Prima che sia troppo tardi
Chiara stringeva con una mano la busta dei medicinali, con laltra il fascicolo dei referti, e lottava per non far cadere le chiavi mentre chiudeva la porta dellappartamento di sua madre. Lucia, sua madre, era nel corridoio, ostinata, rifiutandosi di sedersi sullo sgabello, anche se le gambe le tremavano.
Faccio da sola, disse Lucia, cercando di prendere la busta.
Chiara la scostò delicatamente con la spalla, come si allontana un bambino dai fornelli.
Adesso ti siedi. E non discutere.
Si riconosceva in quel tono. Le usciva quando tutto sembrava andare a pezzi e serviva almeno raccogliere il minimo dordine: dove stanno i documenti, quale compressa prendere e quando, a chi telefonare. Lucia si offendeva a quel tono, ma taceva. Oggi il silenzio era più pesante.
In soggiorno, Davide, il padre, era seduto vicino alla finestra, in camicia, col telecomando in mano, ma la televisione era spenta. Non guardava fuori, ma dentro il vetro, come se da lì passasse un altro canale.
Papà, Chiara si avvicinò. Ho portato tutto quello che ha prescritto il dottore. E qui cè la richiesta per la TAC. Domani mattina andiamo.
Davide annuì, un cenno preciso, come una firma su un documento.
Non cè bisogno che mi accompagniate, rispose. Ce la faccio.
Sì, come no, ribatté Lucia, subito più dolce, come spaventata dalla propria veemenza. Io vengo con te.
Chiara avrebbe voluto dirle che non avrebbe resistito alle file, che la pressione le sarebbe crollata e poi non avrebbe ammesso nulla. Ma si morse la lingua. Dentro sentiva montare lirritazione: perché tutto ricade sempre su di lei? Perché nessuno riesce solo ad accettare e seguire quello che serve?
Sul tavolo sistemò i fogli, controllò le date, pinzò i referti degli esami fatti la settimana prima, sentendo ancora la stanchezza, quella del ruolo di quella responsabile. Aveva quarantasette anni, una sua famiglia, un lavoro, un mutuo sulle spalle del figlio, eppure, ogni volta che succedeva qualcosa ai genitori, diventava la capo, senza che nessuno lavesse mai scelta.
Il telefono suonò: Chiara vide sul display il numero della ASL. Andò in cucina, chiudendo la porta con attenzione.
Signora Chiara Parisi? la voce era giovane, formale. Sono loncologo del centro. Sui risultati della biopsia
La parola biopsia Chiara laveva già udita, ma ogni volta suonava estranea, come se non parlasse della loro vita.
cè sospetto di una lesione maligna. Servono ulteriori indagini, urgentemente. Capisco sia difficile, ma il tempo è fondamentale.
Chiara si aggrappò al bordo del tavolo per non sedersi. Immagini improvvise nella testa: corridoi dospedale, flebo, volti sconosciuti, la schiena della madre sotto il foulard. Udì il padre tossire dalla stanza, e allimprovviso quel colpo fu la prova definitiva.
Sospetto, ripeté. Quindi non è certo, ma
Cè unalta probabilità. Raccomando di non rimandare, rispose il medico. Domani mattina venga con i documenti, la riceverò senza prenotazione.
Chiara ringraziò, chiuse la chiamata. Rimase qualche secondo a fissare i fornelli spenti, come se lì si potesse leggere un manuale su cosa fare adesso.
Quando rientrò, Lucia la fissava già.
Che succede? chiese la madre. Parla.
Chiara aprì la bocca e le parole uscirono secche.
Sospetto tumore. Hanno detto di fare subito accertamenti.
Lucia si sedette. Davide non cambiò espressione, solo le dita strinsero il telecomando, bianche per la tensione.
Ecco qua, sussurrò lui. Ci sono arrivato anchio.
Chiara avrebbe voluto ribattere, dire non parlare così, non si sa ancora nulla, ma in gola si bloccò ogni parola. Improvvisamente capì quanto, nella loro famiglia, tutto si basasse sul non pronunciare certe paure. Ora la parola era stata detta, e i muri si fecero sottili.
La sera tornò a casa sua, ma non riuscì a prendere sonno. Il marito dormiva, il figlio chattava in camera, lei sedeva in cucina e faceva liste: quali carte servono, quali esami rifare, a chi chiamare. Chiamò il fratello.
