Perché calpestare il mio amore?

25 ottobre 2025

Questa sera è avvolta da un silenzio quasi irreale. Le strade di Napoli sono deserte, solo qualche lampione getta sul selciato un giallo pallido, come un ricordo sfocato. Sto fermo davanti a lei, e tra noi cè un abisso, anche se siamo a pochi passi; riesco a vedere il tremolio delle sue ciglia.

Non mi ami più? chiedo, già consapevole della risposta.

La speranza è una bestia strana: persiste anche quando la ragione sussurra È finita.

Non mi fissa negli occhi. Le dita giocherellano nervosamente con il bordo del suo scialle, quello che le regalai linverno scorso, quando ancora ridevamo insieme. Il suo riso era allora il suono più prezioso che avessi.

Ti voglio bene ma non come prima.

Mi soffoca, come se qualcuno mi stringesse la gola senza pietà.

Come? la mia voce suona straniera, schiacciata. Come amica? Come ricordo? Come una vecchia canzone che cantavi con il cuore ma che ora usi solo da sottofondo?

Silenzio.

Ricordo tutto. Come la prima volta che mi prese la mano, temendo che scappassi via. Come mi sussurrò nella notte Sei mio, e con quelle parole il mondo sembrò più gentile. Sognavamo viaggi, una casa sul mare, dei figli

E ora?

Mi guarda, ma non mi vede. Come se fossi solo un’ombra, un fantasma del passato che le impedisce di andare avanti.

Perché? la voce mi trema. Perché fingere amore se nei tuoi occhi non cè più fuoco? Perché baciarmi sulla guancia come un parente, quando un tempo le tue labbra bruciavano come fiamma?

Lei sobbalza.

Non volevo ferirti

Ma lo hai fatto.

I sentimenti semplicemente sfumano.

No scuoto la testa. I sentimenti non svaniscono da soli. Vengono traditi, uccisi a gocce: indifferenza, menzogne, codardia.

Si volta. Vedo la difficoltà nei suoi occhi, ma non mi allenta. Io continuo ad amarla; lei, no.

Il tempo è passato. Un anno? Due? Non lo so più. La vita è scorruta: lavoro, incontri, chiacchiere vuote con persone che non lasciano traccia nellanima. Ho imparato a sorridere senza gioia, a ridere senza felicità. Quella parte di me capace di amare veramente mi sembra rimasta indietro, insieme a lei.

Un giorno, per caso o destino, la rivedo.

Nel piccolo caffè di Via Sanità, al tavolino vicino alla finestra dove un tempo, alla luce di una candela, ci scambiavamo parole che parevano eterne. Lì è seduta, la stessa eppure diversa. Accanto a lei un uomo sconosciuto, la mano posata sul suo ginocchio, lei ride, il capo alzato, un raggio di sole gioca tra i suoi capelli.

Resto immobile.

Il cuore, che credevo ormai pietrificato, balza fuori, folle, illogico. Lo riconosce, lo ricorda.

Allora incrocia il suo sguardo.

I nostri occhi si incontrano e il tempo sembra inciampare. Nei suoi occhi cè qualcosa di evanescente: rimorso? Vergogna? O solo un fugace ricordo di ciò che fu più di un semplice incontro?

Non riesco a capire.

Lei distoglie lo sguardo, come bruciata, stringe la mano dellaltro, gli sussurra qualcosa, sorride ma questo sorriso è teso, quasi forzato.

Io

Mi allontano senza fermarmi, senza voltarmi, senza concedermi una falsa speranza.

A volte la cosa più forte che si può fare è andare via, senza guardare indietro.

Ma la città ricorda. Il ciottolo su cui correvamo sotto la pioggia estiva, ridendo e inciampando. La panchina del parco dove mi disse: Ho paura di perderti ironico, vero? Laria di quel caffè è ancora intrisa del suo profumo: leggero, floreale, ingannevolmente delicato.

Esco. Un vento freddo colpisce il volto, ma è giusto: asciuga ciò che non dovrebbe più mostrarsi. Il cellulare vibra in tasca: unaltra notifica, un altro vuoto. Lo tiro fuori, sullo schermo appare un ricordo di Facebook: Un anno fa. Eravate qui. Una foto: noi due, la sua testa appoggiata sulla mia spalla, le mie dita tra i suoi capelli.

Spengo il telefono.

Eliminare?

Il dito resta sospeso. Un anno è un frammento, una scheggia, una spina, la prova che tutto è stato reale.

Ehi!

Una voce alle mie spalle. Mi giro.

È una cameriera, ansimante, che mi porge uno scialle nero.

Lha dimenticato, sorride.

Non è il mio.

Lo prendo lo stesso; la lana è morbida, quasi viva tra le mani.

Grazie, dico.

Allora fa qualcosa che non mi aspettavo.

Ha… molto dolore? chiede, con voce quasi infantile.

