Nonne sempre disponibili: la storia di Elena e Caterina, tra ospedali, nipoti e il coraggio di rimettersi al centro della propria vita

Nonne a portata di mano

Mi sono svegliato al suono di una risata assordante, sguaiata, di quelle che non si addicono certo a una stanza dospedale. Per tutta la vita ho detestato risate così rumorose. Era la mia vicina di letto, con il telefono incollato allorecchio e la mano libera che volteggiava nellaria, come se linterlocutore potesse vederla.

Ma dai, Lella, non ci credo! Davvero ha detto così? Davanti a tutti?

Guardo lorologio: sono le sei e quarantacinque. Mancano ancora quindici minuti alla sveglia ufficiale. Quindici minuti che speravo di passare in silenzio, per mettere insieme i pensieri prima delloperazione.

Ieri sera, appena arrivato in reparto, la vicina era già da tempo a letto, impegnata a scrivere forsennatamente sul telefono. Un rapido «Buonasera» e «Salve», poi ognuno immerso nelle proprie preoccupazioni. Mi era sembrato un silenzio prezioso. E invece, stamattina, è uno spettacolo da circo.

Mi scusi, dico piano ma deciso, potrebbe fare meno rumore?

Lei si gira verso di me. Volto tondo, taglio corto spruzzato di bianco, la ricrescita non provava nemmeno a coprirla, pigiama vistoso a pois rossi. E tutto ciò, qui in ospedale!

Oh, Lella, ti richiamo dopo, qui già mi sgridano posa il telefono e mi sorride. Scusami! Sono Caterina Bianchi. Lei ha dormito? Io prima di queste cose non chiudo occhio, allora telefono a chiunque mi venga in mente.

Mi chiamo Luciana De Angelis. Se lei non riesce a dormire, non vuol dire che io non voglia almeno riposare.

Ma ora è sveglia pure lei, no? mi fa locchiolino. Daccordo, prometto di bisbigliare.

Non bisbigliava affatto. Prima della colazione aveva già fatto altre due telefonate, e la voce diventava sempre più alta. Mi sono voltato verso la parete e mi sono coperto la testa col lenzuolo, era inutile.

Era mia figlia, mi spiega Caterina mentre davanti a noi la colazione si raffredda invano per via dellintervento imminente, quella ragazza si preoccupa, poverina. La rassicuro come posso.

Non rispondo. Mio figlio non mi ha chiamato, ma non fa niente, me laveva detto: aveva una riunione importante. Così lho cresciuto io: il lavoro viene prima di tutto, il dovere è sacro.

Caterina la portano via per prima. Attraversa il corridoio salutando tutti agitando la mano e facendo una battuta allinfermiera, che scoppia a ridere. Penso che speriamo la mettano in unaltra stanza dopo lintervento.

A me tocca unora dopo. Lanestesia è sempre uno shock per me. Quando mi risveglio, ho la nausea e un dolore muto al fianco destro. Linfermiera mi conforta: è andato tutto bene, devo solo sopportare. E io sopporto: a quello, nella vita, sono allenata.

Alla sera, riportata in camera, Caterina è già lì. Tra le mani una flebo, la faccia di cera, occhi chiusi. Per la prima volta è silenziosa.

Come va? le chiedo, senza voler davvero aprire conversazione.

Lei apre appena gli occhi e mi sorride stancamente.

Ancora viva. E lei?

Idem.

Caliamo nel silenzio. La flebo gocciola piano, fuori nel cielo si scioglie la sera.

Scusi per stamattina, dice allimprovviso, quando sono nervosa parlo senza freni. Lo so che è fastidioso, ma non so farne a meno.

Avrei voluto essere caustica, ma sono esausta. Riesco solo a dire:

Non fa niente.

Quella notte non abbiamo dormito. Entrambe doloranti, Caterina stavolta rimane zitta, ma la sento agitarsi e sospirare. Una volta ha pure pianto, credo. In silenzio, con la faccia nel cuscino.

Al mattino ci visita la dottoressa. Controlla punti, misura la febbre e ci sorride: «Coraggio, siete state brave». Caterina subito afferra il telefono.

Lella, buongiorno! Sì, sono ancora intera, puoi stare serena. Come vanno i miei? Davvero Paolo aveva la febbre? Ah passato tutto? Ti avevo detto che non era nulla.

Involontariamente ascolto. I miei sono quindi i nipoti. La figlia dà resoconto.

Il mio telefono tace. Due messaggi da mio figlio: «Mamma, come va?» e «Scrivimi quando puoi». Mandati ieri sera, quando ero ancora frastornata. Rispondo: «Tutto bene». Metto uno smile, a lui piacciono, dice che ammorbidiscono il messaggio.

