendo tutte le regole, le portò un vassoio di cacao con marshmallow. Quando Giulia ricevette il primo 4 in matematica e temeva di tornare a casa, fu Irene a incontrarla nella scalinata, a offrirle una pila di tessuti, a farle mangiare crêpe e a dirle che un voto non è una condanna.

La loro amicizia, intrecciata di capelli chiari e scuri, si dimostrò più forte di quanto sembrasse. Era fatta di segreti, risate, del profumo di vaniglia di un appartamento e della colla teatrale dellaltro. Di due amori materni, diversi ma ugualmente intensi, che costruivano ponti sopra le divergenze quotidiane, creando per le due ragazze un mondo unico, ricco e multicolore.

Gli anni scorrevano come foglie staccate da un calendario. Dopo la scuola, le loro strade si separarono ma non si spezzarono, si allungarono come una elastica pronta a riunirle in ogni momento.

Il punto di svolta arrivò al liceo. Elena già cercava vestiti da sera per i concerti del conservatorio, ma Giulia, sempre obbediente, improvvisamente si ribellò.

Non voglio andare al conservatorio disse una sera, fissando altrove il pianoforte.

Il silenzio cadeva pesante nella stanza.

Ma perché? Hai talento! Hai sempre suonato! la voce di Elena tremava.

Giulia strinse i pugni.

Non voglio vivere solo di scale e sonate altrui. Voglio capire come funziona davvero il mondo. Come girano i soldi, come operano le imprese. È… è anche musica, mamma. Solo unaltra melodia.

Elena, disperata, percepì quel desiderio come un tradimento, non solo dei suoi sogni ma dellarte stessa.

Fu allora che Benedetta, seduta in cucina con Marco, trovò le parole giuste.

Signora Bianchi, la sua Giulia non fugge dalla musica. Sta solo cercando il suo strumento.

Giulia scelse leconomia alluniversità di Bologna. La sua mente matematica, forgiata dal ritmo della musica infantile, trovò dimora in formule complesse e modelli finanziari. Si immerse nello studio, poi nello stage in una multinazionale, poi nei meeting con scadenze precise. Il suo guardaroba si riempì di completi sartoriali, i suoi giorni scorrevano a minuti di distanza: corsi, tirocini, KPI. Raggiunse tutto ciò che sognava: carriera, indipendenza finanziaria, status.

Ma le sere, tornando al suo appartamento di design, sentiva un vuoto. Sì, era la sua vita, scelta da lei, le piaceva, vedeva i risultati, ma qualcosa mancava.

Benedetta rimase a Milano, entrò allaccademia darte, aprì un piccolo laboratorio di sartoria. Creava abiti esclusivi, vivaci, ridava vita a pezzi depoca. La madre, Irene, la aiutava: la sua esperienza di costumista trasformava ogni progetto in un piccolo capolavoro. Il laboratorio divenne un rifugio per spiriti creativi: studenti, attori del teatro di sua madre, musicisti. Le discussioni notturne su stoffe anni 20 o su pizzi vintage erano per Benedetta una conferma della fortuna di avere una madre così.

Il contatto tra le due si limitò a messaggi rari e like su foto. Giulia vedeva le immagini di Benedetta: al lavoro, un vestito vintage su un manichino, il gatto Micio che dormiva in un cesto di tessuti. Con i suoi viaggi di lavoro e i teambuilding, quelle piccole gioie le sembravano un paradiso perduto.

Benedetta, dal suo studio che profumava di pelle e vernice, osservava la rapida ascesa dellamica con orgoglio e una leggera nostalgia. La mia Giulia sta conquistando il mondo, pensava, guardando una foto di lei davanti ai grattacieli del quartiere finanziario. In quel momento il suo laboratorio si fece più silenzioso.

Le loro vite correvano, ma lamicizia, apparentemente relegata al passato, riemerse improvvisamente.

Un giorno, Giulia, mentre smontava le sue cose dopo un trasloco, trovò in fondo alla valigia una vecchia foto: le due, sette anni, sotto il melo, abbracciate. Guardando i volti felici, una stretta di perdita la colpì, il cuore si contrisse. Sentì di aver perso unamica che sapeva gioire senza ragioni.

Quella stessa notte scrisse a Benedetta non un breve messaggio ma una lunga lettera. Non parlò di successi, ma di quanto a volte si sentisse sola in una città rumorosa, di come lanima stanchezza per i numeri e i grafici, di quanto invidiasse la semplicità e il senso che traspariva in ogni scatto del laboratorio.

La risposta arrivò in quindici minuti: «Giulietta, sciocca, scrisse Benedetta e io pensavo fossi diventata così importante da non avere più spazio per il nostro caos creativo. Ti ho mancata ogni giorno».

Da lì iniziò un nuovo dialogo. Non si scrivevano ogni giorno i loro ritmi erano troppo diversi ma le videochiamate divennero un rito di purificazione. Giulia, sdraiata sul divano di pelle italiana, poteva ascoltare per ore Benedetta e Irene che discutevano del colore delle perline per un cappello teatrale. Benedetta, a sua volta, si perdeva nei problemi professionali di Giulia, offrendo consigli di sano senso e intuizione, sorprendentemente geniali.

