Riscoprire la Bellezza di Noi Stessi

13 ottobre, 2025

Oggi il lavoro è finito prima. Di solito torno a casa verso le sette, sento il bisbiglio della padella in cucina e lodore del pranzo mescolato al profumo delicato del profumo di Ludovica. Stasera però il capo è stato costretto a letto, così mi ha lasciato uscire dalla riunione alle quattro. Mi sono ritrovato davanti alla porta del mio appartamento a Milano, con quella strana sensazione di essere un attore che sale sul palco in ritardo.

Ho inserito la chiave nella serratura; il meccanismo ha chiuso con un clic più forte del solito. Appeso al gancio cera una giacca di velluto grigio, costosa, che non avevo mai visto prima, proprio al posto della mia giacca.

Un riso femminile, basso e vellutato, è arrivato dal soggiorno quel riso che consideravo sempre mio, il nostro piccolo tesoro di intimità. Poi una voce maschile, un po indistinta ma sicura, familiare.

Non sono riuscito a muovermi. I miei piedi sembravano radicati nel parquet che avevo scelto insieme a Ludovica, discutendo lintensità del rovere. Guardandomi nello specchio dellandrone, ho visto un volto pallido, un completo stropicciato dal lavoro dufficio. Mi sentivo un estraneo in casa mia.

Sono andato verso il suono, senza togliere le scarpe, violando la regola più sacra del nostro nido. Ogni passo rimbombava nelle orecchie. La porta del soggiorno era socchiusa.

Al divano erano seduti: Ludovica, avvolta nel suo accappatoio turchese che le avevo regalato per il compleanno scorso, le gambe raccolte come sempre, e accanto a lei un uomo sui quarantanni, con mocassini di camoscio senza calzini (un dettaglio che mi ha colpito più di ogni altro), una camicia perfettamente stirata con il colletto aperto, e un bicchiere di vino rosso in mano.

Sul tavolino cera la solita bottiglia di cristallo di famiglia, contenente le noccioline di pistacchio. I gusci erano sparsi sul piano.

Era la scena di unintimità domestica, non di passione né di impulso, ma di tradimento quotidiano, il più crudele di tutti.

Entrambi ci hanno notati contemporaneamente. Ludovica è sobbalzata, il vino è schizzato sul suo accappatoio, lasciando una macchia scarlatta. I suoi occhi, spalancati, tradivano più confusione panica che terrore, come un bambino beffato.

Luomo sconosciuto ha posato il bicchiere con un gesto lento, quasi pigro. Sul suo volto non cera paura né imbarazzo, solo una leggera irritazione, come chi è stato interrotto al punto più interessante.

Lud, ha iniziato Ludovica, ma la voce le è tradita.

Lui non ha ascoltato. Il suo sguardo è scivolato dai suoi mocassini, che avrebbero potuto passare dal corridoio al divano, alle mie scarpe impolverate. Due paia di scarpe nello stesso spazio, due mondi che non avrebbero dovuto incrociarsi.

Credo che me ne vada, ha detto Alessandro, alzandosi con una lentezza quasi indecorosa. Si è avvicinato a me, mi ha osservato non dallalto ma con curiosità, come se fossi unesibizione al museo, ha annuito e si è diretto verso landrone.

Non mi sono mosso. Ho sentito il fruscio della giacca mentre la chiudeva, il clic della serratura. La porta si è chiusa.

Siamo rimasti soli in un silenzio pesante, rotto solo dal ticchettio dellorologio. Laria profumava di vino, di profumo maschile costoso e di tradimento.

Ludovica si è avvolta le braccia attorno alle spalle, mormorando parole come non capisci, non è quello che pensi, stavamo solo parlando. Erano come suoni che rimbalzano contro una vetrata spessa, senza alcun significato.

Mi sono avvicinato al tavolino, ho preso il bicchiere di Alessandro. Il profumo era estraneo. Ho osservato la macchia sul accappatoio di Ludovica, i gusci di pistacchio, la bottiglia di vino a metà.

Non ho urlato. Non ho gridato. Ho sentito solo una disgustosa, totale repulsione: verso la casa, il divano, laccappatoio, il profumo, e soprattutto verso me stesso.

Ho rimesso il bicchiere al suo posto, mi sono girato e sono tornato allandrone.

