Diario personale una riflessione amara
Non avevo davvero scelta: quando ho scoperto che la mia ragazza era incinta, lho sposata quasi subito. Dopo il matrimonio, lho portata a vivere con i miei genitori, perché non era possibile permettersi una casa a parte in quel periodo, a Firenze. Il tempo scorreva veloce e presto sono diventato padre di un bellissimo maschietto. Dopo un po abbiamo deciso di prendere un mutuo, pur di costruirci una vita tutta nostra.
Col passare degli anni, mia moglie mi ha detto ancora una volta di essere incinta. Nacque così la nostra principessa, Chiara. I bambini crescevano in fretta, forse più di quanto riuscissi a capire. Ogni anno che passava, però, mi accorgevo sempre di più che non mi somigliavano affatto. Neanche i nostri caratteri avevano qualcosa in comune. Ma la cosa ancora più strana era che né mio figlio né mia figlia assomigliavano nemmeno a mia moglie. Tutti e due, capelli rossi e lentiggini da dove veniva questa cosa nella nostra famiglia?
Un giorno, tormentato dai dubbi, mi è venuto in mente di fare il test del DNA per la paternità. Forse è stato un gesto insensato, ma non riuscivo ad ignorare quelle domande che mi roderevano dentro. Avevo bisogno di sapere con certezza che stavo crescendo i miei figli.
Ho fatto il test. Due settimane, quelle dellattesa, sono sembrate interminabili. Quando dalla clinica mi hanno chiamato, sono corso subito a ritirare le risposte, col cuore in gola. Grazie al cielo, risultava che ero davvero il padre. Sono tornato a casa sollevato e ho nascosto i documenti in un cassetto, sperando che mia moglie non li trovasse. Ma perché non li ho strappati subito? Avrei dovuto, perché poco dopo ho pagato cara quella leggerezza.
Dopo qualche giorno, mia moglie ha scoperto le carte e me le ha sbattute in faccia, urlando con una rabbia che non avevo mai visto. Lintera casa pareva tremare dalle sue parole. La capisco, anche se credo che con un po di calma avremmo potuto affrontare tutto in modo diverso. Non è più riuscita a perdonarmi e ora mi ritrovo solo. Sono già passati cinque anni da allora, e lei non mi lascia più vedere i miei figli.
Così, una semplice curiosità mi ha portato via ciò che avevo di più prezioso: la mia famiglia. Resto con la speranza che, prima o poi, mia moglie trovi la forza di perdonarmiMi manca tutto: le risate dei miei bambini che si rincorrevano per casa, la mia compagna che mi guardava con occhi stanchi ma colmi damore, persino i piccoli drammi quotidiani che un tempo mi sembravano insormontabili. Ora, la mia casa è diventata silenziosa, un museo di ricordi che non riesco neanche più a toccare, per paura che si frantumino ancora.
Eppure, nonostante il peso di ciò che ho perso, ho imparato una lezione che porterò con me per sempre. Ho imparato che la fiducia è un filo sottilissimo: basta poco per spezzarlo, ma una volta rotto, non si ricuce mai più nello stesso modo. Ogni sera, quando spengo la luce, mi chiedo se un giorno i miei figli, ormai ragazzi, avranno voglia di cercarmi e ascoltare la mia versione della storia. Sogno che un giorno, magari per caso, troveranno quelle vecchie foto, rideranno di quanto erano buffi da piccoli, e si ricorderanno di me non solo come il padre che ha sbagliato, ma anche come luomo che li ha amati più di ogni altra cosa.
Fino a quel giorno, continuo a tenere una luce accesa alla finestra: non si sa mai quando qualcuno potrebbe tornare a bussare. Forse, in fondo, la speranza è il filo più resistente che abbiamo.






