Il Custode del Cortile

Il custode del cortile

Antonio Bianchi era seduto nella sua piccola casetta di guardia accanto al cancelli a scomparsa, osservando la pioggia che tamburellava lasfalto ancora incandescente. Il vapore saliva dal selciato così denso che sembrava quasi che, dietro langolo, non apparisse una vecchia Fiat 500 di un altro inquilino, ma un cavaliere spettrale sul suo cavallo pallido. Laria era pesante, umida e un po dolce per il profumo della tiglio bagnata.

Aprì di soppiatto la finestrina per far entrare un po daria e subito fu travolto da un temporale estivo in pieno fervore. Antonio si prese un sorso di tè ormai raffreddato, servito in un bicchiere di vetro con i bordi smussati, e allungò la mano verso il vecchio apparato radiofonico. Riuscì a captare una frequenza dimenticata, dove un baritono rauco cantava damore e di sereni di sambuco. In quel tempo piovoso la mente si schiariva facilmente. E su cosa, se non sui piccoli drammi di quel cortile?

Quindici anni erano passati da quando aveva iniziato a fare da guardiano di quel tranquillo e chiuso cortile, testimone di piccole gioie e di minuscole tensioni. Conosceva bene la famiglia del quarto appartamento, sempre pronta a litigare al mattino perché uscivano di corsa come se fossero state scottate, e lui li rimproverava con calma. Sapiva che il gatto rosso del secondo vano, chiamato Cipollino dai bambini, in realtà si chiamava Gennaro, inciso sul collare. Conosceva anche il ragazzo dellundicesimo piano, che si nascondeva dietro langolo per fumare una sigaretta, convinto che nessuno lo vedesse.

Quella casetta era il piccolo centro delluniverso del condominio. Qui si portavano le chiavi smarrite, qui i bambini correvano a chiedere di telefonare ai genitori quando questi dimenticavano di prenderli a scuola. Una volta gli fu consegnato, in una scatola di cartone, un cucciolo di cane. Antonio lo tenne con sé; ora il cagnolino, chiamato Nuvola, dormiva nella sua casetta, sbuffando nel sonno.

La porta cigolò. Sullatrio si fermò una bambina tutta bagnata, di circa otto anni, di nome Alessandra, dellappartamento 33. Stringeva con i pugni una mazzuola di margherite schiacciate e qualche erba di campagna.

Buongiorno, sussurrò. È per Lei.

Per me? si meravigliò Antonio. Come mai?

Mamma dice che Lei ci salva sempre. E papà dice che Lei è il pilastro di questo cortile. Non so bene cosa significhi pilastro, ma immagino sia qualcosa di molto importante, come un colonna che sorregge tutto.

Antonio prese il mazzo. Le margherite, ormai spente, lasciavano soltanto i gambi verdi, ma il loro profumo ricordava miele e infanzia.

Siediti, scaldati, borbottò, indicando lo sgabello. Vuoi un tè?

La bambina annuì, togliendosi le scarpe intrise dacqua. Antonio le versò il tè in una tazzina di ferro con limmagine di un orso. Rimasero in silenzio, ascoltando la pioggia che si smorzava trasformandosi in un sussurro dolce, quasi una ninna nanna. Nuvola si risvegliò e infilò il muso nella mano di Alessandra, chiedendo attenzione.

Perché è sempre qui? chiese la bambina, osservando i vecchi calendari appesi al muro.

Perché così come te, nessuno si perda, rispose Antonio. E perché le chiavi ritrovino casa. E perché GennaroGennaro torni presto al suo nido.

È come un supereroe, concluse Alessandra con serietà.

Lo sono anchio, replicò lui, altrettanto serio. Solo che non ho la mantella; mi hanno dato questa casetta e il cancelli a scomparsa.

La accompagnò fino al portone quando la pioggia cessò del tutto. Tornando indietro vide il giovane fumatore apparire allangolo. Il ragazzo si irrigidì al suo avvicinarsi e infilò di corsa la sigaretta in tasca.

Non nasconderti, lo ammonì Antonio. Si vede lo stesso. E si sente.

Non lo dirà a sua madre? bisbigliò il ragazzo, spaventato.

E perché? È tuo affare. Ma i polmoni sono tuoi anche loro. Rifletti.

Antonio passò oltre, lasciandolo in un leggero stupore.

La sera, quando il cielo si fece scuroazzurro e le pozzanghere si illuminarono di stelle riflesse, Antonio chiuse il cancelli. Lanciò un ultimo sguardo sul cortile, ormai silenzioso, addormentato. Le finestre si accendevano una dopo laltra, qualcuno rideva da una finestra aperta, si sentiva lodore di patate fritte e di salvietta.

Accarezzò la testa di Nuvola, spense la luce nella casetta e chiuse la porta a chiave. Un giorno qualunque era finito. Nessuno gli portò ringraziamenti, il suo nome non comparve sui giornali. Eppure era quel pilastro, colui che reggeva. Colui a cui si poteva avvicinare con un mazzo di margherite schiacciate in una giornata di pioggia.

Era più importante di quanto sembrasse. Ritornò al suo piccolo appartamento nello stesso cortile e non si sentì più soltanto guardiano, ma padrone di un universo piccolo ma vitale. E ne era anche parte.

Ma la mattina seguente lo aspettava una brutta sorpresa. Qualcuno, nella notte, aveva ammaccato la sua casetta. Sul lato della modesta struttura cera una fossette che sembrava il segno di unauto, e la porta si apriva a fatica, stridendo contro il selciato.