Dove vai? ha tremato la voce di Ludovica, carica di paura.

Mi sono fermato davanti allo specchio, ho guardato il riflesso di un uomo che non era più lì.

Non voglio più stare qui, ho detto piano, con chiarezza. Finché laria non si sarà del tutto dissipata.

Sono uscito dallappartamento e sono sceso le scale. Mi sono seduto sul panchina di fronte al portone, ho tirato fuori il cellulare e ho scoperto che la batteria era scarica.

Ho fissato le finestre del mio bilocale, la luce accogliente che amavo tanto, e ho atteso che lodore dei profumi estranei, dei mocassini e di quella vita che un tempo chiamavo mia, si disperdesse. Non sapevo cosa sarebbe successo, ma sapevo che non sarebbe più stato possibile tornare al mondo che avevo lasciato alle quattro.

Seduto su quella panchina fredda, il tempo scorreva in modo strano, ogni secondo bruciava di una chiarezza acuta. Ho visto unombra nella mia finestra: era Ludovica, venuta a guardarmi. Mi sono voltato altrove.

Dopo un po, la porta del portone si è aperta. Era lei, senza accappatoio, in jeans e felpa, con una coperta in mano.

Ha attraversato lentamente la strada e si è seduta accanto a me, lasciando tra noi un piccolo spazio. Ha teso la coperta.

Prendi, ti scalderebbe.

No, grazie, ho risposto senza guardarla.

Si chiama Arturo, ha sussurrato Ludovica, fissando lasfalto. Lo conosco da tre mesi. È il proprietario del bar accanto al mio centro fitness.

Ho ascoltato senza voltarmi. Nome, lavoro, nulla di particolare. Era solo il contorno a ciò che davvero contava: il nostro mondo non era crollato per unesplosione, ma per un clic domestico, silenzioso.

Non mi giustifico, ha detto la sua voce tremante. Ma tu sei stato assente per un anno intero. Arrivavi, cenavi, guardavi il telegiornale e ti addormentavi. Hai smesso di vedere me. E lui lha visto.

Lha visto? ho chiesto, la voce rauca per il silenzio. Ha visto che bevi il mio vino? Ha visto i gusci di pistacchio sul mio tavolo? Questo è ciò che ha visto?

Le labbra si sono serrate, gli occhi si sono riempiti di lacrime, ma non le ha lasciate scorrere.

Non chiedo scuse, né di cancellare tutto subito. È solo che non sapevo come raggiungerti. Forse solo trasformandomi in mostro, sono tornata a essere la donna che ti notava.

Mi siedo qui, ho iniziato lentamente, e mi disgustano le sue fragranze, i suoi mocassini. Ma più di tutto mi disgustano i pensieri su come potresti farmi questo.

Ho alzato le spalle; il freddo mi intorpidiva la schiena.

Non andrò lì oggi, ho detto. Non posso entrare in quellappartamento dove tutto mi ricorda questo giorno, respirare quellaria.

Dove andrai? la sua voce tradiva una paura animale, la paura di una perdita definitiva.

In hotel. Devo dormire da qualche parte.

Lui ha annuito.

Vuoi che vada da unamica? Ti lascio solo in casa?

Ho scosso la testa.

Non cambierà quello che è successo dentro. Dovremmo forse vendere la casa, Ludovica.

Il suo sguardo è rimasto incastrato, come se fosse stato colpito da un pugno. Quella casa era il nostro sogno condiviso, la nostra fortezza.

Mi sono alzato dalla panchina con movimenti lenti, stanchi.

Domani, ho detto, non parleremo. Dopodomani neanche. Dobbiamo stare in silenzio, separati. Poi, forse, vedremo se resta qualcosa di cui parlare.

Sono tornato a camminare lungo la via, senza voltarmi. Non sapevo dove andassi, né se sarei tornato. Sapevo solo che la vita che avevo prima di quella sera era finita. Per la prima volta da anni, dovevo fare un passo verso lignoto, non come marito, non come parte di una coppia, ma semplicemente come uomo stanco e ferito. Ed è proprio in quel dolore, paradossalmente, che ho ricominciato a sentirmi vivo.

Le luci della città mi sembravano estranee. I lampioni gettavano ombre nette sullasfalto, facili da perdersi. Ho preso lostello più vicino, non per risparmiare, ma per scomparire, dissolvermi in una stanza anonima dove lodore di cloro e di vite altrui era lunico profumo.

