Il Palazzo che Ha Riacceso la Vita

Mi ricordo, come se fosse ieri, il periodo in cui il giovane architetto Andrea Bianchi si laureò con lode. Sognava un proprio studio, progetti che avrebbero cambiato il volto di Firenze. Però il sogno dovette aspettare. Sua madre, Maria, dopo trentanni di lavoro in una fabbrica di acciaio inquinante, si ammalò gravemente. I medici non sapevano più che fare, consigliavano cure costose allestero, ma i soldi non cerano.

Andrea trovò impiego in uno studio di progettazione qualunque. Tracciava tavole di cantieri standard, odiava ogni linea. Il denaro finiva in medicine e nella badante. La madre svaniva giorno dopo giorno, e con lei anche la speranza di un futuro migliore.

La sera, terminato il disegno, si sedeva accanto al suo letto. Maria lo guardava con gli occhi velati e sussurrava:

Scusami, figlio, per il peso che ti do.

Basta, mamma. Andrà tutto bene, le diceva Andrea, ma guardava fuori dalla finestra sentendo stringersi qualcosa dentro di sé.

Diventò più chiuso, irritabile. Per distrarsi, tornava a piedi dal lavoro, percorrendo strade lunghe e dimenticate del quartiere antico. In una di quelle viuzze, dietro un alto cancello scrostato, scorse qualcosa.

Tra i rami secchi di un vecchio giardino, spuntava un palazzo. Non era una semplice casa abbandonata, ma il fantasma di una bellezza passata. Il intonaco caduto lasciava intravedere i mattoni, le cornici scolpite erano annerite dal tempo, ma la forma del frontone e la traccia di una ringhiera di ferro battuto tradivano un disegno unico, dimenticato da tutti. Non era una costruzione tipica della città: era una canzone di pietra che nessuno voleva ascoltare.

Andrea rimase incantato. Il suo occhio darchitetto cominciò a rilevare le proporzioni, a immaginare i dettagli perduti. Tirò fuori il taccuino che portava sempre con sé e, quasi febbrilmente, ne tracciò qualche schizzo, temendo che la visione svanisse.

Da quel giorno il suo percorso non cambiò più. Torneva al palazzo, restava a lungo davanti a esso, disegnando nuove bozze. Era una follia, una fuga dalla realtà, ma era lunica cosa che lo faceva sentire ancora architetto e non solo un disegnatore di ufficio.

Una notte, incapace di resistere al richiamo, spinse la pesante porta cigolante e entrò nel cortile. Il sentiero era invaso da erbacce e ortiche. Girò intorno alledificio in cerca di un ingresso; una porta laterale era socchiusa, forse usata da senzatetto o adolescenti.

Il cuore gli batteva forte quando varcò la soglia. Dentro cera umidità, polvere e silenzio. La luce fioca filtrava attraverso finestre tappate, rivelando i resti di una lussuosa decadenza: un frammento di cornice stucrata, una piastrella dipinta sul pavimento, una porta in quercia intagliata.

Accese la torcia del cellulare e si inoltrò. Nella grande sala, con il camino crollato, trovò una vecchia cartella sotto una roccia di intonaco. Il suo rivestimento di cuoio era screpolato, le pagine ingiallite, ma conteneva disegni. Era il progetto originale del palazzo, opera di un maestro.

Andrea si accovacciò sul pavimento, ignorando lo sporco, e cominciò a sfogliare. Il tempo scomparve. Oltre a schemi e calcoli, cerano schizzi di facciate da diverse angolazioni e persino un ritratto a matita di un giovane ingegnere con il cappello da operaio, probabilmente chi aveva infuso vita a quelle mura.

Il cellulare vibra. Era la badante: La mamma è peggiorata, devo andare subito in farmacia. Andrea sobbalzò, come colto da uno scossone. Con delicatezza, come se fosse una reliquia, ripose la cartella sotto il giubbotto e corse, sentendo un peso strano sul cuore: non solo le cattive notizie, ma anche una nuova responsabilità.