Marco, disse, cercando di essere tranquilla. Cè sospetto per papà. Domani andiamo al centro.
Sospetto di cosa? chiese lui, come se non avesse capito.
Tumore.
La pausa sulla linea fu lunga.
Non posso domani, infine Marco rispose. Ho il turno in ospedale.
Chiara chiuse gli occhi. Sapeva che davvero il fratello lavorava, che non era capo reparto, non poteva andarsene così. Ma dentro risaliva la vecchia ondata: lui non può sempre, lei può sempre.
Marco, la voce le tremò. Non è una questione di turni. È papà.
Vengo la sera, rispose rapido. Sai che io
So che sai sparire quando hai paura, lo interruppe lei.
Subito se ne pentì, ma ormai era stato detto. Marco taceva. Poi sospirò.
Non cominciare, disse. Tu controlli sempre tutto, poi ce lo rinfacci.
Chiara chiuse la chiamata, sentì la vuotezza espandersi nel petto. Seduta, ascoltava il ronzio del frigorifero e pensava che non era il momento per capire chi avesse ragione, ma in questi giorni difficili tutto veniva fuori.
Il giorno dopo andarono in tre al centro: Chiara al volante, la madre accanto, il padre dietro. Davide teneva la cartella come se fosse qualcosa che si potesse perdere per sempre.
Alla reception Chiara compilava domande, mostrava carta didentità e impegnativa, mentre Lucia inciampava nei cognomi e nelle date. Davide restava discosto, e lei coglieva il suo sguardo che si posava su teste rasate, fazzoletti, visi grigi: non era compassione ma una silente consapevolezza.
Signora Parisi? chiamò linfermiera. Prego, entri.
Lo specialista sfogliava rapido i fogli, sicuro. Chiara seguiva le sue mani, cercando nei gesti un indizio. Il medico parlava calmo, ma le parole avevano spine: aggressività, stadiazione, da approfondire. Suo padre rimaneva composto, come a una riunione.
Ripeteremo alcuni esami, disse. E una seconda biopsia. Può capitare che il primo campione non basti.
Quindi non siete certi? domandò Chiara.
In medicina la certezza assoluta senza conferma non esiste, spiegò lui. Dobbiamo comunque agire con massima prudenza.
Quella frase fu più incisiva di sospetto. Agire come se il tempo manchi. In lei scattò la modalità emergenza; il resto lavoro, piani, fatica passò in secondo piano.
Da lì i giorni si fusero: mattina di telefonate, prenotazioni, spostamenti; pomeriggi tra code, firme, incartamenti; la sera cena dai genitori a discutere solo di logistica.
Prenderò un congedo dal lavoro, disse la seconda sera, servendo la minestra. In ufficio se la sbrigheranno.
Non serve, replicò Davide. Hai la tua di vita.
Papà, posò davanti a lui la scodella. Non è il momento di fare il fiero.
Lucia li guardava con il labbro tremante. Lei era sempre stata forte. Forte quando Davide perse il posto negli anni novanta, quando Chiara divorziò, quando Marco finì nei guai. Forte al punto che nessuno poi chiedeva mai come stesse lei.
Non voglio che iniziò la madre, ma si fermò.
Che cosa? domandò Chiara.
Che poi Lucia strinse il cucchiaio. Che poi non vi parliate più.
Chiara avrebbe voluto dire che già abbastanza non si erano perdonati, solo che non si diceva. Ma tacque.
Quella notte non dormì. Vagava tra i pensieri e sentiva la vecchiaia del padre. Si ricordò di quando lui, da piccola, la teneva mentre imparava a pedalare e finché non fu sicura, non la lasciava. Allora non aveva paura di cadere, lui era sempre lì. Ora toccava a lei tenere in piedi non la bici, ma tutta la casa.
Il terzo giorno, Marco arrivò davvero. Entrò con una busta di frutta e un sorriso colpevole.
Ciao, disse, e Chiara sentì riaffiorare la rabbia: il sorriso era fuori posto.
Ciao, rispose lei, secca.
Sedettero in cucina. Lucia tagliava mele, Davide taceva. Marco parlava del lavoro, riempiendo il silenzio di dettagli futili.
Marco, Chiara sbottò. Hai capito cosa sta succedendo?
