Scelte Difficili: Una Dilemma Cruciale!

Caro diario,

Ancora una volta sono tornato tardi dal lavoro. Ludovica era seduta al tavolo, fissa la cena ormai raffreddata. Il profumo di pollo arrosto e di erbe si mescolava allodore della candela accesa da due ore, la cera colava in gocce irregolari come lacrime. La televisione ronzzava notizie sul meteo, ma lei non ascoltava; al contrario, sentiva il cigolio dellascensore del palazzo, i passi sul pianerottolo forse erano i suoi.

La porta però rimaneva chiusa.

Avrebbe potuto chiamare: Dove sei? o Ti preoccupo. Ma a che servirebbe? Lui risponde sempre allo stesso modo: un frettoloso Presto o un irritato Non disturbarmi. E poi arriverebbe, fisserebbe il cellulare e tra di noi scenderebbe quel silenzio pesante, come se fossimo due persone sole, non una coppia.

Viviamo insieme da cinque anni.

Ieri Chiara, la mia amica, mi ha mandato una foto della cresima del figlio. Sullo sfondo sorrisi felici, un vestito elegante, il marito di Chiara che teneva il bambino tra le braccia. Oggi scorreva nel feed unaltra foto di matrimonio degli amici comuni.

Quando lo farete? chiedevano.

Non abbiamo fretta, rispondeva Andrea.

Ma Ludovica era stanca di quel non abbiamo fretta.

Vuoi davvero sposarti con me? le ho chiesto.

Era appena entrato, ha tolto la giacca e ha raggiunto il frigo per una birra. La domanda lo ha colto di sorpresa; la mano si è fermata a metà.

Certo che lo voglio, ha risposto, ma con voce soffocata, come se le parole fossero rimaste bloccate in gola. Ora non è il momento migliore per questo discorso.

E quando sarà? ha preso la forchetta come se fosse la prima volta che la vedeva. Quando comprerai un appartamento? Quando otterrai una promozione? O quando avremo entrambi quarantanni?

Lui si è voltato, cercando forse una scusa nella bottiglia di birra.

Non agitarti, va bene? Sono stanco. ha detto.

Anch’io sono stanca, ha sussurrato lei.

Poi è andato sotto la doccia, lasciandoci una silenziosa nebbia in cui ci siamo persi tutti gli anni.

Ho visto crescere una famiglia che si spezzava. Ricordo mio padre, prima: buffo, forte, che mi lanciava in aria quando avevo cinque anni. Dopo: sguardo vuoto, odore di alcol, piatti lanciati contro mia madre.

Meglio nessun padre così, ho sparato a un amico una volta.

In quel momento ho promesso a me stesso: se avessi voluto una famiglia, non sarebbe stata così. Solo quando sarei stato certo di non ripetere quellerrore.

Ma la certezza non è mai arrivata.

Ludovica è lesatto opposto di mia madre: calma, paziente, mai incline a crisi. Eppure

Ogni volta che delicatamente apriva il discorso del matrimonio, mi fermavo a pensare:

«E se sbagliassi? Se dentro di me dormisse quel mostro?»

Le mie mani si serravano in pugni dopo una giornata dura proprio come quelle di mio padre. Sentivo lirritazione crescere quando Ludovica chiedeva qualcosa. Eppure non lho mai alzata né alzato la voce; la paura era profonda:

«E se fosse solo linizio?»

Una sera, dopo una discussione particolarmente tesa, Ludovica ha chiesto:

Hai paura di diventare come tuo padre?

Non lo diventerò, ho risposto bruscamente.

Allora qual è il problema?

È che non sono sicuro di poter essere allaltezza.

Lei è rimasta in silenzio, poi ha preso la mia mano:

Nessuno ti chiede di essere perfetto. Voglio solo che tu provi.

Io sapevo che per me provare significava rischiare di distruggere unaltra vita. Quel timore era più forte dellamore.

Devo prima stare in piedi da solo, ho detto uscendo dalla doccia, asciugandomi con lasciugamano. Gli occhi pieni di stanchezza dopo dodici ore di lavoro. Voglio che tutto sia perfetto per noi.

Ludovica era seduta al tavolo, ad attendermi. Nei suoi occhi cera un misto di comprensione e di delusione stanca; era la centesima volta che ne parlavamo.

E cosa significa per te perfetto? ha chiesto, senza accusare, solo curiosa.

Mi sono fermato. Quante volte avevo pronunciato quella parola senza mai riflettere sul suo vero senso? Nella mia testa comparivano immagini: un ampio appartamento in centro (anche se già affittavamo un accogliente bilocale vicino alla metropolitana), una macchina nuova di zecca (mentre la mia usata Fiat 500 mi accompagnava da cinque anni), una posizione da direttore (pur guadagnando già tre volte la media di Roma).

Non ho risposto. Ho capito improvvisamente che il mio perfetto era come un cartellone pubblicitario: lucido ma vuoto dentro. Aspettavo un momento magico, quando le stelle si allineassero, le finanze raddoppiassero e, allimprovviso, diventassi luomo ideale, il marito perfetto, il padre provvidente.

Ludovica osservava il mio viso mutare. Conosceva bene quella mia tendenza a intrappolarmi in aspettative irrealistiche.

Sai, ha detto alla fine, scegliendo le parole con cura, il momento ideale non arriverà mai. Possiamo essere felici qui e ora, così come siamo.

Ho guardato il nostro appartamento le mensole piene di libri che abbiamo collezionato insieme, le foto dei viaggi, il gatto Micio che dormiva sul divano. Per la prima volta ho pensato: forse perfetto non riguarda le condizioni, ma noi due. Tuttavia la paura di fare il salto nellincognito mi ha fatto tacere.