Nuvola, allertato, girava intorno ai piedi, infilzava il metallo danneggiato con il naso e guaiva piano. Antonio girò intorno alla casetta, tastò la fossette, fece una smorfia di valutazione. Non si mise a rimproverare nessuno né a cercare il colpevole; si limitò a sospirare, aprì la porta cigolante e si versò il suo tè mattutino. Il problema doveva essere risolto, non discusso.

La prima a notare lincidente fu, ovviamente, Alessandra, che si recava al parco estivo con lo zaino colorato.

Oh! esclamò, allarghi gli occhi. Hanno distrutto il suo casetta!

Non importa, lo ripariamo, rispose serenamente il custode. Una casa, come una persona, può prendere un livido. Limportante è che dentro sia tutto intero.

La notizia si sparse per il cortile più veloce della luce. Gli abitanti cominciarono a radunarsi intorno alla casetta.

Antonio, che pasticcio! si lamentò una signora anziana del terzo vano, Guglielmina. Di notte hanno fatto rumore con la loro macchina rumorosa, lho sentita! Saranno loro!

Dovremmo chiamare la polizia, propose qualcuno.

No, la risolviamo noi, tagliò Antonio. Stiamo per farlo da soli.

Arrivò quindi il giovane fumatore, Dario, mani in tasca, sguardo sotto le sopracciglia ma con curiosità sincera.

È una bella ammaccatura, osservò, cercando di mantenere tono distaccato. Con un martello sulla parte opposta si può raddrizzare.

Antonio lo guardò con nuovo interesse.

Sai come fare?

Con mio padre al garage a volte giochiamo con le auto, rispose Dario con una spalla alzata.

E allora avvenne qualcosa di sorprendente. Il cortile, di solito sparpagliato, si unì attorno a un unico scopo: riparare la casetta. Guglielmina portò dei pasticcini fatti in casa per dare energia. Alessandro, il tipo sempre di corsa del dodicesimo vano, aveva in cantina una vernice verde, del colore giusto. Portò anche una piccola carrucola per sistemare il metallo.

Dario si rivelò il capo ingegnere. Esaminò i danni, accarezzò il mento e diede il verdetto:

Il carrucola non basta. Serve una pressione interna e qualche colpo di martello. Qualcuno ha una leva?

Un attrezzo da leva apparve.

Il lavoro si accese. Antonio stava lì, a sorseggiare il tè, osservando il suo piccolo forte salvato da una squadra di vicini. Anche GennaroGennaro arrivò e si sedette sul marciapiede, a osservare il tutto con fare di ispettore reale.

Alessandra correva intorno, distribuendo gli attrezzi, classificandoli in grandi, piccoli e splendenti. Nuvola scodinzolava e abbaiava ad ogni colpo di martello, partecipando con entusiasmo.

A mezzogiorno la peggiore parte del danno era quasi sparita; rimanevano solo piccole tracce. Alessandro, sudato ma soddisfatto, si preparava a imbiancare e ridipingere la zona.

Sarà come nuova, Antonio! esclamò, sorridendo. Antonio alzò in silenzio il suo bicchiere di vetro con il tè, gesto che valeva più di mille parole.

In quel momento unauto nera scintillante entrò nel cortile. Il finestrino del guidatore si abbassò e ne uscì un volto rosso, ancora assonnato.

Ehi, custode! Apri il cancelli, che cosa vi blocca? Non avete nulla da fare, vero?

Tutto il mondo si fermò. Era il signor del piano più alto, sempre scontento e sempre di corsa, che con la sua macchina rumorosa aveva, a detta di Guglielmina, attirato i vandali notturni.

Antonio uscì lentamente dalla casetta. Non corse verso il pulsante. Guardò luomo alla guida, poi la folla: Alessandra con gli occhi spalancati, Dario con il martello in mano, Alessandro con la vernice, Guglielmina con i pasticcini.

Si sentì più capitano di una nave che guardiano di un cortile.

La via di bypass è libera, disse con calma. Il cancelli resterà chiuso per una pausa tecnica.

Cosa?! esplose il conducente. Ti dico

Noi siamo qui, lo interruppe Alessandro, facendo un passo avanti. La voce era bassa ma ferma. Si asciugò le mani su un panno. Stiamo facendo delle riparazioni. Devessere un altro percorso.

Luomo guardò gli abitanti: il pittore, il ragazzo col martello, lanziana con i dolci, la bambina. Capì che erano tutti insieme. Che la casetta non era solo una casetta. Dopo un attimo di esitazione, girò lauto e la fece girare verso la strada laterale.

Il silenzio tornò a regnare, poi Dario scoppiò a ridere, un riso che contagiò Alessandra, poi Guglielmina. Anche Alessandro si mise a sorridere.

Antonio tornò al pannello, aprì il cancelli. La minaccia era passata. Guardò la sua casetta. Ora portava una cicatrice da guerra, che presto sarebbe stata coperta da vernice fresca. Ma quella cicatrice non era più segno di stupidità altrui, bensì simbolo di qualcosa di più grande. Di quel legame che aveva sempre immaginato, ma che solo quel giorno aveva visto nella sua interezza.

Non era più solo guardiano. Era colui intorno al quale quel cortile, senza rendersene conto, si univa in un unico organismo. Si ricomponiva, come un vaso rotto, con una colla invisibile ma resistente. E la sua casetta non era più solo una casetta; era il cuore di quel piccolo mondo, e lui ne custodiva i battiti.

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