Ma cosa ti sei messa in testa? Una casa di riposo? Ah, no! Dal mio appartamento non mi muovo! urlò con voce tremante il padre di Elisabetta Antonelli, lanciandole la tazza con rabbia e precisione. Lei, con un gesto che ormai era diventato istinto, riuscì a scansarsi.
Era chiaro che così non si poteva andare avanti. Prima o poi, papà avrebbe trovato il modo di farle del male, e lei non avrebbe capito da dove sarebbe arrivato il colpo. Eppure, anche mentre compilava quei documenti per il trasferimento nella casa di riposo, Elisabetta non sentiva altro che rimorso. Nonostante tutto ciò che stava facendo per lui ora fosse ben più di quello che lei aveva mai ricevuto in passato.
Salendo in macchina, il padre strillava, si divincolava, scagliava maledizioni contro chiunque avesse avuto parte nella sua deportazione.
Lasciata sola alla finestra, Elisabetta seguì con lo sguardo la macchina allontanarsi. Già nella sua infanzia aveva vissuto una scena simile. Ma allora era solo una bambina, incapace di immaginare il proprio futuro.
Elisabetta era figlia unica. Sua madre non aveva osato mettere al mondo un altro figlio, conoscendo bene la tirannia di suo marito, uomo che amava soggiogare e distruggere chi stava accanto. Il padre di Elisabetta Vittorio Antonelli aveva oltre quarantanni quando nacque la figlia. Lunione con la moglie infatti era nata per puro calcolo: il matrimonio era una tappa obbligata per la carriera pubblica. Lamore, il desiderio di discendenza: concetti che gli erano sempre stati estranei. Nessuno, mai, era stato importante quanto se stesso.
Scelse la compagna come se stesse stilando una lista per la spesa: una giovane studentessa di nome Antonella Rizzi, figlia di onesti operai della FIAT. Un matrimonio con una famiglia modesta, dal sangue pulito per la propaganda. Nessuno chiese a Antonella se volesse davvero sposare quelluomo. Le nozze furono sfarzose, ricche di invitati importanti da parte di lui. I poveri genitori della sposa nemmeno furono invitati, ritenuti troppo umili.
Dopo il matrimonio, Antonella si trasferì nella casa di Vittorio. Per adattarsi al ruolo, le affiancarono una sorta di istitutrice che doveva insegnarle etichetta, riservatezza e cieca obbedienza.
Allora, comè andata oggi? chiedeva Vittorio la sera, accomodandosi in poltrona.
Bene. Ho imparato le buone maniere a tavola e ho cominciato a studiare inglese. Antonella aveva imparato subito: non dare mai al marito motivo per scontentarsi.
E con la casa? incalzava lui.
Ho fatto la spesa, organizzato il menù della settimana con la cuoca, sistemato le stanze…
Eh, vabbè, abbastanza per oggi. Ma ricordati: tieni sempre le mani pulite e mai vestirti come una contadina. Se ti comporti bene forse un giorno ti prenderò autista e cameriera. Ma non ancora: devi meritarteli.
Nonostante tutti gli sforzi, le giornate tranquille erano rare. Spesso Vittorio rincasava tardi, nervoso e aggressivo. Lunico sfogo per la sua frustrazione era la moglie: la servitù avrebbe potuto andarsene o sparlare, lei no. Antonella non aveva nessuno a cui confidarsi e nessun posto dove andare.
La prima volta che le alzò le mani fu un mese dopo il matrimonio. Senza motivo, solo per riaffermare la sua supremazia. Da allora, le percosse divennero regolari. Lo faceva con astuzia, lasciando segni nascosti; Antonella celava i lividi sotto eleganti abiti, regalando sorrisi falsi agli amici del marito che frequentavano la casa.
Dopo un anno, parenti e colleghi iniziarono a insistere: un bambino ormai doveva arrivare.
Vittorio! Hai una giovane moglie e ancora niente figli? Dovresti farla visitare, non si sprecano i migliori anni!
Sta finendo gli studi in segreteria. rispondeva lui, secco.
Che se ne fa una donna di studiare? Deve pensare a figli, casa, marito. E tu devi essere desempio!
Per Antonella iniziò la trafila di visite mediche, controlli. Persino le botte diminuirono per evitare sospetti dei dottori. Ma gli esami la diedero in perfetta salute. Uno dei medici suggerì a Vittorio di sottoporsi a controlli.
Io? Ma lei si è bevuto il cervello? sbottò lui, infuriato.
Potrà pure licenziarmi, ma il problema non lo risolve, rispose calmo il medico.
Dopo numerose visite, in mano arrivò la sentenza: la fertilità di Vittorio era molto bassa. Restava solo sperare in un miracolo.