Quella sera, dopo aver somministrato le medicine, si sedette al tavolo. Invece dei noiosi disegni per il lavoro, pose davanti a sé gli schizzi salvati. Non stava più progettando, stava quasi rinvenendo, indovinando, ricostruendo. Lì cera un arco, una finestra più alta, una vetrata colorata. Disegnò fino allalba, dimenticando la stanchezza, e il suo animo si alleggerì più di quanto non fosse avvenuto in mesi. Aveva trovato non solo vecchi fogli, ma se stesso.

Un giorno, vedendo il figlio assorto al tavolo, Maria chiese:

Che cosè questo?

Un vecchio palazzo, lo sto restaurando rispose Andrea, a malincuore.

Fammi vedere.

Lui le mostrò gli schizzi, spiegò comera stato e come poteva diventare. Lei, che non aveva mai mostrato interesse, ascoltò con attenzione, ponendo domande. Nei suoi occhi sembrò brillare per un attimo la luce di un tempo.

È bello, sussurrò. Molto bello. Peccato che morirà.

Quella notte la malattia peggiorò. Ambulanze, ospedale, pareti bianche. Andrea vegliò al letto quando uscì il medico.

La crisi è passata, ma le forze le rimangono scarse. Tenetevi forti.

Uscì dallospedale con un vuoto dentro. Il frastuono della città sembrava estraneo e privo di senso. Camminò meccanicamente verso la sua casa, come un animale ferito che cerca un rifugio familiare. Appoggiò la fronte al muro ruvido e freddo e chiuse gli occhi.

Peccato che morirà, riecheggiavano le parole di sua madre.

No. Non poteva permettere né a lei né a quel palazzo di perire. Ma cosa poteva fare? Solo, senza soldi, senza contatti?

Allora ebbe unilluminazione. Prese il cellulare. Una settimana prima, curiosando tra le notizie locali, aveva letto un articolo sulla salvaguardia del patrimonio storico. Lautrice, la giornalista Fiorenza Sorrenti, denunciava con veemenza la demolizione di una villa per un nuovo centro commerciale.

Con il cuore che batteva, trovò il suo contatto e chiamò. Le dita tremavano.

Pronto? rispose una voce femminile giovane.

Buongiorno, sono Andrea Bianchi, architetto. Ho trovato cè un palazzo unico che rischia di scomparire. Non so a chi rivolgermi

Parlò in modo confuso, temendo di perdere la linea. Dopo un silenzio, la giornalista rispose:

Dove si trova? Può mostrarmelo?

Unora dopo era lì, con macchina fotografica e registratore. Andrea la guidò tra lerba alta, mostrandole la cartella, i dettagli dellintonaco. Parlò del progetto originale, dello spirito del luogo. Fiorenza ascoltava, gli occhi accesi come quelli di un cacciatore di storie.

È una storia pronta, commentò, inquadrando una colonna caduta. Bellezza abbandonata, giovane architetto che cerca di salvarla da solo Posso usarla per un pezzo su di lei?

Due giorni dopo, sul portale digitale del comune, comparve larticolo: Architetto da solo salva un capolavoro: la storia di un palazzo che la città rischia di perdere. Fiorenza mise in evidenza non solo ledificio, ma anche il suo difensore, il giovane talentuoso che lottava per la madre malata e per il patrimonio culturale.

Il pezzo fece il giro dei social, dei gruppi di discussione, dei forum cittadini. Il giorno seguente, un vecchio compagno di università, ora in una grande studio, gli scrisse: Andrea, è vero? Ho parlato con il capo, è sconvolto, vuole aiutarci!

Quella sera squillò un numero sconosciuto. Era al capezzale della madre.

Buongiorno, sono Arturo Mancini, rappresentante della Fondazione Patrimonio. Abbiamo visto larticolo, siamo colpiti dalla sua dedizione. Finanziamo interamente il restauro del palazzo sotto la sua direzione. E possiamo anche occuparci della sua madre, con cliniche partner, anche allestero. Incontriamoci per i dettagli.

Andrea si sedette sulla sedia accanto al letto di Maria, incapace di parlare. Guardò il suo volto addormentato. Non era più solo. La sua lotta silenziosa, disperata, era stata udita. Ora aveva tutto loccasione per salvare entrambi i suoi tesori: la madre e il sogno.

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