Certo! si impuntò lui. Non sono stupido.
Allora perché ieri non sei venuto? la voce di Chiara salì. Perché scegli sempre il comodo?
Marco impallidì.
Qualcuno deve pur lavorare, sibilò. I soldi non crescono sugli alberi. Tu sei quella perfetta, tu hai tutto programmato. Io
E tu cosa? incalzò Chiara. Sei un adulto, non un ragazzino.
Il padre alzò una mano.
Basta, disse piano.
Ma Chiara non riusciva a fermarsi. Si accavallavano la paura per il padre e tutte le frustrazioni verso il fratello e la madre, e anche verso sé stessa.
Sei sempre scappato quando era difficile, sbottò. Quando mamma fu male, quando papà ti ricordi papà? Tu sparivi. Restavo io.
Lucia posò il coltello, brusca.
Non parlare di certe cose, sussurrò. Sono passati anni.
Anni, ripeté Chiara amara. Ma non sono sparite.
Marco colpì il tavolo con la mano.
Pensi che fosse facile restare? gridò. Tu adori comandare, vuoi tutti dipendenti da te e poi ce lhai con noi per questo.
Quelle parole la fecero vacillare. Era vero, era abituata a essere necessaria. Dava un gusto strano, pesante. Essere necessari voleva dire avere un diritto.
Non vi odio, disse, ma non ci credeva nemmeno lei.
Davide si alzò, movimenti lenti, come se ogni gesto fosse una decisione difficile.
Credete che non me ne accorga? parlò. Che non abbia capito che vi contendete persino me? Come fossi un oggetto. Come se fossi
Non finì la frase. Lucia gli fu accanto, prendendogli la mano.
Non dire niente, sussurrò.
Chiara vide suo padre non più solo come papà, ma come un uomo seduto nei corridoi, che ascolta diagnosi altrui, che prova a non far vedere la paura. Le salì un moto di vergogna.
Sul tavolo il cellulare iniziò a vibrare. Era il laboratorio.
Pronto? rispose.
Signora Parisi? la voce era stanca, non da medico. Chiamo dal laboratorio. Cè stato un errore di etichettatura dei campioni. Stiamo controllando, ma è probabile che i risultati di suo padre siano stati scambiati.
Chiara impiegò qualche secondo a comprendere. Errore e scambiati non combaciavano con la realtà.
Mi perdoni, domandò. Che vuol dire scambiati?
Abbiamo trovato discrepanze nei codici a barre, spiegò la voce. La invitiamo domattina a rifare gratuitamente gli esami, compresa la biopsia. Ci scusiamo davvero.
Chiara chiuse la chiamata e fissò lo schermo qualche secondo, aspettando conferma di non aver frainteso.
Che succede? chiese Marco.
Chiara alzò lo sguardo. Silenzio, persino il frigo sembrava fermo.
Hanno detto mormorò, che potrebbero aver scambiato i risultati.
Lucia si coprì la bocca. Davide si risiedette, quasi le gambe non reggessero.
Allora Marco sospirò. Allora può darsi che non sia
Chiara fece cenno di sì. Non sentì gioia, ma un vuoto strano. Come quando la sirena si spegne allimprovviso e senti tutto ciò che ti eri detto.
Il giorno dopo tornarono al laboratorio. Chiara accompagnò i genitori, Marco arrivò in autobus e li raggiunse fuori. Nessuno scherzava, nessuno parlava del tempo. Aspettarono in fila, con i numeretti in mano, ascoltando le infermiere chiamare i cognomi.
Davide fece il prelievo in silenzio. Chiara osservava lago entrare nella vena, il sangue scuro nella provetta, pensando che questa non era una scena da film, ma vita vera dove un errore nel codice rovescia giorni interi.
Le risposte sarebbero arrivate dopo due giorni. Quei due giorni furono diversi. La paura era svanita, ma rimaneva un imbarazzo sottile. Lucia si agitava in casa, offriva the, chiedeva a Chiara se si era stancata troppo. Davide taceva di più. Marco chiamò due volte Chiara, domandando brevemente: Come stanno? Lei rispondeva altrettanto breve.
Dentro sé, Chiara aspettava che qualcuno dicesse scusa. Nessuno lo fece. Nemmeno lei riusciva, perché non sapeva da dove cominciare.
