Il suono della suoneria nel telefono di mia nuora cambiò per sempre i miei propositi di aiutare la giovane famiglia a trovare una casa
Ricordo ancora quegli anni di solitudine a Roma. Vivevo da sola in un bel monolocale nel cuore della città eterna; mio marito era mancato cinque anni prima e avevo ereditato da una zia un altro bilocale in un quartiere meno prestigioso, ma dal taglio comodo e luminoso. Lo affittavo a una coppia di giovani, sempre molto ordinati e gentili. Ogni mese passavo a ritirare l’affitto e dare un’occhiata, senza mai rilevare alcuna lamentela da due anni.
Quando mio figlio Matteo si sposò con Beatrice, decisero di prendere in affitto un appartamento, volendo costruire la loro indipendenza. Iniziarono dunque a mettere da parte i risparmi per la caparra di un mutuo. Non mi opposi; anzi, dentro di me già pianificavo di lasciare a loro il bilocale della zia, dandogli la libertà di farne ciò che volessero, ristrutturarlo, arredarlo o rivenderlo.
Quando, un anno dopo il matrimonio, nacque mio nipote Lorenzo, il mio desiderio di donare quella casa divenne ancora più forte. Avevo quasi deciso di avviare le pratiche, ma ciò che accadde una settimana fa mi fece rivedere tutto.
Era appena passato il mio sessantesimo compleanno, volevo festeggiare come si deve: avevo prenotato una saletta in una trattoria alla Trastevere ed invitato amici, parenti e ovviamente anche Matteo e Beatrice. Il rapporto con mia nuora era discreto; è una ragazza dal carattere acceso, a volte un po impulsiva anche con me, ma consideravo tutto ciò parte della sua gioventù e non me ne facevo un cruccio. Quella sera, però, mi colpì profondamente la situazione che si venne a creare davanti a tutti i miei conoscenti.
Matteo e Beatrice arrivarono col piccolo Lorenzo, ma poco dopo mi avvisarono che sarebbero rimasti al massimo unora, perché in mezzo a tanto chiasso il bimbo si infastidiva. Accettai senza problemi.
Al momento di andar via, Beatrice cominciò a cercare il cellulare ovunque. Io la seguii, ed entrambe guardammo in ogni angolo della sala. Per aiutarla, composi il suo numero dal mio telefono.
I commensali notarono che stavamo perdendo tempo e parlavano sottovoce; a un certo punto, dalla finestra, partì un suono bestiale: un ringhiare, latrare, e ululare di cane così violento da far girare tutti di scatto! Beatrice divenne paonazza, corse a prendere il telefono dal davanzale e interruppe la chiamata, imbarazzata.
Gli sguardi degli invitati si spostarono da lei a me. Per fortuna mio fratello decise dintervenire, accese la musica e sollevò i calici per un nuovo brindisi, ma latmosfera si era ormai incrinata.
Nonostante la festa continuasse, sapevo che molti ospiti bisbigliavano e commentavano la strana suoneria che Beatrice aveva assegnato al mio numero. Il giorno dopo chiesi spiegazioni a Matteo, pensando che si fosse già accorto di quel dettaglio. Lui minimizzò, come se nulla fosse.
Da quel giorno i rapporti con loro si sono raffreddati e la faccenda della casa è stata accantonata, in attesa di tempi migliori. Forse basterebbero semplici scuse da parte loro, almeno un gesto; se davvero pensano che io valga meno di un cane, che sia, è un loro diritto Ma in fondo, mi domando ancora oggi, non avrei meritato almeno un po di rispetto?