La guardo, davvero la guardo. Occhi castani, lentiggini, una voce incerta.

Prima sì, rispondo onestamente.

E ora?

Capisco di tenere tra le mani la storia di unaltra persona, i suoi sentimenti.

Ora vivo.

Lei annuisce, come se avesse capito qualcosa di fondamentale.

Vuole un caffè? propone, finita il turno.

Rido, per la prima volta in mesi.

Sì, grazie.

Mi serve una tazza di ceramica spessa, con una piccola crepa sul manico e un delicato motivo floreale sul bordo.

Zucchero? chiede, già sapendo la risposta.

Due cucchiaini, dico, anche se di solito lo bevo senza.

Sorrise, quasi per aver scoperto una bugia lieve, ma non disse nulla. Due cubetti di zucchero caddero con un tintinnio sul fondo. Il caffè era forte, amarognolo, ma esattamente quello di cui avevo bisogno in quel momento. Un sorso, e mi accorsi che era lunico gusto reale che provavo da un anno.

Allora? si appoggia al bancone, osservandomi.

Come la vita, rispondo. Amara, ma speriamo nella dolcezza.

Rise, e il telefono suonò: il suo turno era davvero finito.

Mi aspetti alluscita? chiedé, togliendosi il grembiule. Devo cambiarmi.

Annuncio con un cenno, mentre la vedeva scomparire nello spogliatoio. Il locale era quasi vuoto; il barista puliva pigramente i bicchieri, mi lanciò uno sguardo valutante e poi, con un occhiolino, disse:

Sofia qui invita raramente qualcuno a fare una passeggiata dopo il lavoro.

Allora ho avuto fortuna?

Sì, sei speciale, rise e si girò.

Speciale. Una parola strana dopo tutto quello che è stato.

Quando Sofia uscì, senza uniforme, con jeans e una maglietta largha, i capelli un po bagnati raccolti di fretta, compresi che volevo credere ancora.

Andiamo? agitò la testa.

Andiamo, risposi, lasciando sul tavolo i soldi per il caffè, più di quanto costi davvero.

Fuori ci attendeva la sera, non più fredda e indifferente, ma una sera nuova, carica di promesse.

Dove? chiese Sofia, con la stessa impazienza che sentivo dentro.

Guardai le prime stelle che si accendevano.

Avanti, dissi.

E camminammo, non verso i ricordi infranti o le foto dimenticate, ma nelle strette viuzze dove la luce dei lampioni si spezzava nei pozzangheri e lodore dei chestnut arrostiti si mescolava al fresco notturno.

Sai qual è la cosa più strana? saltò Sofia, saltellando su una crepa del selciato. Non mi hai chiesto perché ti ho chiamato.

Perché non importa, catturai il suo sguardo. Importa che sono venuto.

Mordette il labbro, riflettendo se parlare o meno, poi si fermò.

Ti ho vista prima.

Al caffè?

No. indicò una piccola piazza con una panchina scrostata. Qui, lautunno scorso, sedevi con una busta in mano. Lhai strappata e sei andato via.

Un brivido gelido mi attraversò la schiena. Quella busta conteneva i biglietti per Venezia, il viaggio che non facemmo mai.

Perché ti ricordi solo quello?

Perché toccò delicatamente la mia mano con le punte delle dita, sembravi luomo che stava per perdere lultimo. Quel giorno ho trovato un cucciolo abbandonato e ho pensato al bilancio delluniverso: chi perde, chi trova.

In lontananza suonarono le campanelle. Realizzai di stare su un incrocio, sia letterale che metaforico.

E? chiesi, rauco. Sono un perdente o un trovatore?

Sofia si alzò sulle punte, avvicinò il viso al mio, e sentii il profumo del suo rossetto, dolce di ciliegia, e mi diede un bacio sulla guancia.

Dipende solo da te.

Allora accadde una delle due cose: una foglia dautunno cadde sul mio spalla, segno del destino, o da qualche parte in città la mia ex si girò nello stesso istante, sentendo un pezzo di passato staccarsi per sempre.

Non attesi più risposte. Presi la mano di Sofia e la trascinai via, tra negozi chiusi, sotto ponti, per vicoli sconosciuti.

Sei sicura? rise.

È la prima volta in tanto tempo che dico sì.

Le strade erano spoglie, solo qualche lampione disegnava lunghe ombre sul selciato. Il suo braccio sfiorava il mio, quasi per caso, ma non osai chiedere.

Dove ora? sussurrò, la voce fondendosi col fruscio delle foglie.

Guardai il nastro scuro della strada che si perdeva tra le case addormentate.

Non lo so. Camminiamo, semplicemente.

Annui, e i due continuammo a camminare insieme, senza fretta, senza guardare indietro, senza pensare a cosa ci attendesse dietro la curva.

Perché a volte il vero punto di arrivo non è la destinazione, ma chi ci cammina accanto.

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