– Ginevra, sei tu? la giovane donna si fermò, girò la testa verso destra, dove sentiva una voce familiare.
– Elisa? Da quanto tempo non ci vediamo! Sette o otto anni? rispose Elisa, felice come se il tempo non fosse mai passato.
– Nove, cara, nove. Il tempo scivola via più veloce di un treno espresso: un batter docchio e ci ritroviamo già donne anziane, con una valigia di ricordi in più, disse Ginevra strizzando locchio sinistro. Ti ricordi quando eravamo affiatate come due gocce dacqua? Alla scuola sedevamo sempre al banco accanto. Per questo ci chiamavano i gemelli siamesi. Chiedevamo ai genitori di comprarci gli stessi vestiti, zaini e diari.
– Come potrei dimenticare! E quel muro del bagno del primo piano, dove avevamo dipinto un arcobaleno in cerca di attenzione? rispose Elisa, ammirando di nascosto luniforme di una compagna di classe.
– Ascolta, Elisa. Sono a casa dei miei genitori per qualche giorno, mentre Marco è in trasferta. Stasera ti aspetto. Non osare rifiutare. Hai ancora lindirizzo di casa loro, vero? Ginevra le accarezzò i capelli, avvicinandosi.
– Certo, non potrei dimenticare la casa dove mi hanno sempre accolto con pane fresco e caffè forte. Il piccolo appartamento che quasi incendiammo sperimentando ricette impossibili, le crostate di amarene che si bruciavano sempre, il succo di amarena che colava come inchiostro nero.
Le loro amiche di scuola tacquero per un attimo, ricordando i momenti più bizzarri dellinfanzia.
– Sì, Ginevra, verrò interruppe Elisa il silenzio lungo. E la torta Napoleone, rimane la tua preferita? Quale vino scegli? Non voglio più degustare il rosso economico che ci fece vomitare per tre giorni in quinta superiore.
– Ora bevo un Chianti Riserva. Non comprare bottiglie, ho già portato quella giusta Ginevra guardò lorologio.
– Capito, tesoro.
– I miei genitori non vedono lora di incontrarti, ci hanno appena ricordato di te. Parleremo a voce alta, come se cantassimo una filastrocca. Devo andare, ricorda: alle sette in punto. Ti aspetto con ansia.
Elisa si precipitò al supermercato a comprare la torta. Doveva chiedere il permesso a Marco, che sarebbe rimasto a casa con i bambini; lo convinceva facilmente, ma la memoria doveva fare i conti con lei stessa. Alcuni ricordi erano svaniti, forse era meglio così, chissà che fine avrebbe fatto lincontro con la vecchia amica.
– Elena, cara, entra, non fare la timida la signora Lucia Bianchi aprì il portone del salotto.
Il tavolo era coperto da una tovaglia di lino bianco, tovaglioli ben stirati e posate dargento che riportavano Elisa ai giorni spensierati dellestate. Sul comodino cera un servizio da tè Madonna, un ricordo di feste familiari. Tutto ciò le ricordava quanto fosse felice linfanzia, desiderava tornare a ridere con Ginevra, sdraiandosi su un divano trasformabile e raccontandosi i corteggi dei ragazzi. Al medesimo tavolo avevano studiato le formule, disegnato iperboli, scritto temi, curiosando sempre nei quaderni altrui.
Ginevra stringeva la mano di Pietro Romano, che la chiamò bella e, con un lieve sorriso, le baciò la mano. Dopo aver chiesto dei nipotini, assaggiato il vino e la torta, Pietro e Lucia si ritirarono, lasciando le due amiche sole.
– La delicatezza è il segno distintivo dei genitori di Ginevra pensò Elisa.
– Finalmente possiamo chiacchierare come una volta disse Ginevra, versando un po di vino in un calice ancora mezzo pieno.
Elisa raccontò di essersi trasferita nella capitale tre anni fa, di aver comprato un appartamento. Marco lavorava come avvocato in uno studio privato, mentre lei insegnava matematica in una scuola media. Il figlio, Vanni, era in seconda elementare, ora ospitato da suo cugino. Che curioso bambino! esclamò Ginevra, poi chiese notizie a Elisa.
– Sono solo una casalinga, ma pulisco le case dei più ricchi tre volte a settimana. Marco è macchinista di un treno elettrico. Sofia ha sei anni, Carina ne ha cinque; frequentano lasilo e un corso di danza al centro culturale.
– Ti ricordi quando sognavamo di sposarci con piloti? Volevamo studiare in una città con unaccademia aeronautica! rise Ginevra.
– E consideravamo gli uomini trentenni come vecchietti da evitare replicò Elisa.
Il ricordo dei piani grandiosi girava nella loro testa, come se dovessero togliersi gli occhiali rosa.
– Hai mai visto Andrea? Lhai incontrato? chiese Ginevra, i suoi occhi azzurri pieni di curiosità.
– Non voglio parlarne, i ricordi sono sfocati. Non cerco più incontri con lui, ci incrociamo solo come sconosciuti per caso. rispose Elisa.
Ginevra non accettò la risposta, ma cambiò argomento.
– E il tuo vino preferito? chiese.
– Un Chianti giovane, ma non più Kintschmaruli. rispose Ginevra, guardando lorologio.
Le due si alzarono, Elisa si diresse verso casa. Salì in taxi e, mentre il veicolo scivolava tra le strade di Roma, cominciò a riaffiorare ciò che la mente aveva sepolto. Il cuore accelerò, il respiro si fece affannoso, le guance si tinsero di rosso, le dita gelarono.
– Sta bene? chiese il tassista.
– Può andare più veloce? Ho fretta di tornare a casa implorò Elisa.
Durante i venti minuti di viaggio, i frammenti di memoria si ricomposero, formando quasi un puzzle completo, tranne qualche pezzo mancante.
