Ho trentanni e qualche mese fa ho messo fine a una relazione che è durata otto anni. Nessun tradimento, nessuna lite da telenovela, niente horror da piatti che volano. Un giorno, semplicemente, mi sono seduta davanti a lui e mi è salita alla gola una verità che pizzicava come una spina nel fianco: per la sua vita, ero la donna in cantiere. E la cosa più inquietante era che probabilmente lui neanche se ne rendeva conto.
Per tutto questo tempo siamo stati fidanzati. Non abbiamo mai vissuto insieme. Io abitavo con i miei a Bologna, lui con i suoi genitori in periferia. Io facevo la grafica in uno studio, lui aveva il suo ristorante una trattoria di quelle che odorano sempre di basilico e parmigiano. Eravamo entrambi indipendenti: ognuno con i suoi orari, i suoi euro, le sue responsabilità. Insomma, nessuna crisi economica che ci frenasse. Era solo una decisione che veniva rimandata più volte degli spaghetti della domenica.
Anni e anni che gli proponevo di andare a vivere insieme. Mai accennato a nozze da Mille e una Notte o a figli a grappolo. Dicevo sempre che il matrimonio non è obbligatorio, che non serve una firma per sigillare quello che già abbiamo. Sostenevo che la nostra relazione andava bene così e che condividere uno spazio, una bolletta, una collezione di scarpe avrebbe dato più senso al tutto. E lui, ogni volta, aveva una scusa nuova: più avanti, adesso non è il momento, il ristorante mi assorbe, meglio aspettare ancora un po.
Nel frattempo la nostra storia era diventata una routine più precisa di un orologio svizzero. Ci vedevamo sempre negli stessi giorni, le nostre chiamate erano puntuali quanto il caffè espresso dopo pranzo, uscivamo nei soliti posti. Conoscevo la sua casa, mamma, sorella, i drammi familiari del parentado modenese. Lui sapeva tutto della mia famiglia bolognese. Ma il tutto in un confortevole limbo di va ben così, niente rischi, niente vera rivoluzione. Una coppia rodatissima e anche un po fossilizzata.
Una sera mi sono detta, mentre giravo il ragù, che io stavo crescendo ma la nostra storia no. Ho iniziato a pensare: mi sa che se andiamo avanti ancora così, arrivo a quarantanni come la sposina eterna. Nessuna casa insieme, nessun piano concreto, lunico progetto: ci si vede sabato?. Non perché fosse un uomo cattivo, semplicemente non voleva le stesse cose che volevo io.
La decisione di lasciarlo non è stata un capriccio allimprovviso. Ci ho rimuginato sopra mesi e mesi, come si fa con i biscotti nella zuppa inglese. Quando finalmente glielho detto, nessun dramma. Solo silenzio. Lui proprio non capiva: mi ha detto che stavamo bene così, che non ci mancava nulla. Ed è stato lì che ho avuto lennesima conferma: per lui andava bene così. Per me ormai no.
Poi è arrivato il dopo. Perché, anche quando sono stata io ad andarmene, le abitudini restavano addosso come la maglia troppo comoda che non vuoi buttare: i messaggi, le telefonate, quelle piccole cose che non erano più amore ma routine. Il conforto di ciò che conosci.
Quello che non mi sarei mai aspettata? La reazione degli altri. Pensavo mi avrebbero giudicata, detto che esageravo, che otto anni non si buttano via come carta stagnola dopo il cenone. E invece molti mi hanno detto lopposto. Mi hanno detto che era ora. Che una donna come me deve camminare, non restare ferma. Che avevo aspettato anche troppo.
E ancora oggi ci sto lavorando su. Non cerco nessuno. Non ho fretta. La mia unica corsa è quella ai saldi.