Quella realtà lo avvelenò di rabbia. Spostò lastio su Antonella, che ormai sopportava i maltrattamenti con unapatia glaciale. Per gratificarsi trovò unamante, distraendosi per un po.
Solo dopo due lunghi anni, Antonella rimase incinta. Nacque finalmente Elisabetta. Era identica a Vittorio, ma lui la ignorò. Fu la madre e una tata a crescerla, il padre passava settimane senza rivolgerle la parola.
Col passare degli anni, la presenza di Elisabetta lo disturbava sempre più, rendendo difficili i suoi tentativi di autocontrollo. La prima volta che la colpì, lei aveva solo cinque anni: lui, nervoso per questioni di lavoro, la sbatté brutalmente contro una parete. Elisabetta, paralizzata dalla paura, non pianse neanche. Lui si sdraiò davanti alla televisione come nulla fosse.
Da quel giorno, la bambina capì lantifona: mai innervosire il padre. Ma una volta sfondata quella barriera, Vittorio non frenava più la propria crudeltà: la insultava, la umiliava anche davanti agli ospiti.
Signor Antonelli, ho sentito dire che la sua Elisabetta suona il violino divinamente, ce la farebbe ascoltare?
Violinista? È una frana, non sa nemmeno tenerlo dritto! Ma se proprio volete… Elisabetta! Prendi il tuo violino e suona per i nostri ospiti!
Elisabetta, rossa di vergogna, obbediva. Da allora, la paura del pubblico la perseguì ovunque: non avrebbe più preso in mano uno strumento dopo il diploma di conservatorio. Il talento soffocato dalla paura, il sogno infranto.
Guardando le immagini di famiglie felici nei libri, si chiedeva: possibile che per tutti fosse così? Perché lei era nata proprio da quelluomo che odiava il mondo?
Anche la madre non fu mai un esempio: incapace di amare una figlia avuta da un marito detestato. Morì in un incidente dauto quando Elisabetta aveva tredici anni. Fu questa la versione ufficiale; la verità non la seppe mai. Da quel momento, Elisabetta si chiuse ancora di più.
Terminata la scuola, il padre decise per lei il percorso universitario. Fu una delle sue ultime decisioni: ormai i problemi sul lavoro lo travolgevano, i rapporti con la figlia si erano gelati. Quando Elisabetta finì gli studi, Vittorio aveva perso qualità e ricchezze. I suoi averi finirono quasi tutti in avvocati e mazzette per evitare il carcere. Riuscì a sparire silenziosamente, rifugiandosi nella vecchia casa al lago. Elisabetta non andava mai a trovarlo: nessuna parola, solo ricordi dolorosi.
Rimasto solo, senza più alcuno su cui rovesciare il veleno, Vittorio entrò rapidamente in un abisso di nevrosi. I vicini chiamavano spesso Elisabetta: suo padre non era più in sé. Alla fine, dovette cedere: lo portò a vivere con sé.
Con la figlia a portata, Vittorio sembrò quasi riprendersi. Ogni giorno era uno show di urla, offese, lanci di piatti. Elisabetta gli confinò una stanza con la serratura ma lui, pur chiuso, peggiorava in fretta. Quando la demenza divenne diagnosi, prese la decisione più difficile: doveva portarlo in una casa di riposo.
Mai aveva saputo costruirsi una famiglia; diffidente, fragile, Elisabetta aveva sempre evitato legami troppo stretti. Isolata anche dal lavoro, ogni decisione era una lotta con se stessa. Eppure, lidea di mandare il padre in casa di riposo la divorava dalla vergogna, paura dessere giudicata.
Ma tenerlo con sé era diventato troppo pericoloso. Le analisi confermavano: la mente di Vittorio era ormai persa. Ma la sua malignità, il rancore per la figlia, resistevano anche quando non la riconosceva più.
Elisabetta visitò tutte le strutture di Torino prima di scegliere quella più adatta. Ma la migliore era costosa: metà stipendio finiva lì, costringendola al doppio lavoro.
Dopo che portò via il padre, per giorni Elisabetta si aggirò come un fantasma. Tornavano alla memoria le fughe con la madre, lunico tentativo di salvarsi. Vittorio le aveva riportate indietro, e poco dopo la madre morì.
Nonostante tutto, visitando il padre, Elisabetta non poteva trattenere le lacrime. Era rimasto solo il senso di colpa, quellunico sentimento che i suoi genitori sembravano averle insegnato davvero.
E nel frattempo, alla sua solitudine, si aggiungeva la malattia: dentro Elisabetta tutto si faceva più cupo, più doloroso, come se anche il corpo non riuscisse più a sostenere il peso della vita.