Risponde dopo tre ore: «Ottimo! Ti abbraccio».

I suoi non vengono? mi chiede Caterina a pranzo.

Mio figlio lavora. Abita lontano. E poi non serve, sono adulta.

Vero, annuisce lei. Anche la mia dice: mamma, ce la puoi fare. Che viene a fare se va tutto bene, no?

Nella voce cè una nota che mi fa guardarla con attenzione. Sorride, ma gli occhi sono spenti.

Quanti nipoti ha?

Tre. Paolo è il più grande, ha otto anni. Poi Chiara e Gianluigi: tre e quattro. Apre il telefono. Vuole vedere le foto?

Per venti minuti vedo nipoti in campagna, al mare, con la torta. In tutte ci sta anche lei: li abbraccia, li bacia, fa le smorfie. La figlia in nessuna.

Fa sempre le foto, spiega. Lei non ama farsi riprendere.

E vengono spesso da lei?

Più che altro vivo da loro. Lavorano entrambi, quindi io do una mano. A prenderli dallasilo, a fare i compiti, a cucinare qualcosa.

Annuisco. Anche io ho fatto così, i primi anni. Poi mio nipote è cresciuto, ci vediamo una volta al mese, di domenica. Se coincide.

E lei?

Uno solo, nove anni. Sta bene a scuola, fa calcio.

Lo vede spesso?

Qualche domenica. Sono occupati, capisco.

Già, Caterina si gira verso la finestra. Occupati.

Il silenzio si riempie di pioggia sul vetro.

La sera mi dice:

Non voglio tornare a casa.

Alzo lo sguardo. È seduta abbracciandosi le gambe, lo sguardo sul pavimento.

Sul serio, non voglio. Ci ho pensato: torno e troverò Paolo che non capisce i compiti, Chiara col naso che cola, Gianluigi che si strappa i pantaloni. Mia figlia in ufficio fino a tardi, mio genero sempre via per lavoro. Lava-cucina-ordina-stai attenta. E neppure si interrompe, nemmeno un grazie. Perché tanto: la nonna DEVE.

Sto in silenzio. Un nodo in gola.

Mi scusi, si soffia gli occhi. Sto cedendo.

Non si scusi, rispondo bassa. Cinque anni fa sono andata in pensione. Pensavo: finalmente faccio per me. Teatri, mostre. Avevo persino iniziato un corso di francese. Due settimane.

E poi?

Mia nuora in maternità. Chiede aiuto: son pur la nonna, non lavoro, perché no? Non ho saputo dirle di no.

E?

Tre anni tutti i giorni. Poi lasilo, a giorni alterni. Poi la scuola: una volta a settimana. Ora… ora non servo più. Hanno la tata. E io sto a casa, aspetto una chiamata. Se non se ne scordano.

Caterina annuisce.

Mia figlia doveva venire a novembre, a trovarmi. Ho pulito da cima a fondo, ho preparato la torta. Poi mi chiama: mamma, Paolo ha calcio, non possiamo.

E poi?

Niente. Ho dato la torta ai vicini.

Restiamo in silenzio, la pioggia aumenta fuori.

Sa cosa fa male? dice piano. Non il fatto che non vengano. Ma che io continuo ad aspettare comunque. Spero mi cerchino, solo perché gli manco. Non quando serve aiuto.

Mi pizzica il naso.

Anchio aspetto. Ogni volta che squilla, penso: magari mio figlio vuole solo parlare. Invece no, è sempre per qualcosa.

E noi sempre pronte, sorride amaro Caterina, perché siamo mamme.

Già.

Arrivano i giorni delle medicazioni. Dolorose. Restiamo distese, mute, poi Caterina rompe il silenzio:

Ho sempre pensato di avere una famiglia felice. Figlia, genero, i miei nipotini, tutti da amare. E che senza me non ce la farebbero.

E allora?

Qui ho capito che invece se la cavano. Mia figlia in questi giorni non si è mai lamentata, anzi è tutta pimpante. Vuol dire che possono farcela, solo che è più comodo con la nonna gratis.

Mi sollevo sul gomito.

Sa cosa penso? Che la colpa è mia. Ho insegnato a mio figlio che la mamma cè sempre, sempre aiuta, sempre aspetta. Che i miei programmi non contano, i suoi sì.

Pure io. Si fa sentire, e io lascio tutto e corro.

Li abbiamo abituati così, dico piano. Come se non avessimo una vita nostra.

Caterina annuisce, in silenzio.

E ora?

Non so.

