Lappartamento fu comprato da mio figlio: la suocera che si proclamò padrona
Ho incontrato mio marito alluniversità di Bologna, in un pomeriggio umido di ottobre in cui i lampioni sembravano fatti di miele e la città tremava come in un sogno. Avevamo entrambi ventanni e passavamo le notti a discutere di letteratura e di caffè. Mio marito, che si chiamava Gabriele Ricci, si distingueva per la sua forza calma, per la mente acuta e, soprattutto, per la sua generosità luminosa. Da prima amici, presto compresi che nei meandri dorati del mio cuore lui si era già sistemato, misterioso e inevitabile.
Dopo qualche mese, diventammo ufficialmente una coppia. Non passa settimana che io non sogni ancora quei giorni di gioventù: chiari, sospesi tra i portici e i tram, pieni di promesse come il pane appena sfornato dalla panetteria sotto casa.
Un anno dopo, Gabriele mi chiese di sposarlo in una trattoria sperduta dove i gatti dormivano sulle sedie vuote. Ci sposammo con pochi parenti, pane, vino e risate: non avevamo lire sufficienti per grandi feste, così celebrammo tra le mura calde della famiglia.
Il secondo anno, Gabriele già lavorava in uno studio di revisione nei pressi di Piazza Maggiore. Vivevamo ancora in una vecchia stanza in affitto, sopra una libreria, sognando spesso un nostro appartamento con la vista sui tetti rossi. Poi, quando mia nonna Lucia volò via come una rondine, mi lasciò in eredità centomila euro e Gabriele riuscì a mettere da parte qualcosa anche lui. Era abbastanza per un mutuo su un trilocale discreto e silenzioso. Nei sogni che facevo, già vedevo il nostro futuro: cene destate sul balcone e magari un bambino che ridacchiava nel corridoio.
Rimanemmo sposati dieci anni, senza mai riuscire ad avere figli. Qualche anno fa, però, durante un Carnevale fosco, un guaio si abbatté su Gabriele come un temporale inatteso: lazienda presso cui lavorava chiuse di colpo e il datore, per salvarsi, addossò a lui tutta la colpa di contabilità e debiti mai suoi. Dopo un processo surreale, mio marito fu condannato a quattro anni di carcere. La città mi sembrava fatta di nebbia e specchi, tutto era confuso, irreale.
Ho provato di tutto per salvarlo: avvocati che parlavano in sogni agitati, carte che si perdevano come farfalle nellaria. Nonostante sapessi che Gabriele era innocente, lui finì comunque dietro le sbarre per seguire ordini mai scelti.
Dopo un anno a resistere, sentii che anche io mi dissolvevo piano piano. In uno di quei pomeriggi vuoti, la madre di Gabriele la signora Margherita Bianchi si presentò sul pianerottolo, la faccia tirata come una maschera, e mi disse che dovevo andarmene. Mi accusò di tutto ciò che era successo a suo figlio, affermando che lappartamento era stato acquistato solo grazie ai soldi di Gabriele e che io non avevo alcun diritto su quella casa di stucco e sogni. Io, sbigottita, restai muta davanti a tanta crudeltà, non pensando che una suocera potesse affilare così le parole.
Solo allora scoprii che, poco prima del processo, Gabriele aveva dato alla madre una delega strana e illogica. Utilizzando quel potere, Margherita aveva richiesto degli estratti bancari dove risultava che le rate del mutuo venivano prelevate dal conto di Gabriele. Con questo documento, stava ora sostenendo che tutto le apparteneva e che davanti al tribunale italiano io non avrei avuto diritti.
Vivo come sospesa, in una stanza dagli orologi scompagnati, e non so che fare. La realtà è liquida come vino rosso; ogni giorno mi sveglio sperando di aprire una porta che mi riporti alla mia casa, ai miei sogni, alla mia vita con Gabriele, invece rimango in questa assurda attesa, come dentro un sogno da cui non so più svegliarmi.