Quando dal centro oncologico chiamarono per riferire che la revisione non confermava tumori, Chiara era imbottigliata su Viale Circonvallazione. La voce del medico spiegava che lerrore era dovuto a una marcatura errata e ai pochi tessuti raccolti, che ora la situazione era diversa, serviva solo un controllo fra sei mesi.
Quindi niente tumore? domandò lei, con voce incerta.
Al momento non ci sono elementi per una diagnosi oncologica, confermò. Ma il controllo è indispensabile.
Chiara chiuse la telefonata e restò ferma, mani sul volante, mentre intorno le auto suonavano, la gente urlava. E allimprovviso dal profondo le scesero le lacrime. Non era felicità, ma il lasciarsi andare di tutta la tensione di quei giorni, e qualcosa di più antico.
La sera si trovarono tutti dai genitori. Chiara portò una torta della pasticceria sotto casa, perché le mani le tremavano. Marco arrivò con un mazzo di fiori per la madre. Davide li guardava come se fossero tornati da un viaggio lunghissimo.
Beh, tentò Marco un sorriso. Possiamo tirare il fiato.
Sì, il fiato si tira, rispose Davide. Ma chi ci ridà tutta laria che abbiamo trattenuto?
Chiara lo guardò. Nessun rimprovero, solo stanchezza.
Papà, tentò. Io
Rimase senza voce. Seppe che se avesse iniziato con le giustificazioni, sarebbero ricaduti nel solito copione: volevo solo aiutare, ero nervosa. Doveva dire altro.
Mi sono spaventata, ammise. E ho iniziato a comandare, come sempre. E a prendermela con Marco. Scusa.
Marco abbassò lo sguardo.
Anche io, disse. Ho avuto paura davvero. E mi sono chiuso nel lavoro. Scusatemi.
Lucia tirò su col naso, ma non pianse. Si sedette accanto a Davide, stringendogli la mano.
Anche io guardò i figli. Fingevo che tutto fosse normale, così voi non litigavate e io non dovevo aver paura. Ma così vi ho allontanati.
Davide le accarezzò la mano.
Non ho bisogno che siate perfetti, disse. Ho bisogno che ci si stia vicino. E che io non sia la scusa per le vostre battaglie.
Chiara annuì. Sapeva che la ferita di quei giorni sarebbe rimasta. Le accuse di scomparire o di comandare non si cancellano con una scusa. Eppure qualcosa si era mosso. Avevano detto, finalmente, ciò che nascondevano.
Facciamo così, provò Chiara con calma. Non deciderò più per tutti. Posso aiutare, ma serve che anche voi facciate la vostra parte. Marco, puoi esserci una volta a settimana per controllare papà quando cominceranno gli accertamenti? Non se ti riesce, ma davvero.
Marco esitò, poi annuì.
Posso. Il mercoledì sono libero. Verrò.
E io, disse Lucia, smetterò di far finta che vada tutto bene. Se non ce la faccio, lo dico. E non perderò più la pazienza dopo.
Davide li fissò e poi sorrise, appena.
E andremo insieme ai controlli, concluse. Così niente più congetture.
Chiara sentì un calore cauto dentro. Non era allegria festosa, solo una possibilità nuova.
Dopo cena aiutò la madre a sparecchiare. Le posate tintinnavano, lacqua scorreva. Chiara si asciugò le mani e restò ferma sulla soglia della cucina.
Mamma, sussurrò. Non voglio essere sempre io la capo. Ho solo paura che, se lascio andare, tutto si sgretola.
Lucia la guardò con dolcezza.
Prova a lasciare andare poco a poco, la rassicurò. Non tutto insieme. Impariamo tutti.
Chiara assentì. Uscì nel corridoio, indossò il cappotto, controllò luci e chiusure. Sulla scala si fermò, ascoltando il silenzio oltre la porta: niente urla o porte sbattute, solo voci attutite.
Scese e raggiunse la macchina, comprendendo che prima che sia troppo tardi non vuol dire solo rispondere a una telefonata spaventosa. Vuol dire concedersi la possibilità di parlarsi prima che la paura renda gli altri degli sconosciuti. E questa possibilità andrà coltivata, non a parole, ma con mercoledì, visite, piccole ammissioni. Perché a volte, insieme, basta lasciarsi aiutare per sentirsi più forti di ogni controllo.