La stanza somigliava a una stanza dospedale: pareti bianche, letto stretto, sedia di plastica. Mi sono seduto sul bordo, il silenzio mi ha colpito alle orecchie. Niente scricchiolio del parquet, niente del frigorifero, niente del respiro di Ludovica alle spalle. Solo il ronzio nella testa e il peso sul petto.

Ho messo il cellulare a caricare al banco della reception. Lo schermo si è acceso, notifiche, chat di lavoro, pubblicità. Una serata normale per un uomo normale. Questa normalità era opprimente.

Ho mandato un SMS al capo: Malato. Non verrò per due giorni. Non ho mentito. Mi sentivo avvelenato.

Mi sono spogliato, sono andato sotto la doccia. Lacqua era quasi bollente, ma non sentivo il calore. Stavo lì, capo piegato, osservando lacqua che scivolava via, portando con sé la polvere di quel giorno. Ho alzato lo sguardo e ho visto il mio riflesso nello specchio incrinato sopra il lavabo: stanco, sgualcito, estraneo. È così che Ludovica mi vedeva oggi? È così che sono stato tutto questo tempo?

Mi sono messo a letto, ho spento la luce. Loscurità non ha portato pace. I miei pensieri correvano come diapositive maledette: la giacca al gancio, la macchia di vino sullaccappatoio, i mocassini senza calzini. E le parole più amare: Hai smesso di vedermi.

Mi giravo, cercando una posizione comoda, ma non cè mai stata. Tutto era fuori posto. Un pensiero si è insinuato, allinizio lo ho respinto, poi è tornato, insistente come un insetto: e se fosse stato col mio distacco, con la mia pigrizia emotiva, a spingerla tra le braccia di quelluomo con i mocassini?

Ludovica non dormiva. Vagava come un fantasma, le mani dietro la schiena. Si è fermata davanti al divano. La macchia di vino sul suo accappatoio, ormai secca, era diventata un segno bruno e sgradevole. Lha strappata e lha gettata nel cestino.

Poi è andata al tavolo, ha preso il bicchiere di Arturo, lha fissato a lungo, lo ha portato in cucina e lo ha fatto cadere con forza sul lavandino. Il cristallo si è frantumato in mille pezzi; è stato un sollievo, piccolo.

Ha raccolto tutti i resti di quellaltro: ha buttato i pistacchi, ha versato il vino rimasto, ha pulito il tavolo, ha gettato i frammenti. Ma il suo profumo maschile rimaneva nellaria, impregnato delle tende, dei rivestimenti. Era ovunque, come il senso di vergogna e una strana liberazione. La bugia era diventata verità. Il dolore era tangibile.

Alla fine, si è seduta sul pavimento, ha avvolto le ginocchia e ha iniziato a piangere, silenziosa, senza singhiozzi. Le lacrime scivolavano salate e amare. Piangeva non solo per il dolore che aveva inflitto a me, ma per il crollo dellillusione di un matrimonio felice che avevamo costruito con cura per anni. Sapeva di essere la responsabile: anche se non mi osservava, anche se non era così delicata, era stato il suo errore.

Al mattino mi sono svegliato a pezzi. Ho ordinato un caffè al bar Bar Napoli più vicino e mi sono seduto alla finestra, osservando la città che si svegliava. Il cellulare ha vibrato: un messaggio di Ludovica.

Non chiamarmi, scrivi solo se stai bene.

Ho letto la frase, semplice, umana, senza urla o pretese. Cera una cura, quella che forse avevo smarrito.

Non ho risposto. Avevo promesso di stare zitto. Ma per la prima volta in queste ore, la rabbia e il disgusto hanno ceduto un piccolo spazio a qualcosa di più vago, non speranza, non desiderio, ma curiosità.

E se, dietro quel incubo, dietro quel dolore, potessimo riscoprire luno laltro? Non come nemici, ma come due persone stanche e sole, che un tempo si amavano e forse si erano perse?

Ho finito il caffè, ho posato la tazza. Davanti a noi ci attendono giorni di silenzio, poi una conversazione. Forse la paura non è del dialogo, ma del fatto che nulla cambierà davvero.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

twelve + 4 =

Riscoprire la Bellezza di Noi Stessi