Eppure, Giulia sentiva che quelle chiacchiere non bastavano più. Voleva respirare laria di casa sua e abbracciare la vecchia amica davvero.

La decisione maturò come un temporale primaverile. Il suo capo le concesse una settimana di ferie la prima in tre anni. «Stai bruciando», le disse dolcemente, e Giulia non poté dire di no. Invece di volare al mare, come suggerivano i colleghi, comprò un biglietto del treno per Milano.

Non avvisò né i genitori né Benedetta. Un desiderio dolce e impaziente la spingeva a fare quella sorpresa.

Il ritorno a casa fu carico di lacrime e gioia. Elena, dimenticando la sua rigidità, abbracciò la figlia singhiozzando, Marco le strinse la mano con forza muta. Lappartamento, sempre profumato di vaniglia, tornò a sentirsi di casa, e Giulia percepì il peso sul petto alleggerirsi.

La sera, con una tazza di tè, compose il numero di Benedetta.

Ciao, sono Giulia. Sono in città.

Al telefono regnò un attimo di silenzio, poi un grido gioioso.

Dove sei?! Non muoverti, vengo subito!

Vent minuti dopo, alla porta, Benedetta, ansimante, spalancò la porta. Si guardarono un attimo, poi si lanciarono in un abbraccio come due bambine di sette anni, ridendo e piangendo insieme.

Giulietta, sei tu? ansimò Benedetta, asciugandosi le lacrime dal manico. Che volo importante sei atterrata!

E tu sei ancora la stessa, rispose Giulia tra una risata e laltra.

Sedute nella cucina dei genitori, il tempo sembrava tornare indietro. Al posto del cacao con marshmallow, scorreva vino spumante nei bicchieri; al posto delle lezioni, parlavano delle loro vite adulte. Ma la sensazione di completo inteso e leggerezza rimaneva la stessa.

La sera successiva, andarono insieme in un caffè. Tra una chiacchiera e laltra, il tempo volò.

Al tavolo accanto, un giovane leggeva un libro, ma gli occhi tornavano spesso al loro tavolo, dove echeggiavano risate soffocate. Quando Benedetta si alzò a lavarsi, avendo rovesciato del vino sul vestito, il giovane non poté più trattenersi.

Scusi la sfrontatezza esitò, sorridendo , ma non ho potuto non notare voi brillate quando parlate. Rare sono le conversazioni sincere oggi.

Giulia, di solito riservata con gli sconosciuti, si lasciò andare a un sorriso, pensando: «Che cosa farebbe Benedetta ora?». Rispose:

Non ci vedevamo da anni. Recuperiamo il tempo perduto.

Benedetta tornò, valutò la scena e si sedette, curiosa.

Lui è Marco presentò Giulia. È affascinato dalla nostra amicizia.

E ha ragione dichiarò Benedetta senza esitazione. Sedetevi, ormai abbiamo iniziato a conoscerci. Avverto solo che le nostre chiacchiere potrebbero sembrarvi strane: da un taglio avanguardista a questioni di diritto societario.

Marco si rivelò essere un blogger locale, che scriveva ritratti di persone ordinarie ma affascinanti. La storia di due amiche, i cui percorsi si erano divisi per poi ritrovarsi, lo colpì così tanto da chiedere il permesso di scriverne. Con i suoi occhi brillanti concluse:

In un mondo dove tutti comunicano tramite schermi, la vostra storia è un soffio daria fresca. È una rarità preziosa.

Quando se ne andò, Benedetta sollevò un sopracciglio:

Allora, Giulia? Ti è piaciuto? Ho visto il tuo sguardo su di lui.

Non è quello, scacciò Giulia, ma il suo sorriso tradiva. È solo la serata di oggi è unaltra prova. Quando fai un passo verso il passato, il futuro ti riserva sorprese piacevoli.

Uscirono dal caffè. Laria era pulita, i lampioni si riflettevano nelle pozzanghere. Camminando fianco a fianco sul marciapiede bagnato, tacevano. Non perché non avessero nulla da dire, ma perché le parole più importanti erano già state dette. In quel silenzio si udiva la promessa che le loro strade non si separeranno più.

Il giorno dopo Marco chiamò Giulia, chiedendo un incontro. La sua voce era eccitata, quasi misteriosa.

Non è solo per larticolo disse . Ieri ho parlato con il proprietario di una catena di boutique. Cerca collaborazioni: approccio moderno più artigianato con storia. Ho mostrato le foto delle opere di Benedetta vuole incontrarvi entrambi.

Giulia rimase in silenzio, guardando fuori dalla finestra il cortile familiare. Tre giorni prima il suo mondo era racchiuso nelle mura dellufficio; ora il destino le proponeva ciò che temeva persino di sognare non solo far rinverdire lamicizia, ma intrecciare le loro vite davvero. Creare qualcosa di nuovo. Lamore per larmonia e il calcolo poteva fondersi con la capacità di Benedetta di infondere vita nelle cose più comuni.

Va bene rispose infine. Incontriamoci nella tua bottega. Credo sia il luogo giusto.

Ripensando al telefono, capì che non era solo unopportunità daffari. Era una chance per riscrivere la sua storia, questa volta in una direzione completamente diversa.

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