Ho preso il telecomando, spento la TV, e ho afferrato il telefono, segnalando la fine della discussione.

Amo Ludovica.

Amo quando ride alle mie battute per colazione. Amo come brontoli nel sonno quando, senza volerlo, le rubo la coperta. Amo persino il suo abitudine di lasciare tazze di tè mezzo bevuto per tutta la casa ogni piccola traccia mi strappa un sorriso.

Ma amo anche il silenzio.

Quello che scende quando lei parte a casa dei genitori per il weekend. Amo le mie abitudini spargere calzini sul pavimento, non accendere la luce, restare sveglio a giocare fino a tre di notte, organizzare una gita in pesca allimprovviso senza lunghe spiegazioni.

Perché dovremmo mettere il timbro sul passaporto? chiedo, stringendola a spalla mentre lava i piatti. Siamo già insieme. Non è forse abbastanza?

Ludovica vuole di più.

Non anelli di diamanti, non un sontuoso banchetto. Ha bisogno di quel quasi intangibile ma fondamentale: la sensazione di scelta. Che ogni mattina io mi svegli e decida consapevolmente di stare con lei, non per inerzia, non perché è così.

Il timbro non è un obbligo, dice guardandomi negli occhi. È la prova che, tra tutte le vite possibili, scegli di vivere questa. Di sceglierci.

Io la guardo, sapendo di averla già scelta da tempo. Ma la parola per sempre mi spaventa ancora, come se firmare al comune seppellisse quel ragazzo spensierato che poteva scappare in qualsiasi momento.

E se ci separassimo? scoppia improvvisamente, come se avessi tenuto quel dubbio dentro di me per anni. Mi trovo alla finestra, con lo sguardo sul tramonto di Roma, ma nella mente vedo scenari di avvocati, conti da dividere, stanze vuote.

Cosa? si blocca Ludovica.

È costoso, lipoteca, gli alimenti dico quasi a tavola, come se calcolassi un business plan, non una fine damore. Sai comè il caso del collega mio, che ha dovuto cedere metà dellappartamento e pagare ancora per il figlio

Ludovica si alzò, sorrise amaramente, quasi un sospiro di una nave in annegamento.

Hai già pensato al divorzio, ma temi il matrimonio, dice, senza rabbia, solo con una stanca comprensione. È curioso, vero? Hai più paura del divorzio che di perderci ora, perché il divorzio è numeri, documenti, perdite concrete. Perdere lamore è unastrazione per te.

Mi volto, gli occhi pieni di confusione. Non mi aspettavo una risposta così chiara. Ero pronto a litigare, a piangere, a mantenere il silenzio. Non a quella luce così nitida.

Io inizio, ma le parole rimangono bloccate in gola. Non potevo spiegare che volevo proteggerci, che volevo prevedere ogni eventualità. Sarebbe sembrata una scusa, e lo sapevamo entrambi.

Ludovica si avvicinò, fermandosi a un braccio di distanza, il viso sereno ma con una nuova determinazione negli occhi.

Se pensi già a come dividerci, sussurra, allora siamo già divisi, solo che non labbiamo ancora scritto su carta.

Si gira e se ne va, lasciandomi solo con i miei calcoli, le mie paure e la consapevolezza che tutti i miei piani per il futuro stavano distruggendo il presente.

Il nostro addio avvenne in un giorno qualunque, uno di quei lunedì senza eventi. Nessuna lite, nessuna tazzina rotta solo Ludovica che, arrivata dal lavoro unora prima, iniziò a raccogliere le sue cose. Io la trovai mentre tornavo a casa.

Te ne vai? chiesi, fermo nella porta.

Lei piegava con cura i maglioni che tanto amavo, i movimenti misurati, segno di una decisione ponderata.

Sì, rispose, senza alzare lo sguardo. Ho preso un appartamento in centro.

Il mondo sembrò crollare sotto i miei piedi. Avevo immaginato quel momento mille volte, ma ora capii che non ero pronto. Per niente.

Possiamo cominciai, ma Ludovica lo interruppe:

No, Andrea. Non possiamo. Ti ho dato un mese dopo quella chiacchierata. Non hai nemmeno provato.

Chiuse la valigia con un clic che sembrò più forte del rumore della porta che sbatteva.

Ludovica non se ne andò perché non mi amava più. Lamore non scompare in un attimo. Se ne andò perché, alla fine, il suo timore per limpegno era più forte dei suoi sentimenti. Non temeva il matrimonio in sé, ma il dover scegliere davvero, di dire sì a lei e alla vita che ne sarebbe seguita.

Non cercavo promesse per tutta la vita, disse alla porta. Volevo solo che decidessi di stare qui, ora. Ma non lhai fatto.

Rimasi solo. Nellappartamento, improvvisamente troppo grande, con una libertà così rumorosa. Il cellulare in mano mostrava il numero di Ludovica già digitato, cancellato cinque volte di fila.

Ero libero. Perfettamente libero. Potevo andare a fare gite con gli amici, restare fino a tardi al lavoro, lasciare calzini ovunque. Ma nella prima notte, disteso sul divano, guardavo il soffitto e ricordavo Ludovica che brontava nel sonno quando le rubavo la coperta.

Non capii mai cosa fosse più spaventoso: perderla o perdermi. Ora, senza di lei, realizzo con paura che forse il vero io è luomo che rideva con lei alle sue sciocche battute a colazione. E quel Andrea libero a cui mi aggrappavo era solo un ragazzo che scappava dalle responsabilità dietro una lista di scuse.

La lezione che ho imparato è che la libertà senza scelta è solo un vuoto rumore; scegliere di stare insieme, con tutti i suoi difetti, è il vero coraggio.

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