Al quinto giorno mi alzo dal letto senza aiuto. Al sesto faccio tutto il corridoio, avanti e indietro. Caterina mi segue, con un giorno di differenza, ma tenace. Camminiamo insieme, appoggiate alle pareti.

Quando è mancato mio marito mi sono persa, racconta. Mia figlia disse: ora i tuoi nipoti sono il tuo senso. Così ho fatto, solo che a senso unico. Loro per me, solo quando serve.

Le racconto della mia separazione, trentanni fa, mio figlio aveva cinque anni. Ho studiato di notte, lavorato in due posti.

Pensavo: se sarò una madre perfetta, lui sarà un figlio perfetto. Che mi sarebbe stato riconoscente.

E invece vive la sua vita, conclude Caterina.

E va bene così, penso. Ma non credevo mi sarei sentita tanto sola.

Nemmeno io.

Al settimo giorno, arriva mio figlio. Allimprovviso. Lo vedo sulla soglia mentre leggo, alto, in cappotto elegante, una busta di frutta.

Ciao mamma! mi bacia, Stai meglio?

Sì, meglio.

Bene! La dottoressa dice che fra tre giorni ti dimettono. Pensavo, magari vieni da noi? Stefania dice che la stanza degli ospiti è libera.

Grazie, sto meglio a casa mia.

Come vuoi. Ma se cambi idea, chiama. Passo tra una settimana.

Resta venti minuti. Racconta di lavoro, di mio nipote, della macchina nuova. Chiede se mi servono soldi. Poi va via. Con sollievo.

Caterina fingeva di dormire, ma appena la porta si chiude, commenta:

Suo figlio?

Sì.

Bel ragazzo.

Sì.

Ma freddo come il marmo.

Non riesco a risponderle, mi manca il fiato.

Sai, dice piano, forse dobbiamo smetterla di aspettarci amore da loro. Lasciarli andare, accettare che hanno una loro vita. E trovare la nostra.

Facile a dirsi.

Difficile a farsi. Ma cosaltro possiamo fare? Continuare ad aspettare cose che non arriveranno?

Cosa hai detto a tua figlia? le chiedo, dandole del tu.

Che dopo la dimissione mi riposo due settimane, lo ha detto il medico. Niente nipoti. Non posso.

Sè arrabbiata?

Eccome. Sorride ironica. Ma mi sono sentita più leggera, come se mi fossi tolta un macigno.

Chiudo gli occhi.

Ho paura. Se rifiuto, se dico di no, magari non mi chiamano più.

Ma tanto, lo fanno già di rado.

Silenzio.

Vedi? Peggio di così si può solo migliorare.

Ci dimettono allottavo giorno, insieme. Prepariamo le borse in silenzio, come se ci salutassimo per sempre.

Diamoci i numeri, propone Caterina.

Annuisco. Li inseriamo nei cellulari. Rimaniamo a guardarci un attimo.

Grazie, mormoro, per la compagnia.

Anche tu. Sai non parlavo così con nessuno da trentanni, davvero.

Nemmeno io.

Ci abbracciamo, goffe, con cautela per non tirare i punti. Linfermiera ci dà i fogli, chiama il taxi. Io vado via per prima.

Casa. Silenzio, vuoto. Apro la valigia, faccio la doccia, mi sdraio. Prendo il telefono: ci sono tre messaggi da mio figlio. Mamma, sei a casa?, Chiamami appena arrivi, Non scordare le medicine.

Rispondo Sono a casa. Tutto bene. Metto giù il telefono.

Vado allarmadio. Estraggo una cartelletta che non tocco da cinque anni. Cè dentro il depliant di un corso di francese, lelenco di spettacoli della Filarmonica. Li guardo.

Il telefono squilla. Caterina.

Pronto. Scusa se chiamo subito. Solo avevo voglia.

Mi fa piacere, davvero.

Senti ci vediamo quando stiamo meglio? Tra due settimane? In un bar, o per una passeggiata. Se ti va.

Guardo la brochure. Poi il telefono. Poi ancora la brochure.

Sì, mi va. Anzi, vediamoci sabato. Basta stare chiusa in casa.

Davvero sabato? Ma i medici…

Mi hanno sempre detto di occuparmi degli altri. Ora è il caso che pensi anche a me.

Allora a sabato.

Chiudiamo. Tengo in mano la brochure. Il corso inizia tra un mese, iscrizioni aperte.

Tiro fuori il portatile e mi iscrivo. Le mani mi tremano, ma compilo tutto quanto.

Fuori piove ancora. Ma qualche raggio filtra tra le nuvole, timido, autunnale. Ma sole.

E penso che, forse, dopotutto la vita per me comincia adesso. E invio liscrizione.

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