Si trovò nella sua camera dinfanzia: foto di attori incollate alle pareti, una collezione di bambole di porcellana in abiti da ballo, un libro aperto sul tavolo senza titolo. Elisa, seduta sul letto, tagliava con precisione il suo vestito da sposa bianco, spargendo strass luccicanti sul pavimento. La velo era stata strappata a strisce, i fiori gettati a terra, le scarpe ridotte a rottami, il flacone di profumo rotto con un martello. Laria era impregnata di cannella, rosmarino e un accenno di gelsomino. Distruggeva ogni legame con Andrea.
Allimprovviso gli occhi caddero su una piccola scatola di velluto. Senza esitazione afferrò il contenitore con le fedi nuziali: due anelli doro, incisi con la parola per sempre. Prese unascia dal ripostiglio, la colpì più volte, trasformando gli anelli in una massa di metallo giallo schiacciata.
Le mani, ormai tremanti, afferrarono le forbici, tagliando i lunghi capelli biondi. La madre, entro la porta, la guardò.
– Non ci sarà matrimonio. Separarsi è la scelta migliore per entrambi le parole di Andrea risuonarono al telefono tre giorni prima del grande giorno. Elisa ricordò il suo tono, quella frase rimase gravemente impressa.
Uscita dallauto davanti al suo edificio, vide unombra maschile.
– Che figura è? pensò Elisa Andrea? Due incontri inattesi in un solo giorno casualità?
– Buona sera, Elisa! Non scappare, ti prego, ascoltami! disse lo spettro del passato.
– Non sono felice di vederti, Andrea, ma hai cinque minuti. Il conto alla rovescia è iniziato rispose Elisa, con voce ferma ma gentile, ricordando che anche i condannati hanno diritto a unultima parola.
Una luce fioca del lampione illuminava il suo viso teso.
– Scusa, Elisa! Sono colpevole, mi sono spaventato, non sapevo cosa fare. Avevo ventanni, tu ne avevi venti. Il mio matrimonio era fallito, la moglie mi tradì, non volevo più essere una barzelletta. Ti amavo, ti amo ancora, ma sono un traditore, un codardo. Andrea prese le sue mani, cercando di stringerle.
– Non farlo! strappò Elisa le braccia, il tempo scivolò via. Che altro volevi dirmi?
– Ho parlato con Ginevra, le ho detto tutto, lei mi dirà se ancora mi ami bisbigliò.
– Minus uno rispose Elisa, seccata.
– Che cosa? chiese Andrea.
– È una meno, la tua amica è traditrice ribatté Elisa, respingendolo.
Andrea cercò di spiegare, ma Elisa lo spinse via, chiedendo di lasciarla. Il suo braccio sinistro si avvicinò alla sua pelle, le dita sfiorarono una cicatrice.
– Non osare! gridò Elisa, un gemito soffocato.
Nel suo interno, immagini caleidoscopiche si mescolavano, come un mulinello di ricordi. I pezzi mancanti rientrarono al loro posto, il puzzle si completò.
– I tuoi genitori e tuo fratello minacciarono di distruggermi se ti avvicinassi confessò Andrea. Ti ho promesso che non avrei più interferito nella tua vita.
– Ti ho visto sotto la finestra della tua stanza dospedale, quando eri attaccata alle flebo, due settimane in terapia intensiva. Perché lhai fatto? Non ho diritto a giudicarti, è colpa mia, non sapevo nulla, ma forse avrei immaginato cosa eri capace di fare per amore. Ti avrei creduto, avrei sperato che ti tornassi alluniversità. Se nel tuo cuore cè anche solo una goccia damore, lascia tuo marito, ti avvolgerò in tenerezza. Ho soldi, opportunità, non te ne pentirai. concluse Andrea.
Le strade erano silenziose, solo zanzare e grilli cantavano. Come in sogno, Elisa sentì la porta del bagno sbattere. Si trovò immersa in una vasca di acqua rossa, il sangue scorrendo dalla mano sinistra tagliata da un rasoio. Lacqua calda la cullava, chiuse gli occhi e si addormentò.
Un grido la svegliò: il volto del padre, spaventato, i capelli divenuti argento.
– Figlia! Che cosa hai fatto!
Ricordò il soffitto della stanza dospedale, dipinto di bianco, cercava qualcosa che non trovava. Il dolore al braccio, ma il dolore più grande era nellanima, perché anche le anime ferite possono soffrire.
Passò tre mesi e mezzo in ospedale, tornò a casa sotto la prima neve, accompagnata da madre e padre. Il braccio guarì, ma una parte di Elisa era morta, per sempre. Chi ha provato dolore dellanima capirà.
Le sue memorie accademiche erano scomparse, i farmaci avevano spento il suo dolore fisico, trasformandola in una sorta di zombi, ma non potevano restituirle la gioia di un tempo.
Qualche anno dopo, lavorando come cassiera in un supermercato, incontrò Marco, un uomo dal sorriso gentile che riaccese il suo cuore. Si sposarono, la vita sembrava tornare a fluire.
– Aspettami un attimo, sto arrivando disse Elisa a Andrea, correndo verso lingresso.
Aprì con una chiave la porta di una cantina, trovò una scatola polverosa sul ripiano più alto.
– Ecco porse Elisa la vecchia scatola ad Andrea lunica cosa rimasta del nostro amore infinito.
Andrea la aprì: due anelli spezzati, scintillanti, e una melodia antica riecheggiò nella sua mente: Anello nuziale, non è solo un gioiello, è due cuori uniti Tenendo stretti i frammenti del suo passato, rimase sotto il tenue lampione della notte, mentre il vento narrava storie di sogni infranti e speranze ritrovate.






